Contro l'antipolitica al governo. Una lezione di Salvemini

Claudio Cerasa

Cosa si rischia a trasformare in “casta” i valori non negoziabili della democrazia?

Due giorni fa, pochi minuti dopo la decisione presa dal consiglio di presidenza del Senato di approvare la delibera relativa al famoso taglio dei vitalizi, i massimi dirigenti del Movimento 5 stelle hanno rilanciato sui propri canali social un’immagine molto significativa composta da una data, “16 ottobre 2018”, e da tre parole scritte a caratteri cubitali: “Fine della casta”. Lasciamo per un attimo da parte ogni giudizio sulla qualità di un ceto politico che ha deciso di fare della violazione sistematica dei diritti acquisiti un proprio tratto identitario e proviamo a concentrarci solo su quelle tre parole: “Fine della casta”. Non vogliamo mettere in discussione il fatto che dopo aver abolito la povertà il M5s e la Lega siano riusciti ad abolire la “casta” ma vogliamo provare a discutere di come negli ultimi anni un pezzo maggioritario della classe dirigente italiana abbia contribuito a trasformare in un qualcosa da eliminare qualcosa che meritava invece di essere protetto.

 

Ci si può girare attorno quanto si vuole, ma la ragione per cui è difficile trovare le parole giuste per combattere la casta degli anticasta è che coloro che oggi dovrebbero essere in prima linea a fronteggiare i professionisti dell’antipolitica hanno purtroppo creato le giuste condizioni per far diventare un privilegio inaccettabile non tanto l’idea del vitalizio ma quanto alcuni valori non negoziabili di una sana democrazia parlamentare. La casta degli anticasta forse non potrà ammetterlo in modo aperto, ma la verità è che chiunque negli ultimi anni abbia trafficato con l’antipolitica da un lato ha contribuito a far diventare mainstream l’antiparlamentarismo mentre dall’altro ha contribuito a far diventare il mestiere della politica semplicemente una scatola vuota. Se ci pensiamo bene, la trasformazione dell’antiparlamentarismo in una prassi politica modiala è una delle ragioni che ha portato il nostro paese a sottovalutare quanto possa essere pericoloso avere al governo un partito che ha raccolto voti promettendo di distruggere la democrazia rappresentativa. E dall’altro lato, se ci pensiamo ancora meglio, aver permesso di trasformare il mestiere della politica in una scatola vuota ha creato le condizioni giuste per far emergere una classe politica mediocre, vulnerabile, ricattabile, circondata da Lanzaloni, dominata da incompetenti, pronta a essere eterodiretta per statuto da server esterni controllati da srl private, e che ovviamente non può che avere tutto l’interesse a rendere il mestiere della politica sconveniente, pericoloso, intercettabile, inadatto ad attrarre eccellenze e adatto quasi esclusivamente a chi non ha praticamente nulla da perdere.

 

La fase storica è naturalmente diversa, ma a voler osservare con attenzione il modo in cui chi doveva combattere gli anticasta è finito invece per essere spesso complice degli anticasta, viene naturale ricordare una riflessione fatta da Gaetano Salvemini alla fine della Seconda Guerra mondiale relativa al logoramento della democrazia liberale generato dalla battaglia senza quartiere organizzata contro il giolittismo prima dell’avvento del fascismo: “Mentre noi riformatori assalivamo Giolitti dalla sinistra accusandolo di essere, ed era, un corruttore della democrazia in cammino, altri lo assalivano dalla destra, perché era anche troppo democratico per i loro gusti. Le nostre critiche non favorirono una evoluzione della vita italiana verso forme meno imperfette di democrazia, ma favorirono la vittoria dei gruppi militaristi, nazionalisti e reazionari che trovavano la democrazia di Giolitti anche troppo perfetta… Se mi trovassi nuovamente in Italia fra il 1900 e il 1914 con quel tanto di esperienza che ho potuto mettere insieme nei trent’anni successivi, non tacerei nessuna delle mie critiche al sistema giolittiano, ma guarderei con maggior sospetto a coloro che si compiacevano di quelle critiche, non perché essi volessero condurre l’Italia dove noi avremmo voluto che arrivasse, ma precisamente nella direzione opposta”. Provate a sostituire la parola “Giolitti” con la parola “casta” e avrete forse chiaro perché quella che abbiamo cominciato a chiamare casta in realtà non era altro che qualcosa di più prezioso: il nostro amore per la parola democrazia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.