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Come non chiudere i Radicali

Caro Sofri, non basta un Congresso per presidiare il vitale fronte transnazionale. La filosofia politica che c’era dietro il Pannella monotematico, quand’è che lo schema è entrato in crisi e perché.

14 Giugno 2016 alle 10:47

Come non chiudere i Radicali

Marco Pannella (foto LaPresse)

Sottraendosi alle insidie di una polemica centrata sulle amministrative ancora – per via dei ballottaggi – in corso, una polemica che vede lacerata e frammentata, tra aspre polemiche, la “galassia” radicale, Adriano Sofri ha provato sul Foglio a tracciare il percorso di un futuro possibile per quella galassia e, in particolare, per il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito. E’ una questione su cui, ovviamente, si arrovellano i Radicali, assieme a quanti con i Radicali, o con Pannella, hanno avuto una commistione di intenti più o meno stretta o intima. Ma è bello – e personalmente lo ringrazio – che a porre la domanda sia uno istituzionalmente non-radicale, anche se dei Radicali e di Pannella da sempre strettissimo sodale, di lotte e di vita. Credo purtroppo sia il solo.

 

Per darci una immagine di cosa sia (o sia stato) il Partito radicale dalle sue origini, Sofri trascrive una bellissima lettera in cui Pannella fa una sorta di riassunto dello Statuto, il documento fondante approvato al terzo Congresso del Partito (Bologna, 1967): “L’iscrizione non comporta alcuna forma di disciplina (…) si compra la tessera, come si compra un biglietto di treno (…). Un partito nonviolento è il luogo dell’incontro di gente di buona volontà…”, eccetera. Quello Statuto, ricorda opportunamente Sofri, era per i Radicali quel che per altri è “il manifesto o il programma”. E si chiede “se l’impegno a tenere o rimettere insieme i pezzi della galassia radicale potrebbe partire da ‘Tornare allo Statuto’”. Sarebbe bello, se non fosse impossibile. Sofri non ricorda (non può, evidentemente) quel che Marco nella sua lettera sottace, e cioè che quella “gente di buona volontà”, cui non era chiesto di “sacrificare la propria libertà a una identità collettiva”, era poi anche quella che Marco stesso, con il suo immenso carisma, sapeva compattare e “scagliare” su un obiettivo, un unico obiettivo, carico di forza esplosiva come di volta in volta furono il divorzio, l’aborto, i referendum, l’amnistia, eccetera. “La gente di buona volontà”, gli iscritti o militanti del partito, di anno in anno, nei congressi, sceglievano tra le tante iniziative possibili, e perseguivano solo quella che veniva approvata a maggioranza qualificata. E di volta in volta, anno dopo anno, c’era chi “comperava” il biglietto del treno radicale ma anche chi ne scendeva, non condividendo la scelta congressuale. Così sono state via via costruite tutte le iniziative, vincenti o perdenti, per le quali Pannella spese la sua carica carismatica.

 

Da qualche anno, questa caratteristica dell’obiettivo unico si era perduta: in tanti degli ultimi congressi, la mozione era diventata un centone che raccattava ogni minimo suggerimento, idea, proposta avanzata nella sede congressuale da questo o quello dei presenti. Questo sistema serviva a vincere i congressi, e si è via via istituzionalizzato diventando la molla effettiva della nascita di Radicali Italiani, convinti di poter recuperare attraverso la moltiplicazione degli obiettivi quel consenso (elettorale) che la prassi monotematica sembrava aver fatto perdere. Non ci si accorgeva di stare imitando e perfino precedendo, per questa via, il movimento grillino e rinfocolando tutte le infinite rabbie anticasta che stanno dissolvendo ogni possibilità di una politica ancora definbile come razionale. Il monotematismo pannelliano aveva la sua fonte profonda nella rigorosa e testarda analisi del sistema politico italiano, con la sua partitocrazia, la sua ingovernabilità. Pannella introdusse nel lessico il termine di “alternativa”, in un paese nel quale neppure il termine di “alternanza” aveva un suo legittimo status, stretto come era nella morsa del consociativismo, dell’unità nazionale, eccetera. Al di là dell’obiettivo del momento (il divorzio, l’aborto e via dicendo) le campagne pannelliane ponevano al centro l’obiettivo di scardinare il sistema, favorendo la nascita e la crescita, appunto, di una “alternativa” di classi dirigenti (anche sul piano sociologico), nonché – evidentemente – di istituzioni (sistema elettorale uninominale, effettivo bipartitismo, niente finanziamento ai partiti…). In qualche modo, somigliava a quell’intransigente moralismo con cui Giuliano Ferrara combatte l’ammorbante “pensiero unico”, del dilagante “politically correct”. E non per caso Pannella dimostrò attenzione verso la “brava gente” grillina. Con un distinguo: lui aveva come bandiera e punto di riferimento il diritto, la legge, Grillo ha un sistema valoriale di tipo contenutistico, identico o parallelo a quello delle forze che combatte.

 

Il lascito di Pannella è molto complesso, ma quasi sempre misconosciuto. Un notissimo studioso della politica, Sergio Romano, ha osservato che l’indicazione gandhiana di Pannella era fuori luogo, perché l’Italia non è un paese paragonabile a quell’India che Gandhi portò, con le sue campagne nonviolente, all’indipendenza dall’Inghilterrra colonialista. Non si è mai avvertito che, grazie alla scelta nonviolenta gandhiana, Pannella ha potuto, all’epoca della Guerra fredda, mettere in piedi un movimento antimilitarista che si poneva in diretto confronto politico con il pacifismo di scuola comunista, caldeggiato dall’Unione sovietica e dilagante in Italia e in Europa. L’antimilitarismo pannelliano era di pretto stampo occidentale, era nato nel dialogo costante con i movimenti di liberazione americani, dichiaratamente anticomunisti. La nonviolenza pannelliana fu, successivamente, un efficace antidoto alla violenza rivoluzionaria predicata (e perseguita) dai movimenti sessantottino e successivi, quelli della “rivoluzione sulla canna del fucile” (Mao). Durante la guerra nel Vietnam, i Radicali poterono invocare la pace guardando alla nonviolenza dei monaci buddisti e non agli eserciti di Ho-Chi Min. La nonviolenza pannelliana fu dunque un preciso discrimine politico, e di grande efficacia. E’ una eredità pannelliana che rischia di essere vanificata. Non è la sola.

 

Con molta precisione, Sofri individua altri punti sempre validi del lascito pannelliano (distanziandosi da Massimo Bordin, per il quale “dell’eredità di Pannella è inutile parlare”): per esempio auspica che “il desiderio di riaffrontare con una ambizione “sproporzionata” lo stato del mondo sia la chiave di una rinnovata iniziativa radicale in parallelo con la campagna “per il diritto alla conoscenza come fonte della transizione allo stato di diritto in tutto il mondo” (che non è, come dubita Sofri, una mera “tautologia”, ma un serissimo progetto). Sono questi i due pilastri che aprono la vista, come avverte Sofri, su un “orizzonte internazionalista” capace di combattere ”i pescecani dello statalismo nazionalista europeo”. Proprio perché anche io ritengo essenziali questi obiettivi e vorrei che non si disperdessero nel nulla, non sono d’accordo con Sofri sulla necessità di tenere – comunque – un Congresso del Partito transnazionale. Ci si dovrà arrivare, ma quando si avrà la fiduciosa prospettiva che possa essere qualcosa di nuovo e di produttivo, non la fotografia di un esistente che oggi è in sicuro deficit di possibilità, e di speranze.

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