I moralizzatori della tv

Andrea Minuz

Il grillismo muore in politica ma resiste nei talk-show. Nascosti dietro il mantra del “vogliamo capire”, Giletti, Giordano e compagnia continuano a celebrare il rito anti Casta sopravvissuto a Tangentopoli

"Mai più vitalizi!”. “Fermiamo la casta!”. “Basta privilegi!”. La manifestazione organizzata dal M5s è al suo culmine di rabbia, indignazione e invocazione di Onestà quando in piazza Santi Apostoli arriva l’inviato delle “Iene”, Filippo Roma, meglio noto come “Il moralizzatore”. Il clima è teso. Parte qualche spintone. Gli urlano contro: “Vattene via!”, “Venduto!”, “Buffone!”. “Il moralizzatore” è soprannominato così perché alle “Iene” “cerca di portare sulla retta via le persone che intervista”, ma adesso i ruoli sembrano invertiti. “Ragazzi io sto qui con voi”, dice quello provando a calmarli, “sono contro i vitalizi… questa è una battaglia che abbiamo fatto insieme!”. Macché. Niente. “Sei complice!”, “Sei come loro!”, e di nuovo tutti insieme, “O-nes-tà! O-nes-tà!”, urlato in faccia come un ringhio rabbioso, una minaccia, un’ingiuria. Alla fine lo scortano via per evitare che si passi ai cazzotti. “Ci sono rimasto male”, dirà poi “Il moralizzatore”, “è stato un vero cortocircuito. Posso capire che per una serie d’inchieste che ho fatto la base non mi ami, anche se dovrebbero ringraziarci perché le inchieste sono servite a scoprire delle mele marce. Ma nel momento in cui sono lì contro i vitalizi, loro comunque non capiscono e in maniera ottusa continuano a insultarmi”. 


Nel remake del “Moralista”, al posto della battaglia per il “comune senso del pudore”, una lotta senza tregua ai vitalizi


 

Il “Moralista” era il titolo di una commedia pazza e cattivissima con Sordi, integerrimo segretario generale dell’“Ufficio Internazionale della Moralità Pubblica” di giorno, e scatenato gestore di un giro di night-club con tratta delle bianche di notte. Il personaggio di Sordi, che nel film si chiama Agostino, era modellato sull’assessore dell’ala destra Dc, Agostino Greggi, implacabile nemico del nudo, fustigatore dei manifesti di Brigitte Bardot, strenuo difensore della cristianità, molto attivo anche alla fine degli anni Ottanta, quando denunciò Canale 5 per aver trasmesso “9 settimane e ½” in prima serata. Nel remake del “Moralista” che vorrei, al posto del segretario dell’Uimp dovrebbe esserci un personaggio della grande comédie humaine dei nostri talk-show. Al posto della battaglia per il “comune senso del pudore”, una lotta senza tregua ai vitalizi. Dovrebbe avere il corpo plastico e l’occhio da matto di Mario Giordano, lo sguardo inquisitorio di Giletti, l’agitazione col ciuffo di Porro, la purezza illibata e riccioluta di Fazio, gli applausi di Floris, la dolenza di Saviano. Educatore, censore, predicatore, l’indice puntato contro la politica corrotta e corruttrice, il giornalista televisivo è il grande moralizzatore dei nostri tempi, in missione per conto dell’Onestà. La campagna contro i vitalizi è un esempio perfetto. Una battaglia che poteva essere fatta in nome del riformismo, ma che cavalcata dalla televisione è diventata ben presto l’emblema della più furibonda, feroce, spaventevole spinta moralizzatrice della “piazza”. Basta guardare le facce della gente alla manifestazione di sabato scorso. Non erano lì per far risparmiare soldi allo Stato. Erano lì per un rito purificatorio, un regolamento di conti, una vendetta, una grande catarsi collettiva in memoria delle monetine al Raphael. Non odiano i vitalizi. Odiano i politici. Però con 771 ricorsi presentati da altrettanti ex senatori contro il taglio dei vitalizi il tema torna a scaldare i talk-show. I nostri moralizzatori non aspettavano altro. Perché la parola “privilegi” forma un groviglio dove dentro ci finisce un po’ tutto, purché sia utile a mantenere in piedi un confine morale netto e indiscutibile tra la piazza e il “Palazzo”, un confine che dal 1992 è difeso, nutrito e salvaguardato dalla televisione.

 

Schiacciato tra un Bugo da Mara Venier e un Morgan più mamma, sorella e ricostruzione scala uno a uno della sua cameretta da bambino da Barbara D’Urso, Massimo Giletti domenica scorsa è corso ai ripari giocandosi la carta “privilegi” nella variante hardcore della lotta armata. Dopo anni e anni di “orgoglio e vitalizio” bisogna pur inventarsi qualcosa. Il plot è noto. C’è l’ex brigatista finito nel dimenticatoio della storia e infine ripescato da tv e giornali quando si scopre che lo stesso “Stato di merda” che doveva abbattere gli dà anche il “reddito di cittadinanza”. C’è la nipote del Duce, Rachele Mussolini, incorniciata nella Fiamma tricolore che arde nello stemma di Fratelli d’Italia, e recentemente espulsa dai social per un tenero post di buon compleanno rivolto al nonno. Opinionisti: Daniela Santanché e Luca Telese. Un casting da cinepanettone o “Grande fratello” o “Uomini e donne” versione Anni di piombo. Infine, c’è la frase di Etro, metà citazione di Graham Green, metà insulto alle vittime del terrorismo, nonché impreziosita da uno “zoccola” rivolto alla Mussolini Rachele, e da uno “scusa un cazzo” alla Santanché, mentre questa l’invitava a rimangiarsi la frase. La miscela ideale per prendersi tutta la scena. “Le pago il taxi di tasca mia”, dice Giletti mentre caccia Etro dallo studio, col pubblico in deliro, gli applausi a scena aperta e quell’altro che domanda sottovoce, “Dove devo andare? Dov’è l’uscita?”, quasi rovinando all’ultimo un numero sin lì pressoché perfetto. Quindi parte un monologo sui due episodi più incresciosi della carriera di Giletti, mettendo insieme leggi razziali e sequestro Moro (ma in fatto di “unità proletario per il comunismo” ci sarebbe il celeberrimo precedente del lancio a terra del libro di Mario Capanna, quando ancora “Non è L’Arena” si chiamava “L’Arena”, anche lì per un problema di vitalizio). E’ la scena perfetta di ogni talk. Il moralizzatore solo contro tutti. In lotta col comunismo armato, il fascismo, le Leggi Razziali, la mafia, i vitalizi, le pensioni d’oro. “Mi spiace per Etro, non avevo altra scelta”. Etro se ne va. Come Bugo a Sanremo. “Le brutte intenzioni, la maleducazione, ringrazia il cielo sei su questa Arena, ringrazia chi ti ci ha portato dentro”. C’è però un’appendice sui social molto bella con Etro che il giorno dopo reclama il compenso per la sceneggiata, aprendo anche un’imprevista sottotrama omoerotica, in puro stile “GF” edizione Alfonso Signorini (“Dopo aver fatto la pazza isterica con me”, scrive su Facebook, “oggi mi ha telefonato Massimo Giletta [scritto così, con la A]: Ma sul serio hai detto che piuttosto che con la Santanché lo faresti con me?”). Mentre sui giornali parte il dibattito, anche vagamente filologico, sulla frase di Green, il passaggio della puntata da mandare a memoria è un altro: “Lei viene qui a fare il cabaret”, dice a un certo punto Telese. “Sì però mi avete chiamato voi”. 


“C’è la crisi di governo e Renzi va a sciare in Pakistan! Prende la seggiovia!”, urlava Giordano nell’ultima puntata


 

Dalla tv di Santoro e Funari agli spettacoli di Travaglio, le radici dei talk-show sono ben piantate nel teatro brechtiano, nella farsa, nel gusto per il melodramma e in quello ancora più incisivo per il Bagaglino. Ma è certamente Mario Giordano colui che più di altri si spinge oggi verso nuovi orizzonti di fustigazione della politica e annichilimento del dibattitto. Le sue campagne moralizzatrici sono un formidabile esempio di riscrittura dei format della telepolitica nella tradizione inglese dei “morality plays”, con la danza macabra, l’ars morendi, gli abissi del vizio, cioè appunto, i vitalizi. Mercoledì scorso in studio c’erano anche la morte con la falce (che rappresentava le tasse) e alcune partite Iva chiuse nella gabbia, come l’“Everyman” dell’omonimo dramma religioso del XV secolo, ripreso anche in un bel libro crepuscolare dell’ultimo Philip Roth. Come un predicatore medievale, Giordano restituisce ai talk-show una dimensione didattica e persuasiva, con il sermone messo in primo piano davanti la telecamera al posto dell’obsoleta intervista. “C’è la crisi di governo e Renzi va a sciare in Pakistan! Prende la seggiovia!”, urlava Giordano nell’ultima puntata. Accanto a lui un cartonato del leader di Italia viva e un illustre sconosciuto messo lì in rappresentanza dell’uomo comune, quindi vestito con una brutta tuta da sci anni Ottanta, la tuta da sci di chi “non arriva a fine mese”. Poi partiva improvvisamente un rap sui vitalizi, i tagli, gli sprechi, le auto di lusso, le auto blu. Giordano diceva “io mi sono rotto le scatole!” e la regia inquadrava un muro di scatoloni. Poi brandiva la mazza da baseball tricolore, quella con cui ha abbattuto le zucche di Halloween, girava pensieroso su e giù nello studio, con le prime file del pubblico vagamente intimorite di beccarsi una botta in testa a tradimento. Quindi il pezzo forte. Entra una torta gigante di “Alitalia”, ovvero la torta da “spartirsi” (le allegorie di Giordano sono didascaliche, ridondanti, senza la minima sfumatura, come nelle prediche dei grandi moralizzatori). Tutt’intorno irrompono comparse arabe, ballano su tappeti damascati tra le note di Renato Carosone, immersi in una mecca di cartone, tipo “Totò le Mokò”, da cui spunta fuori Gianluigi Paragone. È l’idea di Mario Giordano di “approfondimento giornalistico”. 


La scena perfetta di ogni talk. Il moralizzatore solo contro tutti. In lotta con comunismo, fascismo, mafia, vitalizi, pensioni d’oro


 

La scena ha invero qualcosa di ipnotico. Perché va riconosciuto a Giordano di aver creato l’unico talk-show che si può seguire benissimo senza volume, anzi che è meglio seguire senza volume, pieno zeppo com’è di idee e invenzioni di regia e lazzi sfrenati. Gli va riconosciuto di aver diffuso l’uso del leader politico in “cartonato”, ultima frontiera della rappresentazione della Casta. Gli va riconosciuto di aver esplorato (insieme a Giletti) il mondo dei vitalizi in tutte le declinazioni possibili, di aver immerso l’antipolitica nel più sfrenato immaginario surrealista, in uno studio televisivo pazzo, ricolmo di “objet trouvé”. Così Mario Giordano prende un paio di forbici enormi, fa entrare Cicciolina che “rivuole il vitalizio senza tagli”, e tutt’intorno uomini con la mascherina tipo scena dell’orgia di “Eyes Wide Shut”. Poi passa in rassegna “gli ingordi del vitalizio”, titolo che richiama sia i vizi della Casta che la golden age cinematografica di Cicciolina. Sfilano i vitalizi di Prodi, della Finocchiaro, di Angelo Pezzana, uno che prende il vitalizio da vent’anni. Finché usciti dalla fascia protetta, partono i filmati di repertorio con Ilona Staller. Come sappiamo, la linea sexy è un altro punto fermo dei talk-show di questi anni. Nei giorni del Festival, Giordano s’inventa il servizio sul “lato oscuro di Sanremo”, ovvero “l’aumento vertiginoso della prostituzione nei giorni del Festival della canzone, con una richiesta altissima di escort”. C’è l’infiltrato di turno che va a casa di “Wendy”. Discutono il tariffario (“70, 100, poi una cosa più bella per 150”) e infine scopre che in quei giorni Wendy lavora di più. Giordano guarda in camera e instilla nello spettatore il dubbio che cantanti, direttori d’orchestra, manager degli artisti vadano un po’ tutti a trans e mignotte a fine serata, altro che Dopo-Festival. 


L’archetipo della rappresentazione del Potere in Italia: l’inseguimento di Enrico Cuccia da parte del vice Gabibbo di “Striscia la notizia” 


La deriva moralizzatrice non riguarda certo solo i nostri talk-show, anche se lì si esprime al meglio. Anche i cuochi, un tempo dediti a cucinare, possono diventare profeti, inquisitori, predicatori. Chef Rubio si autoproclama “voce libera e di vero impegno civile sul campo”, in prima linea nell’attacco alla Casta, ai privilegi, agli abusi e da qualche tempo pure testimonial Wwf in difesa dei gorilla (“anche se i politici, i bracconieri, o chi commette abusi in divisa la faranno franca, io combatterò sempre”). Se le nostre legislature sembrano ostaggio di ego ipertrofici e bambini viziati e narcisisti passivo aggressivi è soltanto perché riproducono fedelmente quello che c’è lì, fuori “il Palazzo”. Nel frattempo, il giornalismo televisivo produce il mito della mitomania. Nascosti dietro il mantra del “vogliamo capire”, i grandi condottieri dei talk celebrano l’unico vero algoritmo su cui si regge la televisione: mostrare tutto per non dire nulla. Non a caso, all’alba della deriva moralistica del dibattito politico, dunque nei primi anni del post Tangentopoli, la televisione mise a segno quella che resta a tutt’oggi l’archetipo della rappresentazione del Potere in Italia, ossia l’inseguimento di Enrico Cuccia per le strade di Milano da parte dell’allora inviato di “Striscia la notizia” vice Gabibbo, Stefano Salvi. Son passati 25 anni esatti da quello che Aldo Grasso definì “il mutismo più eloquente in tutta la storia della tv”. Ancora oggi funziona come l’emblema di una politica oscura, silenziosa, che agisce nell’ombra e che ruba. La versione à la Antonio Ricci del mefitico “Io so” pasoliniano, padre e madre di tutte le inquisizioni e i moralizzatori televisivi a venire.