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Il Piano Rai per l'informazione è un piccolo pasticcio che nasce zoppo

Giampaolo Di Mizio

Salta ancora l’audizione di Salini e Foa in Vigilanza. Sindacati agguerritissimi contro la figura del “redattore digitale”

Roma. La parola d’ordine del “Piano per l’informazione Rai 2019-2021” (che il Foglio ha avuto modo di visionare), messo a punto dall’ad Fabrizio Salini e il suo staff, con aggiustamenti da parte del presidente Marcello Foa, è “interscambiabilità”. Oggi i due avrebbero dovuto parlarne in commissione di Vigilanza, ma l’audizione, per la terza volta, salterà. L’approdo, tra due anni, sarà una newsroom unica sul modello Bbc ma anche Mediase. Di fronte a un fatto o una notizia si deciderà se mandare un giornalista della newsroom o dei Tg, che nel frattempo si sentirà con il cronista del Tg regionale, il quale potrebbe essere lui a fare il servizio, ma contemporaneamente interagirà pure col collega del web, che a quel punto potrebbe riversare buona parte del lavoro sul sito Rai prima ancora della messa in onda televisiva. Tutto bellissimo, anche se sembra il libro dei sogni. Perché, se c’è un posto in Italia dove prima di interagire col collega di una testata sorella ci si getterebbe nel fuoco, questa è la Rai. In Rai è peggio prendere un “buco” da un collega Rai piuttosto che di Mediaset o La7. Del resto, nonostante i richiami, la sfilata dei microfoni Rai sotto il muso dell’esponente politico di turno continua come se niente fosse. Meglio esserci, marcare il territorio, non si sa mai, è il mantra dei direttori.

 

Dunque il Piano avverrà in due step. Il primo prevede l’unione delle redazioni di Rainews24, Rainews.it, Tgr e Televideo. Al contempo i giornalisti sportivi della Radio confluiranno dentro Raisport, lo stesso faranno quelli di Gr Parlamento con Rai Parlamento. Col secondo passaggio si arriva poi alla newsroom multipiattaforma unificata, una sorta di service che produrrà contenuti per la tv generalista, l’all-news, la radio e il web, occupandosi di notizie “più fattuali e meno significative per la linea editoriale”, mentre per quelle “significative e caratterizzanti” ci saranno i telegiornali.

 

Il piano di Salini, poi, mette al centro il rilancio del web. Il sito della Rai, si sottolinea, è al venticinquesimo posto per numero di visitatori unici (3.759 al giorno), un gap che, con le forze a disposizione Viale Mazzini, ha dell’incredibile. E infatti il tema era stato sollevato con forza ai tempi di Campo Dall’Orto e Carlo Verdelli (il cui piano fu affossato dalla politica). Adesso si prevede un investimento in denari e risorse, con l’introduzione, tra l’altro, del giornalista digitale, ma manca un tassello: il sito non avrà un direttore, ma solo un vice.

 

A turbare il sonno a Saxa Rubra, poi, è proprio l’introduzione del cronista digital. Colui che, in nome del fast journalism, “riprende, scrive, monta e trasmette un pezzo”, senza operatore né montatore. Figura ormai imprescindibile in qualsiasi sito di news che si rispetti. In Rai, però, occorre fare i conti con la realtà: l’età media (51 anni) dei suoi 1.760 giornalisti e le redazioni più sindacalizzate del pianeta. E infatti sulla questione è già saltata sulla sedia Stampa Romana, secondo cui “si sorvola sul tema della responsabilità e dell’autonomia del giornalista, ma anche sulle ricadute occupazionali”. Ma c’è un altro aspetto che non piace al sindacato. L’esame analitico dell’audience e del clic sarà decisivo sulle scelte editoriali e la vita delle notizie. Se un argomento piace, ci si investe, altrimenti si lascia andare. “Tutto ciò è gravemente lesivo del ruolo del giornalista Rai ed è in contrasto con la deontologia professionale e il ruolo del servizio pubblico”, avverte il sindacato.

 

Nel Piano – uno strano mix tra quelli passati di Gubitosi e Verdelli – curiosamente non si fa menzione della nuova direzione approfondimento news voluta da Foa, che avrà il controllo su tutti i programmi d’informazione. “E’ un capitolo a parte che non riguarda i Tg”, spiegano da Viale Mazzini. Ma ci sarà.

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