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La voce di Bordin. È ora di difendere chi gli dava voce

Le lettere al direttore del 18 aprile 2019

Al direttore - Niente aerei, solo treni, dice Greta. Praticamente il piano Alitalia.

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Ho sperato da ateo matricolato in un miracolo che non c’è stato. Non c’è più la migliore rassegna stampa del globo terracqueo non c’è più Bordin Line non c’è più uno dei pochi giornalisti liberi e indipendenti non c’è più il mio amico Massimo Bordin. Ciao Massimo… spero comunque di leggere ogni tanto poche righe che manderai da chissà dove.

Frank Cimini

 

Senza il nostro adorato Massimo non ci sarà più la voce del nostro risveglio. E mai come oggi un Parlamento con un po’ di dignità dovrebbe farsi in quattro per capire cosa vuol dire, dopo aver perso quella voce, togliere la voce a chi ogni giorno, in radio, gli dava voce.


 

Al direttore - Aveva fatto di Stampa e regime una necessaria abitudine per tutti coloro, di qualsiasi schieramento politico (fra quanti sanno leggere e ascoltare, beninteso), volessero capire la trama che si svolgeva sotto il chiacchiericcio o l’abbaiare della politica italiana. Trovava sempre la parola perfetta, levigata dalla sua cultura politica e storica, per definire un contrasto, un’alleanza precaria, una fanfaronata, un intrigo. E non era, quasi mai, una parola acuminata, scagliata per ferire. Era un involucro di sapienza esplosiva che avrebbe potuto deflagrare in qualsiasi momento della giornata, e costringerti alla resa, ma senza subire la voluttà della conquista.

Più eloquenti ancora i silenzi sospesi sugli abissi della stupidità o dell’ipocrisia. Bordin, in quell’ora e mezza mattutina, sapeva salire ad altezze vertiginose, e planare lentamente, accompagnato dai venti che esplodevano dai suoi bronchi, fino a calare con rapidità infallibile sulla preda avvistata da lontano, fosse un commento improbabile, una citazione sbagliata, una dichiarazione insensata. Ma non c’è mai stata in lui l’acidità del disprezzo, l’indignazione conforme, meno che mai l’autocompiacimento orgoglioso di chi ne sa di più . Forse si potrà rinvenire, riascoltandolo, soltanto una eccezione, recentissima, al suo non dire per meglio dire: la definizione che resterà per sempre tatuata sulla vita politica del sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, quella di “gerarca minore”. Bordin leggeva la cronaca quotidiana attraverso il filo della conoscenza storica, erudita e minuta al tempo stesso, con una percezione chiara dell’illusorietà del successo come della sconfitta. Ascoltarlo non era un percorso di informazione, ma di conoscenza. Soprattutto sul tema che lo appassionava di più, quello della giustizia, o per essere più precisi, dello stato di diritto, ovvero dello scontro fra il potere che monopolizza la forza e le forze che vi si contrappongono, per sopraffarlo o per esserne sopraffatte. Le sue inchieste in perenne sviluppo sulle falsificazioni del potere giudiziario travestito da Antimafia, o sul potere politico travestito da contropotere sono state un raro modello di civiltà liberale in un paese che sguazza da decenni nel fango della menzogna travestita da verità. Si trattasse della “trattativa stato-mafia” o dell’infinito affaccendarsi dei politici “investigativi” sui “misteri” italiani, culminati nelle autocelebrazioni delle commissioni parlamentari sul caso Moro. La tradizione radicale, Pannella insegna, non è fatta di libri, ma di parole, di parola dopo parola, alla ricerca del significato essenziale di ogni parola e quindi di ogni fatto, da compiere o da altri compiuto. Bordin ne è stato e ne resterà maestro.

Marco Taradash


 

Al direttore - Ancora non ci credo,  conoscevo Massimo da quattro anni ma da molti di più lo seguivo. Per me e molti altri è stato un punto di riferimento. Due anni fa gli mandammo una scatola di buoni Toscani per Natale insieme al mio primo libro. Mi disse che così lo viziavamo. Scovava tutte le interviste, gli articoli che valorizzavano il lavoro della Fim. Gentile, ma anche molto generoso e coraggioso come tutti gli uomini veramente liberi. La prima volta che lo sentii quattro anni fa, aveva lasciato un messaggio nella mia segreteria telefonica in cui mi chiedeva se poteva “disturbarmi”. Era un uomo di una cultura sconfinata. Riascoltai 50 volte il suo messaggio, Bordin che chiede se può disturbarmi? Eh sì per me era un mito. Per chi voleva sapere, la mattina presto, come andava il mondo, la sua rassegna era la cosa più seria in circolazione.  Pensare che questi sbandati al governo possano chiudere la sua radio, Radio Radicale, fa capire il segno dei tempi, come direbbe un altro grande, Leo Longanesi: “Buoni a nulla, pronti a tutto”.  Era un grande giornalista, ma soprattutto un uomo libero lontano dal giornalismo servile che è tornato di moda. Giovedì scorso dovevamo registrare insieme un programma sul lavoro. Non vedevo l’ora di rivederlo. Arrivato in radio Radicale il direttore Alessio Falconio mi disse  che erano tre giorni che mancava e che si scusava tanto, “perché aveva bisogno di curarsi”, registrammo il programma e al termine gli mandai un messaggio. “Caro Massimo, torna presto”.  Non rispose. E oggi appena finita l’assemblea in Maserati la notizia.  In questi giorni continueremo a cercare la sua voce la mattina presto in radio, o i suoi articoli sul Foglio.  Spero che nasca in Italia una nuova generazione che prenda il testimone di Massimo Bordin, la sua passione, il suo coraggio, la sua sterminata cultura.  La democrazia, senza chi le dà voce, è una altra cosa.  Ma adesso immagino come stai leggendo anche questo coccodrillo, da lassù, con un sorriso ironico di chi non ama queste cose, un colpo di tosse, già immerso nei giornali di domani che, come sempre, già conosci. 

Ciao Massimo.

Marco Bentivogli

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