Cosa vuol dire trasformare un Ponte in un modello per far nascere la nuova Italia

Salvatore Merlo

Parla l’imprenditore Salini: “In Europa cadono i vincoli e in Italia deve cambiare la filosofia. L’industria è a disposizione del paese. Usatela!”

Roma. A un certo punto, al telefono, mentre è in macchina di ritorno da Genova mi dice una cosa fortissima: “Senza imprese, senza industria, questo paese non esiste. Come crede che si generino gli introiti che pagano gli stipendi pubblici e le pensioni? Se in Italia muoiono le imprese, questo paese va in malora. Qua non c’è più da scherzare. Bisogna fare. Perché è vero che ogni mattina ancora sorge il sole, ma quella che viviamo è una normalità apparente. E precaria. In America la crisi del ‘29 produsse il New Deal. In Europa, il fascismo e il nazismo. Veda lei”. E per questo ieri mattina, mentre si inaugurava il nuovo ponte Morandi, ricostruito a Genova in meno di un anno anche da lui, ecco che Pietro Salini, l’amministratore delegato di Salini-Impregilo, si è rivolto con queste esatte parole al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Glielo chiedo in ginocchio”, ha premesso. E poi, in un fiato: “Al paese serve un grande piano per il rilancio, il piano del governo Conte, come il piano Marshall”. E i soldi? “I soldi ci sono. L’Europa ha cambiato filosofia. Ora bisogna solo saperli spendere”. 

 

 

Sessantadue anni, Pietro Salini guida uno dei più grandi gruppi di costruzione del mondo: 8 miliardi di nuovi ordini nel 2019 e un portafoglio complessivo di circa 36 miliardi. E sta per acquisire il colosso Astaldi. Gli affari, le imprese, le costruzioni, dunque, un dio temibile e un destino che sembra inscritto nella sua carne di figlio e di nipote degli uomini che negli anni del Boom contribuirono a costruire le infrastrutture primarie del nostro paese. “Quelle che stanno cadendo a pezzi”. Il nuovo ponte Morandi è un modello? “E’ un’ipotesi di futuro”, risponde. “Ma le fotografie sono due. Una è quella del ponte ricostruito. E l’altra è quella della escavatrice seppellita a Roma, sotto piazza Venezia, dove la Metro C è incredibilmente ferma”.

 

Forse teme di sembrare catastrofista, Pietro Salini. E ha infatti l’aria di quello che mentre parla ha paura di non essere creduto fino in fondo. “Quando la gente legge che l’Italia perderà il 10 per cento del pil, forse non si rende conto di cosa implica questa fredda percentuale. Bisogna immaginarsi cosa significhi vivere in un paese che perde tra i 300 e i 400 miliardi di produzione industriale in un anno. Sono miliardi di tasse in meno”, dice. “Le do un termine di paragone”, aggiunge. E a questo punto, questo grosso imprenditore dall’aria simpatica, pronuncia una frase come se lasciasse scivolare perle lungo un filo: “Le pensioni in Italia sono 230 miliardi circa su 890 miliardi di spesa pubblica. Come si pagano se scompaiono le aziende che pagano le tasse e rendono sostenibile il sistema? Qui, con il Covid, non è solo in gioco la libertà di andare al mare questa estate. Ma sono in gioco il welfare, le pensioni, gli stipendi, il nostro livello di benessere. Il volto stesso del nostro paese. E io non mi voglio spingere fino al punto di dire che ci sono dei rischi democratici. Anche se forse lo penso. Però una cosa è certa: la dimensione della crisi è spaventosa. Allora per questo dico che ci vuole un piano. Un piano gigantesco, storico, coraggioso d’investimenti pubblici. L’Europa ci concede di spendere. Si stanno attivando meccanismi che prima non esistevano. E allora, diamine, spendiamo. Ora. Rilanciamo la crescita, l’unica cosa che rende sostenibile il sistema”.

 

Il governo garantisce i crediti che le banche daranno alle imprese. Non basta? “Finora si è pensato a far sopravvivere le aziende. Va bene. Ma non basta, no. Le aziende che ora si stanno indebitando con le banche, come faranno a ripagare i debiti se crolla la domanda interna e crolla pure l’export com’è ovvio che sia? Dove li prendono i soldi? Gli artigiani, i piccoli imprenditori, che ora ricevono 25.000 euro di prestito come li potranno restituire se non lavorano perché nessuno compra? Fare un piano di liquidità significa o ‘soldi a debito’ o ‘anticipazione di liquidità’. Sta nei manuali. Lo so. Ma perché dobbiamo scegliere la strada del debito, per le aziende? Può andare bene, per un breve periodo, forse. Ma non può essere la strada per il rilancio, anche perché le imprese erano indebitate già prima del Covid. Questi sono debiti su debiti. In Germania e in America non hanno costretto le aziende a indebitarsi. Perché invece lo stato non paga le fatture di chi deve incassare dei debiti? Oppure, perché non anticipa ai fornitori del denaro che poi ritorna sotto forma di prodotto, di vendite, di fatturato e dunque di tasse? Per questo ho chiesto a Conte di fare altro. Anzi, l’ho pregato in ginocchio. L’economia non riparte con un decreto che dice: riaprite. Non funziona così, purtroppo. Ci vuole un piano ambizioso che metta denaro in circolazione, nelle tasche delle persone, sicché possano spendere. E dunque comprare. E dunque far ripartire tutto. Queste cose si fanno, da che mondo è mondo, sin dai tempi di Roosevelt, in un solo modo: con le infrastrutture e gli investimenti pubblici. Anche questo è nei manuali. In Italia in questo momento ci sono circa 27 miliardi di opere pubbliche già appaltate ma ferme, per questioni finanziarie o di permessi burocratici. Già subito, nel brevissimo periodo, se le facessimo partire, ci sarebbero 50.000 persone al lavoro. Poi però bisogna progettare una totale ricostruzione, un ammodernamento visionario delle infrastrutture di base di tutto il paese accompagnati da una gigantesca opera di manutenzione dell’esistente. Strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, metropolitane. E’ una filiera. E’ una cascata. Di cose utili. Che restano. Che fanno girare le merci e le persone, che creano ricchezza nel breve, nel medio e persino nel lunghissimo periodo. Non c’è sviluppo senza infrastrutture. Ricostruiamo gli ospedali. Ne abbiamo bisogno. Investiamo nelle reti digitali. Tutti noi in questi giorni stiamo sperimentando, stando a casa, dei rallentamenti di internet che denunciano l’inadeguatezza dell’infrastruttura digitale. Lei lo sa che la Brescia-Padova, per esempio, che dovrebbe unire il corridoio europeo est ovest del paese, è in discussione dal 1992? Non è possibile vivere in un paese che è la bella addormentata. Specie adesso. Non è mica obbligatorio che il nostro futuro sia quello dei viadotti che crollano e delle scale mobili della metro di Roma che si accartocciano con il loro povero contenuto di carne umana”.

 

E mentre parla, Salini sottolinea le parole, come se lui stesso ne avvertisse quasi un sospetto di banalità, perché dovrebbero essere cose normali. E infatti, aggiunge: “E’ persino ovvio quello che dico”. Eppure in Italia forse non lo è affatto. In Italia l’impresa gira affannosamente in una sorta di cerchio oscuro e sbatte in continuazione contro innumerevoli ostacoli, persino ideologici, sub culturali, come se la ricchezza crescesse sugli alberi e non attraverso il lavoro di qualcuno. “Le faccio un esempio che mi riguarda. La mia impresa ha contratti a Napoli e a Milano. A Milano, la fattura, ci viene pagata a 140 giorni dalla sua emissione. Per fare la fattura noi ci mettiamo sessanta giorni. Questo significa che veniamo pagati duecento giorni dopo aver sostenuto il costo. Ora, tutto questo io me lo posso permettere, perché sono una grande impresa. Ma i tempi non cambiano per i piccoli. E loro restano strozzati. Per non citare i tempi di risoluzione delle controversie: fino a venticinque anni. E infatti le aziende sono fallite. Ben prima del Covid. Che precipita su un corpo che era già malato. Le do un dato delle sole imprese di costruzione: 230.000 morte in cinque anni, un milione di posti di lavoro”.

 

E la politica, litigiosa com’è, che può fare? “Intanto ci vorrebbe collaborazione. E in secondo luogo sarebbe auspicabile si prendessero delle decisioni semplici. Vogliono spendere dei soldi? Vogliono far lavorare due milioni di persone? Questa è la decisione politica. Poi la mette in pratica chi la sa attuare. Vogliamo fare il network digitale? Benissimo. Facciamolo fare a chi lo sa fare. Rivolgiamoci alle migliori competenze italiane. Bisogna smetterla di maltrattare l’industria italiana, che è una eccellenza. Perché, lo ripeto, non con arroganza ma con realismo e preoccupazione: senza l’industria questo paese non regge. L’industria italiana è a disposizione del paese: la usino. L’emergenza e la tragedia del virus stanno producendo una possibile soluzione non solo a questa gravissima crisi contingente, ma alla immanente crisi italiana che consiste in una sorta di rassegnazione al declino. In Europa cadono i vincoli di bilancio. Cambia la filosofia. Adesso ci è consentito investire. Facciamolo”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.