Foa presidente della Rai ci dice molto sul metodo culturale del populismo

Luciano Capone

Nella sua mezz’ora di audizione ha semplicemente ribadito che è un “allievo di Montanelli”, lo ha ripetuto per quattro volte, ma non ha fatto chiarezza su numerose questioni sollevate

Roma. L’accordo tra Lega e Forza Italia c’era già prima, grazie all’incastro delle alleanze per le prossime amministrative, e non sono state certo le parole di Marcello Foa a convincere i deputati azzurri a votarlo. Alla fine la Commissione di Vigilanza ha approvato la nomina di Marcello Foa come presidente della Rai con 27 voti a favore su 40, quindi superando il quorum necessario dei due terzi. Ma l’audizione che ha preceduto la votazione è stata completamente inutile. Nulla a che vedere con le serrate audizioni che si fanno in America prima delle nomine importanti, basta vedere in questi giorni il fuoco di fila che sta subendo Brett Kavanaugh, prescelto da Trump, per poter diventare giudice della Corte suprema.

 

Nella sua mezz’ora di audizione il presidente della Rai ha semplicemente ribadito che è un “allievo di Montanelli”, lo ha ripetuto per quattro volte (la prima dopo appena un minuto), ma non ha fatto chiarezza su numerose questioni sollevate. Non una parola sulle sue posizioni antiscientifiche (dalle cure alternative ai vaccini), nessuna spiegazione per l’esaltazione di complottisti come la “vera intellettuale” che sostiene che Obama sarebbe un discendente di Carlo Magno, né per le accuse rivolte al presidente della Repubblica. Il riferimento è a un tweet in cui, dopo la bocciatura di Savona a ministro dell’Economia, Foa scrisse: “Il senso del discorso di Mattarella: io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Ma nella Costituzione non c’è scritto. Disgusto”. Foa non spiega, ma dice che “non è stata mai mia intenzione offendere e mancare di rispetto al presidente Mattarella”. Poi, quasi orecchiando la famosa gaffe di Conte: “Provo solo stima per Mattarella, anche per la sua nota storia familiare che ha comportato il sacrificio supremo di un membro molto importante della sua famiglia”. Insomma, siamo di nuovo al “congiunto”. E stavolta non c’è stato neppure uno del Pd a ricordare, come fece Graziano Delrio in Parlamento, che: “Si chiamava Piersanti!”.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali