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Cento giorni di governo giallo-verde. A che punto siamo?

Un bilancio dopo i primi tre mesi dell'esecutivo Conte. L’opposizione? “Tace, ma temo non pensi”

11 Settembre 2018 alle 10:23

Cento giorni di governo giallo-verde. A che punto siamo?

Il premier Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Professor Sabino Cassese, sono passati quasi tre mesi e mezzo dalla formazione del governo Conte, il sessantacinquesimo della Repubblica. Vogliamo fare un bilancio?

Sì, seguendo il metodo dettato da Carlo Ginzburg e da Domenico De Masi. 

 

Cioè?

Il primo ha scritto che “per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco” (Carlo Ginzburg, Paura, reverenza, terrore. Cinque saggi di iconografia politica, Milano, Adelphi, 2015). Il secondo, in quella grande “summa” della storia delle civiltà che è Mappa Mundi. Modelli di vita per una società senza orientamento, Milano Rizzoli, 2014, ha applicato l’arte di saltare da un dato significativo a un sintomo, a un indizio, a un particolare rilevante per costruire un quadro di una quindicina di modelli sociali e culturali che si sono succeduti nella storia. Ci proviamo?

 

Cominciando dalla base del governo.

Che è stato frutto di difficili accordi parlamentari, quindi si è formato fuori della volontà popolare: singolare contraddizione con l’invocazione populistica delle due forze che lo compongono. Fanno sempre riferimento ai votanti, ma i votanti (i milioni di votanti, non i pochissimi iscritti) non sono stati consultati sul governo, che è il frutto di quella democrazia rappresentativa che una delle due forze vorrebbe superare. Di qui anche la fuga dal centro, perché il governo è continuamente tirato in due direzioni opposte, manca di un centro. Questo forse negozia, certo non guida. Per farlo, ci vuole leadership, una propria forza e investitura, oltre che comando dei problemi e “visione”.

  

E i rapporti con l’elettorato, visto che questo era andato in altra direzione?

“Le campagne elettorali non finiscono mai”, ha dichiarato all’Espresso del 26 agosto un uomo di Salvini, che appare in effetti un ministro della propaganda, piuttosto che dell’Interno.

 

Lo stile di governo?

Se si può parlare di stile, mi pare caratterizzato da un elemento ricorrente. Quando ministri e vicepresidenti del Consiglio affermano “non aspetteremo i tempi della giustizia” o “revoco la concessione”, dichiarano di voler saltare alle conclusioni, prima ancora di aver seguito la procedura che vi conduce. Esempio: il caso della nave nel porto di Catania, dalla quale gli immigrati non hanno potuto scendere per diversi giorni. In questo caso, si è violato un principio di diritto internazionale detto di “non refoulement”, non respingimento. Occorreva interrogare una per una le persone che erano a bordo, accertare se si trattava di rifugiati o di migranti, e quindi riconoscere i diritti dovuti ai primi. Si è saltati alle conclusioni, senza seguire le procedure previste, in più violando diverse norme costituzionali italiane. “Non aspetteremo i tempi della giustizia”, in più, è un modo di dire: faremo a meno delle procedure giudiziarie. Insomma, così ci si mette fuori della legittimità sia amministrativa, sia costituzionale.

 

Quali i messaggi del governo?

Molto contrastanti, anche se questo può essere funzionale al disordine nel quale opera. In primo luogo, da un lato la dichiarazione di puntare sulle infrastrutture e sugli investimenti, dall’altro l’opposizione ad alcune essenziali dotazioni, con un atteggiamento anti imprenditoriale, da ritorno all’economia curtense. In secondo luogo, una continua apertura al dialogo sociale, ma non accompagnata dal rispetto del pluralismo (consiglio in materia la lettura dell’illuminante saggio di G. P. Cella, Il popolo tra invenzione e finzione, nella rivista “Stato e mercato”, 2018, aprile, n. 112, p. 14) e invece condita da una bella dose di retorica anti establishment. Una continua oscillazione sul rispetto delle norme sul bilancio, corretta soltanto dal ministro dell’economia e delle finanze, che riesce a tenere la barra dritta. Una riproposizione di temi della democrazia diretta, ma senza alcuna attenzione al numero dei partecipanti, anzi con la proposta di eliminare il quorum, e, quindi, di mettere decisioni importanti nelle mani di minoranze.

 

Riaffiora periodicamente l’atteggiamento preoccupato o sprezzante nei confronti dei mercati, o del capitale finanziario, o della speculazione finanziaria.

Che fa parte di un filone culturale risalente a cento anni fa, e coltivato da una parte del pensiero socialdemocratico e comunistico. Andando indietro, si arriva a Rudolf Hilferding, che scrisse nel 1910 un libro sul capitale finanziario, tradotto per la prima volta in italiano nel 1961, e poi più volte ripubblicato. Il tema fu rivisitato nel 1936 da Daniel Guérin, che scrisse un libro su fascismo e gran capitale (che fu tradotto in italiano venti anni dopo ed è ora nel catalogo dell’editore Massari, Bolsena-Viterbo). Ci sono ritornati, con accenti diversi, Giorgio Galli e Mario Caligiuri nel 2017 con un libro intitolato Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci (edito a Soveria Mannelli da Rubbettino). Sono libri di impostazione diversa, ma che evocano l’esistenza di una “cupola globale”, specialmente attiva nel campo finanziario, che condizionerebbe i destini del mondo.

 

E l’opposizione?

Tace, ma temo che non pensi. Lo dico con qualche timore: ricorda gli eventi del ’33; anche quella non fu vera vittoria, perché mancarono i nemici. Consiglierei la lettura di uno scritto redatto da Keynes al suo ritorno dall’Urss nel 1925, per The Nation: “We have to invent new wisdom for a new age. Purtroppo, invece, metà dei programmi dei nostri uomini di governo e di opposizione è fondata su assunzioni che erano vere una volta, ma lo sono sempre meno oggi.

 

Potrebbe migliorare la situazione?

E’ difficile perché vi dovrebbe contribuire l’opinione pubblica. Ma quell’educatore collettivo che chiamiamo opinione pubblica è oggi bloccato. Il circuito è spezzato. Da un lato c’è il web, dall’altro giornali e media, il primo consente la comunicazione “many to many”, i secondi solo “one to may”. Tra i due mondi c’è scarsa comunicazione. In secondo luogo, media in difficoltà, per guadagnare l’attenzione dei lettori, strillano, senza proporre, contro quella stessa èlite di cui fanno parte, e che li ha in passato appoggiati.

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