Caccia al compratore

Marco Cecchini

Con gli investitori in fuga e il Qe in esaurimento, chi acquisterà il debito italiano? Non guardate il “popolo”

Roma. La domanda che gli investitori internazionali si fanno oggi: è la seguente: chi è il marginal buyer del debito italiano? Ovvero, chi comprerà il debito dell’Italia man mano che alcune categorie di acquirenti si ritireranno fin quasi a dileguarsi nella nebbia del mercato? Fino a qualche mese fa la risposta era facile: le banche nazionali e, finché sarà in piedi il Quantitative easing, la Banca centrale europea tramite la Banca d’Italia. Oggi la risposta è più difficile. Perché il Quantitative easing, già dimagrito a 15 miliardi al mese da ottobre, si azzererà il 31 dicembre e perché la capacità “digestiva” delle banche italiane, che già ora detengono insieme alle assicurazioni circa la metà del debito nazionale, comincia ad incontrare dei limiti oggettivi. Dunque chi è il marginal buyer? Gli investitori internazionali sono in fuga.

 

Quelli che operano ancora sul mercato italiano dei titoli di stato si dividono attualmente in due categorie: chi opta per vendere subito i bond acquistati negli anni buoni, contabilizzando una perdita certa ma evitando di perdere ancora di più se le agenzie di rating declasseranno l’Italia e le cose peggioreranno (la maggioranza) e chi aspetta a vendere nella speranza che le cose migliorino, la crisi finanziaria non si concretizzi e il mercato giri. C’è anche qualcuno, per esempio la svizzera Ubs, secondo sui “ai prezzi attuali si aprono opportunità d’investimento perché anche in caso di un declassamento il debito italiano resterebbe comunque investment grade (non ancora spazzatura ndr.): un’opportunità che si apre comprando titoli a due anni però – precisa Mark Haefele, il capo delle gestioni patrimoniali – perché dopo è buio totale”.

 

Poi c’è chi, come la banca d’affari JP Morgan, si dichiara attraverso il Ceo, Jamie Dimon, “a fianco dell’Italia” ma si guarda bene dall’annunciare che è pronta a comprare Bot e Btp. Eccezioni a parte, le cifre parlano chiaro: dal picco di 1,3 trilioni di euro raggiunto nel 2008 la quota di debito detenuta dall’estero è crollata a 600 miliardi e rappresenta oggi circa un terzo dello stock contro il 46 per cento di banche e assicurazioni (in testa Poste, Generali e Unicredit, ultima Ubi), il 16 percento della Banca d’Italia, e il 6 per cento appena delle famiglie. Il marginal buyer non potrà essere la Bce, come si è visto. Dall’inizio del Qe Francoforte ha comprato titoli italiani per un totale di circa 350 miliardi. Con la fine del programma gli uomini di Draghi continueranno a rinnovare i titoli in scadenza ma non si affacceranno più sul mercato.

 

Dunque restano le famiglie, che sarà molto difficile far risalire dal 6 per cento detenuto se non attraverso ciclopiche iniezioni di fiducia che non arriveranno certo dai Cir, i conti di risparmio che rappresentano una goccia nel mare del debito (sempre che il governo non decida di saltare il fosso e mettere le mani nelle tasche degli italiani), e le banche che sono lo snodo cruciale di tutto il problema. Oggi gli istituti di credito nazionali impiegano in Bot e Btp circa il 9 per cento (in crescita) del loro attivo contro una media del 3,5 per l’Eurozona. Il connubio banche titoli di Stato costituisce un buco nero per l’autorità di vigilanza europea perché in presenza di una elevata quota di titoli a bilancio una crisi del debito rischia di innescare un circuito perverso (doom loop) che dal debito si trasferisce agli istituti di credito determinandone potenzialmente il fallimento.

 

Per questo Francoforte sollecita un giorno si e uno no i banchieri a ridurre la loro quota di titoli di Stato, il che si può ottenere o aumentando l’attivo, cioè i prestiti se l’economia cresce, o vendendo i titoli. Per gli istituti il dilemma pertanto è: comprare per evitare ulteriori cali dei prezzi e dunque sostenere il proprio bilancio o seguire le indicazioni di Francoforte. A maggio il Ceo di Unicredit, Jean Pierre Mustier, aveva fatto un atto di fiducia (“il mercato si calmerà”) e aveva aumentato l’esposizione del gruppo. Oggi forse è pentito. I prezzi in caduta dei titoli a seguito del continuo aumento dello spread causano una erosione del capitale di vigilanza che prima o poi conduce alla necessità di ricorrere al mercato e agli azionisti.

 

Secondo l’opinione di alcuni analisti sentiti dalla Reuters, l’aumento dello spread ha ridotto di un terzo di punto percentuale il coefficiente patrimoniale Core Tier 1 di Unicredit e di banca Intesa. Banca Popolare di Milano ha registrato un impatto ancora maggiore. Il sistema bancario italiano in altre parole si sta avviando a raggiungere una soglia oltre la quale ulteriori investimenti in titoli del debito pubblico nazionale diventano problematici. Il marginal buyer è ancora da trovare.