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L’Italia s'è fermata a Genova

Il ponte che crolla, la banca commissariata, le grandi opere da costruire. E poi la crisi e il mugugno, l’immobilismo trentennale, ma anche gli orizzonti difficili di una ripresa. Viaggio nei paradossi di una città in cui si specchiano il presente e il futuro del paese

14 Gennaio 2019 alle 14:46

L’Italia s'è fermata a Genova

Foto LaPresse

Città verticale, cantava Giorgio Caproni, con i suoi trapezi di cielo intrappolati fra le grondaie, con i muri delle case che sembrano convergere fin quasi a toccarsi, Genova è oggi città sospesa. Per una diabolica caparbietà del destino tutto si è concentrato qui, come se tutti i guasti d’Italia avessero voluto esplodere, tutti insieme, tutti in una volta, alla luce del sole, in un solo posto, quasi a volersi rendere inoccultabili e quindi forse anche curabili. E dev’essere proprio vero, perché anche il sindaco, Marco Bucci, mi dice “che Genova è metafora del paese”, con il ponte che crolla e la Banca commissariata, l’alta velocità che è da costruire e la bretella autostradale che invece forse non si costruirà mai, città frenata da trent’anni d’immobilismo, ancora benestante e tenuta insieme da un tessuto produttivo ostinato, sempre più vecchia, però, d’infrastrutture e di uomini, eppure ancora animata dalle imprese e dal business.

    


Ancora benestante e tenuta insieme da un tessuto produttivo ostinato, Genova è sempre più vecchia di uomini e infrastrutture


 

Per dieci genovesi con meno di quattordici anni ci sono venticinque genovesi che ne hanno più di sessantacinque. I morti sono il doppio dei nati. Ricca ma povera, dunque, come l’Italia che arranca, ma ancora c’è e si batte con il mondo che invece non rallenta e non invecchia. Anche Genova, specchio d’Italia, è quindi un ossimoro e un paradosso: è il porto di Milano verso i mercati americani e cinesi, è il cancello del nord produttivo spalancato sul mare, ma non è collegata con l’alta velocità e con le industrie che dovrebbe servire. Centrale, ma periferica. I treni sono corti, piccoli, trasportano poche persone e poche merci, rallentano sui declivi, anche quelli più dolci e collinari. Non esiste nemmeno una vera autostrada tanto che, salendo verso Milano, la A7 è tutta curve, una serpentina. Manesseno, Conago, Mainetto, Serra Riccò… a un certo punto compare un cartello quasi comico, surreale, forse drammatico: limite di velocità a 70 chilometri orari. E insomma sembra che tutto, o quasi, sia rimasto uguale a quando non si sapevano tagliare i tornanti, non si sapeva usare con la dovuta cautela la dinamite e non esistevano i macchinari per scavare gallerie e ripianare il terreno, e allora le strade salivano e scendevano, giravano e aggiravano, affrontando di petto o scansando queste colline e queste montagne che ancora adesso separano Genova dal resto d’Italia. Città chiusa, dunque, come il suo centro storico, attorcigliato su se stesso, avvolto in spire strettissime, dove la luce stenta a farsi largo. I famosi carrugi di Prè, Molo e Maddalena, sembrano un covo di contrabbandieri o di trafficanti, e la sera assumono un’aria quasi ostile, tra i budelli bui di De André (“Nei quartieri dove il sole del buon Dio / non dà i suoi raggi…”).

 

    

  

Così gli appena 140 chilometri che separano Genova da Milano, significano un’ora e cinquanta di viaggio, come nel dopoguerra. “I nostri ritardi infrastrutturali incidono su tutto il nord-ovest”, mi dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, “meno collegamenti vogliono dire minore competitività. Ogni biscotto prodotto a Pavia e imbarcato a Genova arriva ai consumatori in Nuova Zelanda con costi minori se i trasporti sono rapidi, se i treni sono lunghi e più veloci, se ci sono le gallerie, le autostrade, i ponti…”. Dal confine con la Francia sino alla Toscana, la Liguria è una catena montuosa continua, schiacciata sul mare. Questa è Genova. Una lunga falda scoscesa, corrugata da infiniti accidenti geologici, che s’inerpica fino a mille metri. Un itinerario architettonico complicatissimo, compreso tra due quote altimetriche: lo zero del livello del mare e il trecentodue della fortezza del Righi, che sovrasta la città.

  


   Gli appena 140 chilometri che la separano da Milano significano un’ora e cinquanta di viaggio, come nel dopoguerra


   

Persino il moncone amputato del ponte Morandi, questo squarcio su cui la sera cala una penombra grigia fatta apposta per trasformare i colori in sensazioni profonde, diventa la materializzazione di un isolamento che è stato quasi cercato, assecondando la natura, la geografia e chissà forse anche un carattere cittadino, quello su cui i genovesi scherzano, facendo il verso a se stessi. Genova è pur sempre la città dell’altro Risorgimento, con la resistenza all’italianità, ai Savoia e al Piemonte in marcia. Città indipendente. “Sapete qual è la più grande tragedia del treno? L’invasione di questa gente che viene da noi a fare i padroni a casa nostra: i milanesi”. La battuta è del comico Andrea Di Marco, che si esibisce nei cabaret in città, lo spiritoso fondatore del parodistico “Partito Estremista Ligure”. Rende l’idea. Ma Genova l’isolamento in realtà non lo ha coccolato, lo ha subito nell’indolenza, forse nella pavidità del centrosinistra che qui è sempre stato il motore immobile di ogni cosa. I venticinque anni della “rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi, la trasformazione del Pci in una forza riformista e modernista… ma dove? Il progetto di una bretella autostradale Voltri-Rivarolo, poi ridenominata “Gronda”, risale a decenni fa. Come pure il progetto del treno veloce Genova-Milano. Anni Novanta. C’era ancora Mario Schimberni a capo delle ferrovie e Claudio Martelli era vicepresidente del Consiglio. Poi è arrivata Tangentopoli portando con sé la Seconda Repubblica. Si è perso un tempo ciclopico, che rende bene l’idea di quanta retorica e quanto imbonimento abbiano accompagnato la lunga frenata degli investimenti di cui oggi si valutano le nefaste conseguenze. 

  

Ma arriverà il Terzo valico, nel 2020. Arriverà la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare Genova con Milano, con Torino, e poi quindi con il resto d’Europa, ammesso che finalmente in Piemonte vengano completati anche la Tav e il corridoio europeo verso Lione. Si farà il Terzo valico, questo è certo, malgrado i Cinque stelle che si sono opposti. E malgrado Danilo Toninelli, l’uomo che gli imprenditori di Genova da tempo osservano con la stessa curiosità che si deve alle cose bizzarre, al ministro delle Infrastrutture che le infrastrutture non le vuole, una figura incongrua e insieme inquietante come “l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, un caso clinico per il neuropsichiatra Oliver Sacks. Dice il presidente Toti: “Toninelli è una persona per bene. Non c’è niente di personale. E’ più schietto di Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, non pratica la loro furbizia. Toninelli è un documento ideologico politico vivente. E’ esattamente come appare”.

   


 Le ultime elezioni comunali sono state tradizionali: centrodestra contro centrosinistra. Seppellite con uno sbadiglio le belinate di Grillo. A Genova governa Bucci, un po’ leghista e un po’ funzionalista, rappresentante di un centrodestra che non conosce le smargiassate di Matteo Salvini


   

Qui a Genova, il sindaco e il presidente della regione Liguria dissodano il terreno troppo compatto, rimescolano nello stagno della politica nazionale, animano una polemica a bassa intensità con la parte grillina del governo, chiedono investimenti, azione, progetti. Ed ecco allora i paradossi, le aporie, le contraddizioni e gli ossimori, le spinte e le resistenze che rendono Genova un esempio da studiare forse nelle università e nei corsi di laurea in economia, o in antropologia culturale, chissà. Non c’è apparecchio fotografico abbastanza speciale da poterla contemplare, questa città. Non c’è sguardo che possa raccoglierla tutta. Non ci sono poligoni regolari in cui riconoscerla, né una geometria per decifrarla.

   

Secondo la Cgil, dal 2009 si sono persi oltre 20.000 posti di lavoro. Almeno 50.000 persone, contando all’ingrosso, sono state direttamente o indirettamente coinvolte dall’improvvisa disoccupazione, della cassa integrazione a zero ore o, se più fortunati, dal pensionamento. Il tasso di disoccupazione a Genova, tra il 2008 e il 2017, è passato dal 5,5 per cento al 10 per cento. E allora è proprio qui che si deve venire per capire il declino italiano, forse più che altrove, qui dove un ponte edificato negli anni del boom crolla segnalando i guasti di un paese interamente costruito negli anni Cinquanta, dove una banca preziosa ma troppo piccola e mal gestita come Carige periclita e viene commissariata, dove le grandi opere rese essenziali da una geografia tanto affascinante quanto impervia sono rallentate, non da oggi, da una politica di governo scombiccherata. A Genova s’evidenziano tutti i guasti e le malattie nazionali, le necessità, i miraggi, i luoghi comuni, i tic linguistici, le parole d’ordine e le frodi sintattiche. Ma anche le virtù. E’ qui a Genova che nel 2001 si è diffuso il lessico antiglobalizzazione, ai tempi del G8, ed è qui la casa di Beppe Grillo. Ma è anche qui che forse si segnalano le soluzioni, le ipotesi di rilancio, gli anticorpi, le opportunità per riagganciare la modernità e lo sviluppo, quella normalità in cui risiedono le ricette per resistere all’ideologia della palude e della decrescita inevitabile, alla logica pervasiva della politica che vorrebbe regolare, dunque divorare, ogni cosa.

  

I Cinque stelle a Genova non governano nemmeno un municipio, e a novembre, dopo la tragedia del ponte Morandi, Grillo ha annullato un suo spettacolo teatrale – “Insomnia” – temendo contestazioni in sala. Dopo l’alluvione del 2014, in via Brigata Liguria, zona Brignole, il comico già una volta era dovuto scappare via, in Vespa, perché dopo aver tentato un comizio estemporaneo per strada, di fronte a dei ragazzi che faticosamente spalavano il fango via dal museo di Storia naturale, era stato raggiunto da una domanda tagliente come una pernacchia, una cosa molto genovese: “Ma perché non spali anche tu, invece di parlare?”.

  

Genova è città intelligente, seria, colta, che la sera va a teatro e il pomeriggio frequenta le librerie del centro. Per strada la gente è ben vestita, su via XX settembre ci sono i manifesti dell’ultima mostra di Palazzo Ducale, “Paganini rockstar”, un successo di pubblico che nasce da una magnifica idea di Ivano Fossati. Una città refrattaria a qualsiasi forma d’ingenuità e di sbraco, apparentemente impermeabile agli spasmi plebei.

  

Eppure è una città che si sente depressa. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, dal quarto trimestre del 2018, la fiducia delle imprese ha ripreso a peggiorare, e anche la ripresa occupazionale viene giudicata in frenata. Il malumore è un sentimento di refrattarietà umana. Non appartiene a nessuna di quelle forme critiche, come il pessimismo, che denigrando il presente si rassegnano alle sue visioni tetre. Né appartiene all’indignazione, la cui esternazione morale è del tutto passiva, alimentata esclusivamente dai vizi altrui. Il malumore genovese si chiama mugugno, e ha prodotto in città una reazione molto diversa dallo sberleffo rabbioso che a Roma ha portato Virginia Raggi in Campidoglio, o dall’idea di continuità nella trasformazione che a Torino aveva sospinto la vittoria di Chiara Appendino. Nella terra del mugugno, infatti, il Movimento 5 stelle non è pervenuto al ballottaggio delle ultime elezioni comunali di giugno 2017, che sono state tradizionali: centrodestra contro centrosinistra. Genova ha seppellito con uno sbadiglio le belinate di Grillo, che pure da qui, come da una cassaforte, traeva la sua nobiltà, non tanto nella protesta anarchica e nel codice del carattere mazziniano e garibaldino, quanto nell’amicizia con i cantautori e con il Gabibbo, cioè con Antonio Ricci, che fu grillismo prima di Grillo.

   


Qui s’evidenziano tutti i guasti e le malattie nazionali. Ma anche le virtù. E’ qui che nel 2001 si è diffuso il lessico antiglobalizzazione, ai tempi del G8, ed è qui la casa di Beppe Grillo. Ma è anche qui che forse si segnalano le soluzioni, gli anticorpi, le opportunità per riagganciare la modernità


        

A Genova governa Bucci, un po’ leghista e un po’ funzionalista, l’uomo la cui barba metodica spunta al centro di questa città in bilico, il rappresentante di un centrodestra che non conosce le smargiassate di Matteo Salvini, le sgrammaticature, le pose da ganassa, né i selfie con la Nutella. Bucci è un sindaco burbero e schivo, uno di quelli convinti che non sia lo stato a dover essere forte, ma la personalità dei cittadini. Lo stato dev’essere solo efficiente, pensa lui. “Genova anticipa, e ha sempre anticipato, quello che succede in Italia, nel bene e nel male, dalle Br al governo Tambroni, fino alla Resistenza”, mi dice, lui che è anche il commissario alla ricostruzione del ponte crollato, e infatti già corre con una mano legata dietro la schiena, bendato e con la palla al piede, destreggiandosi nei cunicoli di quella mostruosità ideologica e giuridica che il governo ha battezzato “decreto Genova”. Ma poiché incarna un’antropologia seria e riservata, Bucci non si lamenta e non recrimina. “Credo che anche stavolta da Genova possa iniziare qualcosa che riguarda tutto il paese”, dice. “Con il dramma del ponte abbiamo visto cosa significa non fare le cose, lasciarle marcire, coltivare la retorica del benaltrismo e della stasi. La stupidità ideologica causa povertà, regressione sociale, persino tragedia. E allora bisogna lavorare. In silenzio. Ma lavorare. Adesso con il Terzo valico io immagino un’unica città metropolitana Torino-Milano-Genova, un sistema e un’economia integrati”. E Toti, che ha estro fantasioso: “Immagino una Singapore d’Italia”. Luci, ombre, crisi e orizzonti di ripresa. “Genova anticipa”, dunque, come dice Bucci.

   

E’ noto quanto in uno sbadiglio, o in una limatura di sorriso, ci possa essere tanta insofferenza, tanto attivo buon gusto, un preciso ed esortativo giudizio morale. Giovanni Mondini, il presidente di Confindustria a Genova, l’erede della dinastia Garrone-Mondini, quelli di Erg, del petrolio e della Sampdoria, aristocrazia borghese cittadina, ancora ricorda, trattenendo a stento le sue inflessioni cordialmente ironiche, una riunione con i candidati del Movimento 5 stelle alle elezioni comunali. Quel giorno si parlava del futuro del porto, al sesto piano del grattacielo di Confindustria, lì, in una grande sala della torre San Vincenzo, un tempo quartier generale della Sip, simbolo del capitalismo di stato che qui è entrato in crisi negli anni Settanta e ha lasciato macerie.

   

Davanti agli imprenditori portuali, ai terminalisti che chiedevano e ascoltavano, interessati e preoccupati, ecco che la candidata sindaco del M5s, Marika Cassimatis, diceva, lasciando tutti allibiti: “Qui noi dovremmo fare come a Tangeri o trasformare il porto in un parco giochi per bambini”. Mi dice Mondini, che appartiene a una famiglia – come i Costa, i Messina, gli Spinelli, i Malacalza, i Cosulich – di cui si può constatare la dura consistenza d’un asse ereditario scalfito dalla temperie del tempo, ma mai disfatto: “Siamo stufi di guasconate, credo”. Ecco Genova. Repubblica e città, luminosa e asfissiante, strapaesana e globale, che ha venduto nel tempo molto di quello che ha avuto per cercare di salvare la pelle, ma non la sua liberale signorilità. Né il suo carattere.

   

Eppure per trent’anni Genova non si è mossa. Adagiata nella sua ingannevole sicurezza, dormiva. E metteva la testa sotto la sabbia, si credeva invisibile, intoccabile, perfetta, anzi – come si dice qui per definire un temperamento, un’indole e persino un’estetica cittadina – “Superba”. Come attraversata da una rassicurante eccitazione, quasi come accade nelle giostre che danno l’ebbrezza della velocità con la garanzia dell’immobilità e della sicurezza.

   

Al 71 di Via Gabriele d’Annunzio, quartiere Carignano, c’è il Circolo dei dipendenti di Banca Carige. Il calcio balilla, il tavolo da biliardo, il ping-pong, la sala grande dove si organizzano feste ed eventi, quella più piccola delle riunioni dove sono esposti i trofei delle gare di sci, e poi i corsi di ballo, di dialetto genovese, di fotografia e persino di lingua cinese. Un’aria di pulizia e decoro. Antica. Questo circolo è un pezzo d’Italia che sta scomparendo, o forse è già scomparso, con il suo ritmo da dopolavoro, l’opportunità della socializzazione, l’orgoglio di appartenere tutti alla medesima categoria, com’erano un tempo le corporazioni, quando le aziende mandavo i figli dei dipendenti in colonia tutti insieme al mare, in montagna o al lago. E’ frequentato soprattutto da pensionati, il circolo. “Qui seduti ci leggiamo i volti. Le storie vere. Un romanzo genovese che non finisce mai”, mi dice Franco, ragioniere, quarant’anni di vita e di lavoro alla Carige. Prima lo sportello, poi gli uffici, la contabilità, infine la pensione, tutto scandito dallo stesso nome – Carige – una banca che s’identificava nella città e la cui vita si legava a quella dei suoi dipendenti e cittadini: il primo stipendio versato, il libretto di risparmio, i volti conosciuti alla filiale. Franco apre per un attimo il “Decimonono”, come i genovesi chiamano familiarmente il loro quotidiano, e lo fa come se avesse lasciato una parola a metà. C’è un titolo sui vent’anni dalla morte di Fabrizio De André. A Palazzo Ducale i genovesi da due giorni fanno la fila per assistere alla proiezione celebrativa dei suoi concerti e delle sue canzoni. Dovunque tira un’aria di rimpianto luttuoso, forse di smarrimento, non c’è giorno che non si celebri qualcosa o qualcuno che non c’è più: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Paolo Villaggio… i cantautori, gli attori, persino la grandeur dell’industria pesante, l’Ilva e l’Ansaldo, che oggi sono capannoni in rovina, forni spenti, la musealizzazione cadente di tutto quello che resta della più grande macchina del mondo, orgoglio dell’Italia che avanzava, classe dirigente della civiltà dell’acciaio. E’ come una lebbra che si è poggiata su ogni cosa, anche sulla banca, su Carige, che è il titolo più grosso del Secolo XIX: “La banca chiede i danni a Berneschi”, l’ex presidente-padrone, l’uomo che ha incarnato gli anni facili e spavaldi, i regali e il credito disinvolto agli amici, l’anticamera della caduta.

   

E allora Franco ripiega il “Decimonono”, socchiude gli occhi: “Che vuole sapere? Carige non è più Carige, e forse Genova non è più Genova”. Città amputata.

La vita non è più quella di sempre, ma una serie d’immagini contorte, la deformazione di un sogno. A novembre del 2017 i dipendenti di Carige hanno scioperato per la prima volta in vent’anni. E allora quello di Franco è il tenue, persistente, basso e burbero raschiare dei bronchi cavernosi della città. Un misto di fierezza e di angoscia. A febbraio del 2017, l’ex presidente di Banca Carige, Alberto Berneschi, è stato condannato in primo grado, poi confermato in secondo grado, a otto anni e due mesi, con l’accusa principale di avere truffato le assicurazioni del gruppo. Nel decennio d’oro di Berneschi, Carige era arrivata a valere in Borsa svariati miliardi di euro in termini di capitalizzazione, fino a 4 miliardi nel 2006. Oggi è a terra.

     


Per trent’anni Genova non si è mossa. Adagiata nella sua ingannevole sicurezza, dormiva. E metteva la testa sotto la sabbia, si credeva invisibile, intoccabile, perfetta, anzi “Superba”


   

Al quindicesimo piano della sede centrale di Banca Carige, che sembra persino esteticamente ferma agli anni Sessanta, in una viuzza che s’identifica con l’istituto al punto da chiamarsi via Cassa di risparmio, il commissario straordinario Pietro Modiano, chiamato a gestire la transizione nella crisi, parla mentre ha alle spalle, spalancata, la bellezza del mare, con le navi che si vedono in lontananza, con tutto quello che portano con loro nel mondo. Fumano e fischiano, le navi, sembra quasi di poter toccare la potenza economica di un paese che ancora esporta e vende e produce e si muove malgrado tutto partendo da qui, da questo porto e da questa città irraggiungibile. “Carige tornerà a fare la banca del territorio”, dice Modiano. “E’ la banca di Genova. Questa è la nostra vocazione, a di là di quello che succederà, e a prescindere dalle prospettive di fusioni e di aggregazioni future”.

   

Ma nessuno teme troppo le fusioni, o le aggregazioni, in realtà. Nessuno teme la banca risanata e più forte, anche se diluita in un gruppo più grande. Accanto a Modiano è seduto Toti, il presidente della regione. “Sono le ipotesi di nazionalizzazione di cui parla Di Maio che ci preoccupano”, dice. “Se il governo pensa di usare la tragedia del ponte e le difficoltà di Carige per riportarci indietro, al passato, alle partecipazioni pubbliche e alle nazionalizzazioni, insomma all’economia di stato, ebbene sappia che tutte queste cose le abbiamo già viste. Abbiamo già dato. In passato erano gestite da persone molto più competenti, capaci, e colte di loro. E non funzionava comunque”.

   

Voglia di reagire, e contraddizioni. “Genova è la città più ricca d’Italia per depositi bancari pro capite”, mi dice il sindaco Bucci. E’ subito viene in mente lo stereotipo del genovese taccagno. Ma la parsimonia è attività dello spirito, creativa e feconda. Genova probabilmente non conserva per avarizia, ma per adesione al destino delle cose, anche se la sua mitologia urbana è attraversata da archetipi, come quel Giamba Parodi, finanziere e proprietario dell’acquedotto De Ferrari-Galliera, che ricco come Creso girava però su una Fiat 126 scassatissima, e a bordo di questo macinino di latta usciva rumorosamente dal fastoso portone del suo palazzo nobiliare di via Garibaldi, un palazzo “dei rolli”, denaro e lignaggio. Genova è una città che si forma nell’accumulo, nella sovrapposizione non solo monetaria ma anche architettonica, nell’accatastamento urbanistico e industriale, nella combinazione e nella coabitazione. Non è certo un caso che la prima sede della Banca d’Italia, dopo lo scandalo della Banca romana, nel 1892, sia stata aperta a Genova, che già allora rappresentava il più grande polo di accumulazione del capitale finanziario italiano. Ma ecco un altro paradosso, allora. Uno dei tanti. La città che ha i depositi bancari più cospicui in Italia, “la città in cui si sono banche estere che aprono solo per fare private banking”, come mi racconta il presidente di Confindustria, è anche la città in cui la banca territoriale rischia il fallimento e si perde nella mala gestione clientelare. Com’è possibile?

   


Pietro Modiano, chiamato a gestire la transizione nella crisi: “Carige tornerà a fare la banca del territorio”. Il presidente della regione Giovanni Toti: “Sono le ipotesi di nazionalizzazione di cui parla Di Maio che ci preoccupano”


  

Tutto concorre a confermare la natura contraddittoria e inafferrabile che sembra racchiudere in sé l’evoluzione di questa città – e del paese intero – sempre sospesa tra due ipotesi di futuro, tra una lenta deriva marginale e una riscossa che parte da risorse eccezionali, ma come nascoste, occultate, e che forse aspettano soltanto di essere liberate. Quanti ossimori descrivono Genova? Vastità raccolta, familiare signorilità, stretta e lunga, portuale e isolata, centrale e periferica, vecchia e vitale, con ingenti depositi bancari e però una banca asfissiata.

   

Questa città è un’incongruenza vivente, che forse però spiega l’Italia, e lascia intravvedere la metà positiva della storia: la soluzione, lo spiraglio, la via d’uscita. La logistica del porto dà lavoro a 60.000 persone, e produce 5 miliardi di Iva. In città esiste una fiorente industria dell’alta tecnologia, c’è la Siemens, la Ericsson, l’Ansaldo energia, l’industria degli elettromedicali, la cantieristica navale, l’elettronica, la robotica, l’Istituto Italiano di Tecnologia… E poi c’è il turismo, che ha appena segnato un record di crociere e di arrivi: un milione e trecentocinquantamila passeggeri hanno prenotato per il 2019, una crescita del 30 per cento rispetto al 2018. Genova ha superato Napoli. “Ma bisogna assecondare lo sviluppo”, dice il sindaco Bucci, che avverte con dolore i pericoli di una politica nazionale che si oppone alla modernità, che frena, rallenta. “In questo momento abbiamo progetti per 14 miliardi di investimenti nei prossimi cinque anni. Il Terzo valico, la nuova metropolitana, il piano urbano mobilità sostenibile, Il water front di levante, la diga che costerà 1 miliardo e mezzo di euro, il ponte Morandi da ricostruire e poi la Gronda”, la grande bretella che può trasformare l’attuale autostrada che attraversa la città in una tangenziale urbana, e che dunque può convogliare tutto il traffico merci all’esterno della città, liberandola. “Non si capisce cosa si aspetta a costruirla questa benedetta Gronda”, dice il presidente di Confindustria, Mondini. “E’ stata finanziata, approvata dall’Unione europea, non c’è un solo soldo dei contribuenti da aggiungere. Al ministero delle Infrastrutture hanno tutto. Devono approvare soltanto l’ultima parte del tracciato, ma…”. Ma? E’ tutto sospeso, lì giù, a Roma, nelle stanze del ministero delle Infrastrutture. Ed ecco la guerra contro la palude, ecco la malattia e i suoi anticorpi. “Se vogliamo crescere non possiamo più vivere acquattati nel nostro cantuccio”, mi dice Mondini, accalorandosi, “che le grandi opere siano necessarie lo dice l’evidenza, il confronto con l’Europa, l’emergere prepotente della Cina… Basta guardare il porto di Genova, che è in espansione e chissà quanto potrebbe ancora espandersi grazie a una rete infrastrutturale efficiente, integrata, moderna”. Il sindaco Bucci si abbandona a una considerazione, quasi un vaticinio, forse una speranza: “L’evidenza inoccultabile di cosa sia necessario fare a Genova mette completamente in mutande l’ideologia della palude e dello stallo”. L’Italia finisce a Genova, o forse (ri)comincia.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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