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L’urgenza di una Rai sul modello Boris

E’ giusto rassegnarsi all’idea che la più grande azienda culturale debba essere governata più a colpi di fake news che di innovazione? Non solo nomine. Perché il futuro della tv passa dalla scelta tra due modelli: Marcello Foa o René Ferretti

19 Ottobre 2018 alle 06:01

L’urgenza di una Rai sul modello Boris

Il punto in fondo è scegliere tra due modelli: Marcello Foa o René Ferretti? La prossima settimana, probabilmente già martedì, il consiglio di amministrazione della Rai ufficializzerà i nomi dei nuovi direttori dei telegiornali e salvo sorprese ancora possibili la triangolazione tra il gruppo dirigente della Rai, i vertici del Movimento 5 stelle e quelli della Lega dovrebbe portare a un equilibrio che allo stato attuale prevede al Tg1 l’ex corrispondente della Rai a Bruxelles Giuseppina Paterniti, al Tg2 l’attuale vicedirettore del Tg1 Gennaro Sangiuliano e al Tg3 la conferma dell’attuale direttore Luca Mazzà, gradito sia al Pd sia a Salvini, e a Rai News 24 di una delle attuali conduttrici, Iman Sabbah. F

 

ino a oggi, ogni discussione sulla Rai è stata monopolizzata dal totonomi relativo ai tiggì e ai direttori di rete, le cui nomine potrebbero essere contestuali a quelle dei telegiornali – e anche qui l’unica conferma dovrebbe essere per l’attuale direttore della Terza Rete, Stefano Coletta. Ma una volta archiviata la pratica delle nomine, che ci potrebbe aiutare a capire anche quanto i rapporti di forza tra Salvini e Di Maio stiano cambiando a favore del primo e a sfavore del secondo, ciò che sarà interessante seguire con attenzione è una partita del tutto diversa che riguarda la sfida delle sfide della Rai a trazione sovranista: verso che direzione andrà il cambiamento populista?

 

Apparentemente, gli equilibri presenti in Rai non sono così diversi rispetto a quelli presenti nel governo e il fatto che ad avere in mano le redini del gioco non sia un generatore automatico di fake news come Marcello Foa ma un manager trasversalmente stimato come Fabrizio Salini porterebbe a pensare che in Rai Salvini e Di Maio siano mossi persino da buone intenzioni. Il problema, una volta risolta la pratica delle nomine, è capire se il mandato offerto dai due vicepremier a Fabrizio Salini sarà un mandato alla Tria, finalizzato cioè a rendere il più possibile presentabile ciò che è evidentemente impresentabile e a portare dunque verità alternative in Rai, o sarà un mandato che permetterà di fare l’unica cosa che oggi servirebbe alla Rai: lasciare a Foa il monopolio dei tweet, delle celebrazioni dei rastrellamenti, delle denunce delle cene sataniche di Hillary Clinton a base di mestruo, sperma e latte di donna, e provare a importare in Rai l’unico modello possibile di televisione che le permetterebbe di fare quello che il governo del cambiamento ha mostrato di non saper fare: ragionare non per smantellare il passato ma per programmare il futuro. Per farlo la soluzione è soltanto una: provare a portare in Rai il modello Boris.

 

Boris, per gli sventurati che non hanno mai avuto la possibilità di vederlo, è una formidabile e comica serie tv italiana prodotta tra il 2007 e il 2010 da Wilder per Fox, costruita per portare in scena tutto quello che succede dietro le quinte di un set televisivo italiano. La forza di Boris non è stata solo quella di lanciare o di valorizzare diversi attori che trovate oggi molte produzioni italiane (da Caterina Guzzanti a Pietro Sermonti, passando per Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti, Alessandro Tiberi e Francesco Pannofino) ma è stata quella di essere una delle prime serie tv italiane concepite per conquistare una platea completamente diversa rispetto a quella tradizionale delle tv, dando fiducia all’intelligenza del pubblico con facce nuove, comicità moderna, sceneggiature da leccarsi i baffi. Prima ancora del mondo dell’informazione, sarà il mondo delle fiction, oggi guidato in Rai dal direttore Tinni Andreatta, che verrà trasformato nel terreno del cambiamento sovranista, e quando Di Maio e Salvini metteranno le mani sulla produzione delle fiction della più importante aziende culturale italiana dovranno scegliere se usare anche in Rai lo stesso modello utilizzato finora per guidare il paese: occuparsi non tanto di come costruire un futuro ma prima di tutto di come archiviare il passato. Una Rai concentrata, come è purtroppo oggi l’Italia, a non occuparsi di futuro, e a occuparsi solo della cancellazione del passato, è una Rai che magari potrà divertirsi a sostituire ogni contenuto sulla diversità di genere o sull’integrazione dei migranti con nuove appassionanti puntate su Federico Barbarossa o importanti documentari sulla bellezza della democrazia russa ma è una Rai che si dimenticherà che il suo obiettivo prioritario oggi dovrebbe essere quello di fare concorrenza più alle offerte di Netflix, di Amazon e di YouTube che alla Rai del Pd. In una delle ultime puntate della terza stagione di Boris, il regista René Ferretti prima di portare in Rai una sua fiction su Machiavelli vede in sogno il cda dell’azienda bocciargli così il suo progetto: “In Rai non sappiamo se affrontare lo spinosissimo problema delle guerre puniche, si figuri se possiamo riaprire il capitolo Machiavelli così di punto in bianco”. Scegliere tra il modello Marcello Foa e il modello René Ferretti in fondo significa questo: decidere se la più grande azienda culturale italiana merita di essere governata a colpi di fake news o a colpi di innovazione. Se il modello scelto per la Rai sarà quello truce scelto da Salvini e Di Maio per guidare il paese, la comicità sul modello Boris non sarà quella prodotta dalla tv di stato ma sarà quella prodotta dai consigli dei ministri di Palazzo Chigi.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    19 Ottobre 2018 - 16:04

    Sono uno degli "sventurati" che non hanno seguito la serie di Boris. E non me ne pento. Non seguo la TV. Non la guardo mai. Non me ne frega niente. Seguo solo il TG La7 di bimbominchia Mentana e ciò mi basta e avanza. Gli italiani, popolo "degenerato, mostruoso, ridicolo e criminale" sono stati resi tali proprio dalla televisione, soprattutto dai suoi talk show (come da memorabile pezzo di Giuliano Ferrara quando Ferrara era ancora Ferrara). La vendano sta maledetta RAI. La vendano e non se ne parli più.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    19 Ottobre 2018 - 14:02

    E perchè no Boris Karloff con contorno della "Mano" degli Addams al TG1?

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  • Giovanni Attinà

    19 Ottobre 2018 - 13:01

    Non ho mai capito perché la tv pubblica venga considerata la più grande azienda culturale. Forse per la rubrica, in illo tempore, del maestro Alberto Manzi. Da allora è trascorso oltre mezzo secolo e non mi apre davvero che le tv facciano cultura, viste le boiate che ci trasmettono, vale anche per le pay tv, dove in genere le trasmissioni tra film, serie e documentari, tanto per fare un esempio, sono quasi sempre gli stessi. Chi guarda la tv, salvo qualche rara eccezione, la cultura la vede con il "binocolo".

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