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La versione di Cassese

Lo stile dei governanti

Non sanno che cosa vuol dire curare gli interessi della collettività, pensano ai propri elettori

8 Ottobre 2018 alle 20:20

Ecco quello che vogliono davvero Di Maio, Salvini e Conte

Da sinistra Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Professor Sabino Cassese, parliamo dello stile dei governanti e dell’importanza delle politiche. Il ministro dell’Interno, il 13 giugno, faceva la voce grossa e diceva “la Francia si scusi”. Il 29 settembre dichiarava: “Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare, me ne frego e lo faccio lo stesso”. Il 5 ottobre: “Persone come Juncker e Moscovici hanno rovinato l’Europa e l’Italia”.

Quanto allo stile, c’è un misto di cattive maniere, di grossolanità, di minacciosità, di aggressività. Si può essere in disaccordo senza alimentare conflitti, dialogare invece di litigare. Quanto ai contenuti, c’è uno stile assertivo e immotivato. Se, ad esempio, si prende la seconda affermazione, quella relativa al deficit, c’è una evidente ignoranza del fatto che dall’Unione viene un’avvertenza che riguarda gli interessi italiani. L’Unione ci dice: sta’ attento, potresti cadere. Se qualcuno ti mette sull’avviso, dovresti ringraziarlo, perché, poi, se non segui il consiglio o l’avvertenza, sei tu a cadere.

  

Mentre l’“avvocato del popolo” tace, l’altro leader dice di un alto burocrate “l’ho visto una volta solo e non posso dire se mi fido o non mi fido” (30 settembre). Al presidente di un ente fa giungere l’invito a dimettersi. Del presidente della Repubblica che contribuisce a scoraggiare gli investitori (1° ottobre) e fa trapelare dubbi sul ministro dell’Economia e delle Finanze, che sarebbe sostituibile.

Qui non c’è solo aggressività, ma anche ignoranza. Queste espressioni nascondono l’idea che i titolari delle cariche pubbliche debbano essere fedeli a una parte politica, mentre i nostri ordinamenti sono fondati sulla neutralità politica della burocrazia, sulla imparzialità dei funzionari, esecutori delle leggi. E tra le leggi vi sono le norme costituzionali su deficit e su debito, che vanno osservate.

  

Non basterebbe agli attuali governanti tacere o non esprimersi in questi termini aggressivi e sbagliati?

Lo pensano in molti. Ma questo sciabolare a destra e a manca, questo alzare la voce, ha due possibili obiettivi. Il primo è rivolto all’elettorato. Il secondo è rivolto all’interno dello stato. Al primo si fa capire che “ora lo stato siamo noi”, come disse uno dei due vicepresidenti del Consiglio appena nominato. Al secondo si fa intendere che i nuovi padroni vanno rispettati, che ci si deve conformare ai loro voleri, pena la perdita del posto. E così si suscitano anche ambizioni interne, aspirazioni dei numeri due e tre, che possono trarre benefici dalla liberazione dei posti di vertice.

 

Ma è così che si fa politica, questo il modo in cui deve agire un uomo di governo?

Distinguiamo. Innanzitutto, stiamo parlando di uomini di governo, non di uomini di stato. Cioè di persone che non hanno ancora acquisito la statura dell’uomo che cura gli interessi della collettività, che si rivolge alla nazione. Si tratta ancora di posizione di parte, incapaci di “fare la sintesi”, di vedere più lontano dei meri interessi elettorali. In secondo luogo, si tratta dei protagonisti di quello che tanto acutamente Mario Monti ha definito un leveraged buy-out, di un acquisto di elettori mettendo a loro carico il costo dell’acquisto. Bella differenza rispetto agli uomini di stato che abbiamo conosciuto!

  

Ad esempio?

L’esempio è Ciampi. Prenda la sua azione come ministro del tesoro dei governi Prodi I e D’Alema I, dal 1996 al 1999. L’hanno descritto in un bello e documentatissimo libretto, edito nel 2001 da Donzelli, Luigi Spaventa e Vincenzo Chiorazzo. Il titolo è “Astuzia o virtù? Come accadde che l’Italia fu ammessa all’Unione monetaria”.

  

Che scrivevano?

Mi segua: “Ancora a metà del 1996 era opinione prevalente che l’ammissione dell’Italia alla moneta unica fosse cosa impossibile”. I conti della finanza pubblica non erano equilibrati. Ciampi riuscì a realizzare un miglioramento di circa sei punti del saldo primario (saldo dei conti pubblici al netto degli interessi), superiore a quello degli altri paesi europei. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno cominciò a scendere. Nel 1996, con anticipo di un anno, si riuscì a “incassare il premio di un declino immediato e futuro dell’onere di interessi”. “L’opportunità fu colta, con una buona dose di astuzia. Se si considera il biennio 1997-1998, invece che solo il 1997, la correzione operata sul saldo primario fu modesta, sia rispetto agli altri paesi, sia rispetto al passato; la riduzione della spesa per interessi fece il resto”. Spaventa e Chiorazzi aggiungono che furono versati poco sangue e poche lacrime. Si ottenne quel “certificato di credibilità” che prima veniva negato. “Si ottenne, grazie a quel certificato, il lauto dividendo di una forte riduzione, nel presente e nel futuro, dell’onere di interessi sul debito pubblico, e pertanto di una riduzione senza pena del disavanzo”.

 

Vuol dire che un’esperienza di questo tipo si poteva ripetere adesso?

No, perché la situazione è diversa. Ma voglio mostrare che cosa vuol dire essere uomo di stato, con un “certificato di credibilità” del valore di parecchie decine di miliardi. Così l’Italia riuscì ad aderire al gruppo di paesi che fondarono la moneta unica europea, la “moneta al servizio dell’uomo”, come disse Ciampi. Per darle un’idea di che vuol dire essere uomo di stato, le ricordo un episodio relativo a Cesare Beccaria, assieme a Niccolò Machiavelli, l’italiano più famoso e più citato nella storia del pensiero occidentale per la filosofia, il diritto e la scienza politica. L’episodio è menzionato in un libro eccellente, molto accurato, di Carlo Scognamiglio, “L’arte della ricchezza. Cesare Beccaria economista”, (Mondadori, 2014). A Beccaria, reso famoso nel mondo dall’opera giovanile “Dei delitti e delle pene” era interessata Caterina II di Russia, che lo voleva come suo consigliere. Il primo ministro viennese Anton Kaunitz scrisse il 27 aprile 1767 a Carlo Firmian, ministro plenipotenziario imperiale della Lombardia austriaca: “Sarebbe desiderabile per il paese non perdere un uomo non solo fornito di sapere […], massimamente nella penuria in cui siamo di pensatori e filosofi; anzi parrebbe far poco onore a tutto il ministero il vedersi preceduti dagli stranieri nella stima dovuta agli ingegni”.

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