Ci meritiamo l'Italia creata dai talk-show

Maurizio Crippa

Il nostro paese si prepara alla “tempesta perfetta”, lo dicono tutti: in Europa, nell’economia. Ma c’è qualcosa di peggio: i mostri del rancore, i Landini e i Davigo fomentati per anni dalle tv, stanno per prendere il potere reale. Guai

"Potrebbe essere peggio - E come? - Potrebbe piovere”. La democrazia mondiale dovrebbe essere per sempre grata a Marty Feldman. Mentre le Leggi di Murphy (se una cosa può andare male, lo farà) sono pessimismo sociopatico, decrescita infelice delle capacità di reazione, il Grande Strabico guarda avanti, vede la situazione ma invita a resistere. L’irreparabile non è ancora accaduto.

 

Eccettuata la parte del paese che soffre di distopia meteorologica come Gigi Di Maio, che scruta i cieli d’Europa e gli pare di aver tempo “fino a maggio”, il resto del mondo ha rimesso in voga un’immagine marinara per descrivere quel che sta per accadere: la tempesta perfetta. Lo spread, il downgrade del rating, il deficit che esplode, i missili della guerra dei dazi che piovono pure sui nostri capannoni, il buco nelle casse del reddito di pauperanza. E il paese a un passo da strapparsi, nel tiro alla fune tra condoni al Nord e assistenzialismo al Sud, come spiegava Angelo Panebianco sul Corriere lunedì (toh, il Corriere: arruolatosi buon ultimo tra gli scrutatori della tempesta perfetta). Tutto è pronto per lo scatenarsi degli elementi. Peccato che a governare la barca ci sia una ciurma senza bussola, e la rotta la disegni qualche capitan Schettino già scappato in Svizzera col malloppo.

 

Eppure, potrebbe essere peggio. Potrebbe arrivare infatti – si sta già gonfiando – un tornado in grado di spazzar via l’Italia non soltanto dalla Nations League dei paesi che crescono, ma anche dalla Nations League della democrazia, della civiltà del diritto. Potrebbe succedere che tutte quelle nubi giallo-nere, da tramonto dell’occidente, quei pensieri obnubilati, quei tuoni minacciosi che per anni abbiamo sentito rombare nei talk-show, orchestrati da domatori di circo conniventi o indecenti – alcuni poi passati all’incasso – diventino sotto i nostri occhi il potere reale, e il potere ideologico, del paese. Uno come Piercamillo Davigo – che la carriera se l’è fatta sul campo, e non in tv beninteso – ma che da anni spiega in tv come mandare in galera anche i colpevoli che non sono ancora stati scoperti è diventato il maître à penser di Via Arenula. Uno come Marcello Foa, talmente sovranista che sembra un fake creato da un troll russo, deciderà della prima industria culturale del paese. Uno come Maurizio Landini, che ha passato anni a fare la caricatura del cipputi in favore di telecamere, prenderà il posto di Susanna Camusso, che al confronto sembra Angela Merkel, teoria e prassi dell’economia sociale di mercato: finiremo per rimpiangerla, mentre contempleremo attoniti un sindacato dei lavoratori che insegue le politiche anti lavoriste del partito dei disoccupati sussidiati.

 

Anni di cattiva maestra televisione con la scusa di parlare di quanto stesse male la gente (la gente che sta male davvero, però, di solito non la si vedeva: solo claque e comparse) hanno dato voce a una vera casta, a una compagnia di giro di patafisici dell’economia che hanno spiegato agli italiani che il male era l’euro, lo spread un complotto e la povertà il frutto delle auto blu. Apprendisti stregoni come Claudio Borghi Aquilini, la mano de Dios leghista dello spread. Come Alberto Bagnai, sovranista e antimondialista. Come Antonio Maria Rinaldi. Solo che adesso questileoni da teleschermo stanno alla commissioni Bilancio e Finanze, e Rinaldi vorrebbe la Consob (“sono stato sondato e ho un ampio gradimento sia tra la base dei Cinque stelle che della Lega”). Hanno insegnato l’invidia sociale per la ricchezza, l’ululato contro i vitalizi (comunicazione M5s: “10 ottobre 2018 – abolizione dei vitalizi al Senato – FINE DELLA CASTA”. Dieci anni di balle a mezzo stampa ci hanno messo, per ottenerla). E a togliere le “pensioni d’oro” persino a chi se le è pagate col metodo contributivo: siamo all’esproprio proletario. Una livida rappresentazione del mondo evocata per anni come un incubo sta diventando reale. Potere reale. Poi mettete i figli degli immigrati che non possono mangiare. Poi mettete i gendarmi ai confini. Poi metteteci il rancore sociale. Poi mettete la Sciarelli al Tg1 – dalle le vite degli altri ai fatti nostri. Tutto quello che è sempre sembrato una street art disegnata male adesso è vero. Ma potrebbe essere peggio. Ancora non piove.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"