(Foto LaPresse)

Il governo è lo Stato?

L’attuale esecutivo sembra perseguire l’obiettivo di fare la lotta contro tutti. Ecco le implicazioni

Professor Sabino Cassese, aveva cominciato Salvini: la Francia si scusi o Conte non vada (13 giugno). Il 27 settembre Di Maio ha invitato il presidente dell’Ice a dimettersi. Il 30 settembre Salvini ha fatto dichiarazioni minacciose alla Commissione europea e a Mattarella (“la manovra economica stavolta la facciamo a Roma per gli italiani. Lo devono capire a Bruxelles, a Berlino e anche in qualche colle di Roma”). Lo stesso giorno Di Maio ha dichiarato, riferendosi al ragioniere generale dello stato: “L’ho visto una volta sola e non posso dire se mi fido o non mi fido”. Il M5s il 1° ottobre ha fatto notare che Mattarella è uomo di diritto, non economista (quindi non dovrebbe pronunciarsi su debito e spread). Sono solo cattive maniere?

Non credo: sono sintomi di un atteggiamento nei confronti delle altre istituzioni. C’è una sorta di generale rifiuto del pluralismo istituzionale, una sotterranea identificazione di governo e Stato. Due atteggiamenti singolari in un paese, come l’Italia, che ha avuto un secolo fa uno dei primi teorici del pluralismo pubblico. In quelle frasi c’è in sintesi un’idea che può essere espressa nei termini di “fatti in là, ora ci sono io” generalizzato.

Questo è un atteggiamento nuovo nella storia repubblicana, almeno in questi termini generali, che riguardano l’Unione europea, il presidente della Repubblica, i capi delle amministrazioni. Eppure, per altri versi, il nuovo governo opera nel segno della continuità: anche Renzi aveva scelto simboli da abbattere, come le auto blu e i vitalizi. La lottizzazione attuale della Rai è operata sulla base di una legge voluta dai precedenti governi. Anche questi ultimi hanno fatto politiche redistributive di benefici piuttosto che politiche di promozione degli investimenti.

Ma ci sono anche molte differenze. A partire dal ruolo del presidente del Consiglio dei ministri. Quello attuale, dopo le impegnative dichiarazioni iniziali (“l’avvocato del popolo”), sembra assistere alla cacofonia di voci che promana dal governo e dalle forze che lo sostengono, come se non avesse in mano la barra che indica la rotta. L’attuale governo sembra perseguire l’obiettivo di fare la lotta contro tutti, forse perché questo massimizza il rilievo che in questa compagna elettorale permanente hanno le forze di governo. O forse perché questo continuo polemizzare dà l’impressione al largo pubblico che i due partiti siano ancora all’opposizione (non dimentichi l’artificio di Berlusconi, che irrideva il “teatrino della politica”, dopo esserci stato anche lui per vent’anni).

Ma che cosa questi atteggiamenti implicano in termini di “costituzione materiale” del paese?

Come ho detto un’altra volta, una tendenza a ignorare la separazione dei poteri, ad assimilare lo Stato al governo. Aggiungo che, secondo la versione contemporanea della divisione dei poteri, la classica tripartizione è una quadripartizione, perché bisogna distinguere il potere governativo dal quello esecutivo, l’indirizzo di governo dall’amministrazione in senso stretto. Se non fosse così, non si spiegherebbe il principio di imparzialità della pubblica amministrazione. Questo conduce a una seconda implicazione.

Che sarebbe?

Il disconoscimento della base liberale degli ordinamenti democratici. Questo è stato tanto ben illustrato dal nostro filosofo Benedetto Croce nella notissima “Storia d’Europa”. Secondo Croce, l’“ideale democratico” si innesta su quello liberale. Ciò implica il riconoscimento di snodi interni alla macchina dello Stato, snodi diretti a salvaguardare i diritti e le libertà, contro l’atteggiamento assolutistico del potere pubblico.

Ma nel governo c’è anche un rifiuto di riconoscere l’importanza dei mercati.

Questa è la terza implicazione. Oggi, accanto allo Stato che controlla i mercati, vi sono i mercati che controllano lo Stato. Il nuovo governo è interessato a espandere il primo aspetto, rifiuta il secondo, lo disconosce, con affermazioni che identificano i mercati con la speculazione, o con quello che veniva definito il grande capitale finanziario. E’ un’idea, questa, propria, in passato, di larga parte del pensiero socialista e comunista. Essa ignora che, proprio con l’appoggio della sinistra, nella Costituzione fu inserito un articolo che mirava a favorire l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dei grandi complessi produttivi del paese.

 

E ignora che i “mercati” sono in larga misura fatti di milioni di cittadini, lavoratori dipendenti che investono in obbligazioni emesse dal Tesoro. Nonché da piccoli proprietari che hanno acceso un mutuo per comprare la casa in cui vivono. Se i primi voltano le spalle allo Stato, perché temono che l’emittente (lo Stato) possa non onorare il debito; se i secondi vedono aumentare il costo del mutuo perché le banche, proprietarie anch’esse di obbligazioni statali sempre più “costose”, debbono farsi pagare interessi più alti per il denaro che danno a prestito, allora il governo ha un voto negativo dai “mercati”, che sono semplicemente i suoi cittadini. Queste implicazioni politiche del rapporto economia – Stato sono rifiutate da Salvini e Di Maio, e questo rifiuto può costare caro al popolo al quale fanno tanto spesso appello.