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Parole in prigione

Massimiliano Coccia


A Secondigliano i padri scrivono lettere, i figli stanno in fila con i pacchi, le madri creano castelli

Una lunga fila composta da madri e figli, fuori dal carcere di Secondigliano: hanno con sé enormi pacchi, appena qualche giorno dopo Natale.

 

Le madri, come se quella fila fosse un gineceo, parlavano fitte tra di loro, in una fila ordinata e chiassosa. I figli disposti ordinatamente rumoreggiavano insolenti, feroci. Il dialetto diventava in quella fila una lingua nuova, non vezzo di appartenenza ma unico modo possibile di stare al mondo. 
Il mio giaccone blu e nessun taglio alla moicana hanno creato subito qualche sospetto nei miei compagni di fila. Il primo che mi ha rivolto la parola mi ha scambiato quasi sicuramente per un prete, perché da queste parti si parla solo con i preti e con gli avvocati. Il suo sguardo affilato si è fermato su di me e la sua bocca contornata da una barba precisa e geometrica mi ha parlato: “Non ce la faccio più ogni anno a fare questa fila, saranno dieci anni che sto in fila ci sono cresciuto qua dentro e Natale è pure il momento migliore”.

 

Gli ho chiesto per quale motivo stesse in fila e lui togliendosi la sicumera dalla bocca mi ha detto che il padre anni fa ha commesso un omicidio, una vendetta non meglio specificata, e da quel momento è diventato lui il capo della famiglia. “Tu non sai – ha continuato indurendosi – quanto è stato difficile crescere con un padre in galera, non sai quanto è difficile quando conosci una ragazza dire che tuo padre ha ammazzato una persona. Però io a mio padre lo amo, ca’ ci pozzo fare, anche se è un assassino”
. Continuavo ad osservarlo, mentre appoggiava il pacco a terra e si accendeva una sigaretta, gli ho chiesto cosa pensasse del fatto che il padre avesse reso orfano qualche altro figlio, lui mi ha squadrato e questa volta ha quasi urlato: “Chillu ‘nfam nun teneva figli si no a’ guerra nun fosse fernuta, magari sarei stato dentro con mio padre – e poi continuava – comunque avvoca’ la fila per voi non è questa, è quella più avanti, dove non ci sta nessuno”. 
Gli ho detto che non ero un avvocato, ma un giornalista di Radio Radicale ed ero lì per il pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio, un po’ stupito mi ha salutato dicendo “infatti c’era qualcosa che non mi tornava, voi mica siete normali, vi fate le feste in mezzo a noi altri disperati, una volta ho pure scritto a Rita Bernardini e mi ha pure richiamato, ma per mio padre poco ci sta’ da fare però”.

 

“Non ci sta amore senza perdono”

Nell’ingresso di mia competenza non c’era nessuno davanti a me. In questo carcere ho qualche conoscenza figlia di precedenti visite e del lasciapassare che Radio Radicale ha in questi posti per merito di Marco Pannella e del Partito Radicale. L’appartenenza a queste due realtà crea un effetto famiglia e ogni volta vengo travolto da storie da custodire e divulgare. In carcere si può solo ascoltare, ogni parola pronunciata è vana, perché ogni timore, ogni opinione rimbomba dentro le mura, non prende leggerezza durante i momenti d’aria. Scrivere in carcere è importantissimo, come mi ha insegnato Gaetano, un padre di tre figli che mi ha raccontato velocemente che ai suoi figli preferisce scrivere: “Io sono un museo per loro, sono una specie di rappresentazione di quello che non devono diventare. Ci ho messo un sacco di tempo a capire che questo è l’unico modo per fare il padre, non posso mica mettermi a fare la morale, posso solo dire quello che ho sbagliato. Gli insegno che non ci sta amore senza perdono. Lo diceva Gesù Cristo e lo dico pure io. Però queste cose gliele scrivo perché la parola su carta è più forte, la voce mia invece non vale niente”. Osservo a lungo Gaetano man mano che si allontana con la sua fila per rientrare in cella alla fine del pranzo, e rimane ancora adesso dentro di me la sensazione che quell’uomo, più di qualsiasi accademico titolato, abbia saputo esprimere al meglio il concetto di paternità, di umanità e di letteratura.

 

Le parole servono a curare. Come la fantasia, che per Ferdinando, Maria e Ciro svolge un ruolo decisivo ogni giorno. Ferdinando è un detenuto in semilibertà, Maria è sua moglie che quel giorno era vestita come una fidanzata al primo appuntamento, eccessiva pensavo per star fuori da un carcere, ma ben presto ho capito che per Ciro, il figlio di quattro anni, il padre non stava in carcere ma lavorava dentro il carcere per edificare un castello. “Saluta papà – ha detto Maria – che deve tornare in carcere a costruire il castello”. E con un bacio ordinato Ciro ha salutato suo padre. Maria mi ha detto sottovoce che quello era l’unico modo per proteggere suo figlio e con un sorriso mi ha detto anche che quello era l’unico modo che le avevano insegnato di fare la madre e la moglie, e poi comunque la felicità sarebbe arrivata a breve perché “manca poco a finire il castello”.

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