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Al mercato della Rai

I candidati alle direzioni dei Tg vengono pesati, spostati e scambiati come meloni alla fiera rionale

26 Ottobre 2018 alle 06:04

Al mercato della Rai

Se ne stanno con il fiato sospeso guardando le agenzie di stampa, perché soltanto quando ci troveranno scritta la data di convocazione del cda sapranno che finalmente i giochi a Saxa Rubra sono fatti. E allora a quel punto, solo a quel punto, potranno davvero smettere di sporcare le loro giornate di sguardi liquidi, passi accelerati, pensieri in subbuglio, telefonate interrogative ai parlamentari e ai sottosegretari che li vogliono vedere proprio così, cioè al pascolo, o al basto pesante, come i bardotti e i muli. E insomma soltanto quando, finalmente, Marcello Foa convocherà il cda di Viale Mazzini, gli aspiranti direttori Rai potranno mollare questa sfibrante altalena del totonomine, questo ottovolante, questo gioco sadico, e francamente irrispettoso di storie e carriere, con il quale i politici li fanno viaggiare da una casella all’altra, da un incarico all’altro. Neanche fossero pacchi postali o mercanzia da scaffale: esposti, nudi e fragili, consegnati dai loro committenti del governo alle cronache irridenti dei quotidiani che riportano senza pietà i brutali termini di questa specie di suk della spartizione e della nomenklatura radiotelevisiva, che si sintetizza, in spregio a qualsiasi eleganza, così: uno a te uno a me, uno a te uno a me. Capacità, meriti, biografie, non contano nulla perché ciascuno è considerato poco più di un oggetto a disposizione, odorato, scambiato e pesato come un melone al mercato, un prodotto di baratto da parte del mondo politico che non vede professionisti ma soltanto uomini di punta, di rincalzo, di spinta, di frenata, di compromesso, di tacco o di gomito, portatori d’acqua, reggi calze e mezze calze.

 

Nel frattempo, tutt’intorno, nella grande azienda di stato, si diffonde una specie di ipnosi collettiva dovuta all’andamento oscillatorio dei prezzi in questa fiera rionale: nomi, cognomi, incarichi, che rimbalzano seccamente come palline da ping pong sfuggite ai giocatori. E infatti un giorno il povero pretendente alla direzione legge di essere direttore del Tg1, ce l’ha fatta! Gioia sublime. Ma ecco che non passano nemmeno dodici ore e il malcapitato scopre che l’hanno retrocesso al Tg2, e senza alcun motivo apparente se non quello che bisognava fare largo a un altro, perché così hanno deciso, al ristorante, Di Maio e Salvini. Epperò proprio quando il tapino si è abituato alla nuova ipotesi, ecco che precipita a Rai Yoyo, poi a Rai Gulp, e infine giù lungo il condotto di scarico aziendale, fino alla direzione di una consociata lontana lontana, verso il pascolo rusticano nelle zone più periferiche della televisione. Alla fine, camminando negli studi di Saxa Rubra, tra due file di telecamere, al povero candidato parrà di seguire il feretro della sua legittima, sacrosanta ambizione. Ma non finisce qua, perché spesso al direttore in attesa, o direttore sospeso, gli arriva per soprammercato pure un articoletto di quelli sobri e per niente diffamatori di Travaglio, che ha pure lui i suoi protetti: da ragazzino rubavi le merendine.

 

E allora bisogna proprio immedesimarsi in questi aspiranti, tutti vittime impotenti, i cui nomi, spesso degnissimi, sono trascinati senza scampo dalla politica giù per il caotico imbuto di questa Rai nella quale, disse Di Maio prima di cambiare evidentemente idea, “sorteggeremo i direttori tra i migliori giornalisti del paese”. A tutti loro è dovuto un abbraccio di solidarietà.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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