I 90 anni di Pannella

Clemente Jacky Mimun

Oggi sarebbe stato il suo compleanno. Ricordi di un amico, tra sorrisi e gli ultimi cento giorni

Anche a 90 anni Marco sarebbe stato forte, ingombrante e, come sempre, proteso verso il futuro. Un vulcano di buone idee per tutti, prodigo di sorrisi sinceri. E, nonostante le cravatte impresentabili, dai colori sgargianti, quella sottile sacca da mendicante, zeppa di sigarette e cellulari sulle spalle, avrebbe mantenuto sempre una aria da gran signore. Ma purtroppo il cuore di Marco si è fermato quattro anni fa nel primo pomeriggio del 19 maggio in una clinica romana.

 

Era una giornata tiepida e lui era assistito, al solito, da Matteo Angioli e Laura Hart. Li ho raggiunti pochi istanti dopo la morte di Marco. Il tempo di dargli un bacio sulla fronte ancora calda, poi il tentativo vano di consolarli. Ma anche se da cento giorni ero assolutamente consapevole dell’epilogo, ero talmente addolorato da non essere in grado di profferire parola. Non ho versato una lacrima. Non riesco a farlo mai dopo un grande dolore. Durante il tragitto verso il Tg5 ho ripensato a quando conobbi Marco.

 

Ero ragazzino, avevo più o meno tre anni, e mi era rimasta impressa la figura di un omone biondo, che abitava in pensione da mia nonna a Monteverde vecchio, che ogni tanto trovavo in cucina mentre mangiava una mela. Era in camera con un suo amico, Sergio Stanzani Ghedini, al quale è rimasto legato per tutta la vita. 

 

 

Ritrovai Pannella da giovanissimo giornalista, a metà degli anni 70. Incuriosito dal mio cognome fu lui a chiedermi “ma tu sei per caso parente di Zaza Bondi?”. “Certo – risposi – è mia nonna”. Da lì in poi siamo sempre restati in stretto contatto, anche se ho evitato ogni coinvolgimento politico. Le battaglie civili di Marco sono state coraggiose, fantastiche e spesso vincenti. Un miracolo, considerando che i media lo hanno sempre schifato. L’ho seguito da giornalista per oltre quarant’anni, e sono probabilmente l’unico con cui non ha litigato, ma voglio ricordare solo i suoi ultimi incredibili cento giorni. Li ho vissuti con Matteo, Laura, Alessio, Mirella, monsignor Paglia, il dottor Santini e i tantissimi amici e avversari di Pannella, che si sono avvicendati in via della Panetteria. Giorni speciali, non tanto e non solo, per le visite: da Berlusconi a Renzi, da D’Alema a Rutelli e tanti altri ancora. Da Vasco Rossi a Renato Zero. E neppure per le telefonate affettuose e preoccupate dal Quirinale e dal Vaticano.

 

Marco non aveva mai appetito e si andava spegnendo. Aveva un colorito spaventoso e si muoveva con grande difficoltà. Decisi di fare il prepotente, assumendo il ruolo di vivandiere. A forza di pizza bianca e rossa di gran qualità, crostate di visciole e ricotta dal Portico d’Ottavia, mozzarelle e primo sale direttamente dal miglior caseificio di Priverno, riaccesi in lui il desiderio di mangiare. Soprattutto cose buonissime. Come quando per il suo ultimo compleanno mi presentai con una torta millefoglie magnum con crema chantilly, accompagnata da un paio di bottiglie di Dom Perignon.

 

Riuscire a strappargli un po' di torta per gli altri fu una impresa. Ma tutti insieme gli strappammo un grande sorriso. Si sentiva circondato da amicizia e amore. Ed era proprio così. Ma prima del lungo e tenero addio lo sorprendemmo a guardare ammirato il volo di gabbiani e piccioni ai quali rivolgeva parole d’amore per la natura. 

 

 

In casa Pannella Radio radicale era sempre accesa e non di rado Marco ribatteva ad alta voce ai discorsi parlamentari, quasi potesse interloquire. Ma non escludo che le sue “stravaganze” fossero un modo per prenderci in giro. Non scherzava per niente, invece, quando parlava della sua infanzia, dei suoi primi amori, della politica e del valore di una vita spesa per la libertà. Vasco Rossi che ha sempre definito Marco il suo alter ego politico lo ricorda come “un provocatore di coscienze. Decisamente rock”.

 

A me manca un amico. All’Italia un politico onesto, leale e visionario.