Il ministro Toninelli all'approvazione del decreto Genova. Foto Imagoeconomica

I pugni di Genova contro la cultura del no

Claudio Cerasa

Bloccata, martoriata, con una banca malconcia e una popolazione ostaggio della decrescita. Gronda, Terzo Valico, il ponte in ritardo, il nord umiliato. Oltre il decreto. Genova è una Torino al cubo. Come nasce una nuova marcia contro l’immobilismo

Ieri pomeriggio il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha fatto sapere con orgoglio di aver dato personalmente, via Whatsapp, al presidente del comitato degli sfollati di ponte Morandi, Franco Ravera, la notizia dell’approvazione al Senato del decreto Genova. Non ha però fatto sapere con altrettanta celerità che cosa pensa il presidente del comitato degli sfollati di ponte Morandi della traiettoria scelta dal governo per allontanare Genova dall’isolamento in cui si trova oggi e provare a riportarla a poco a poco verso la normalità. Abbiamo composto ieri pomeriggio il numero del gentile Franco Ravera e abbiamo appuntato sul nostro bloc-notes le sue parole, che ci spiegano bene la ragione per cui non ha torto chi dice che Genova oggi è una Torino al cubo, soffocata ogni giorno in modo letale dalle conseguenze nocive generate dalla proliferazione della cultura del No. “A noi – dice Ravera – non interessa la retorica. Ci interessa solo che qualcuno faccia il ponte il prima possibile. Ci interessa che Genova la smetta di essere isolata. Ci interessa che il governo capisca che non è importante che colore abbia il gatto ma è importante solo che il gatto riesca a mangiare il topo”. Nel caso specifico, il topo è ovviamente il ponte Morandi e il gatto è naturalmente chi dovrebbe ricostruire il Ponte e da un certo punto di vista le parole di Ravera ci permettono di capire in che senso è proprio la cultura dello scalpo e l’ideologia del No ad aver trasformato la Genova di Beppe Grillo nella più grande polveriera politica presente oggi in Italia.

  

In passato, è stata l’ideologia del No, cavalcata anche dal Movimento 5 stelle, ad aver reso impossibile la costruzione di un’infrastruttura, la famosa Gronda, che avrebbe creato un’alternativa concreta al traffico di ponte Morandi. Oggi è la stessa ideologia del No a non aver ancora sbloccato la Gronda (il ministro delle Infrastrutture ha in mano il progetto esecutivo, dovrebbe solo dire di sì), ad aver rallentato la costruzione di un’altra opera cruciale chiamata Terzo Valico (che promette di collegare il porto di Genova con il resto d’Europa attraverso un percorso ferroviario grazie al quale le merci potranno arrivare a Milano in 30 minuti rispetto all’ora e 39 minuti di oggi) e ad aver reso impossibile la ricostruzione rapida dello stesso ponte Morandi. Il sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del ponte, quel galantuomo di Marco Bucci, ieri ha annunciato che se tutto andrà bene la demolizione del ponte comincerà a dicembre e la ricostruzione partirà ad aprile. Ma nel farlo Bucci si è dimenticato di ricordare un dettaglio che gli sfollati di Genova invece conoscono bene: il decreto approvato ieri al Senato è costruito in modo tale da rendere impossibile l’unica soluzione che renderebbe possibile la costruzione in tempi brevi del ponte Morandi. Le procedure contenute nel decreto, infatti, prevedono che il commissario debba optare per una “procedura negoziata ristretta” che prevede tempi molto lunghi e che, per stessa ammissione del commissario, metterà Genova nelle condizioni di riavere un ponte nel migliore dei casi solo nella seconda metà del 2020. La maggioranza di governo avrebbe avuto la possibilità di mettere da parte il metodo dello scalpo, avrebbe avuto la possibilità di interessarsi non al colore del gatto ma solo alla possibilità che il gatto fosse in grado di mangiare un topo e avrebbe avuto in sostanza la possibilità di non escludere Autostrade dalla ricostruzione di ponte Morandi facendo suo il progetto esecutivo che Autostrade ha inviato a Bucci settimane fa e che prevede la ricostruzione del ponte in nove mesi con garanzia di consegnarlo un anno prima (settembre 2019) rispetto ai tempi previsti dal decreto (settembre 2020) e con penali di decine di milioni di euro previste per ogni mese di ritardo nella realizzazione del ponte.

  

I tempi della giustizia, come previsto dal codice Toninelli, si possono però aspettare solo se gli indagati sono iscritti al Movimento 5 stelle, e un governo sottomesso al ricatto della cultura giustizialista, che autorizza cioè i governanti a guidare il paese solo a condizione di offrire periodicamente agli elettori uno scalpo, non può non considerare colpevole fino a prova contraria chi è accusato dal tribunale del popolo di aver creato volontariamente il disastro di ponte Morandi, cioè Autostrade. E così il risultato è che Genova oggi si trova nelle condizioni che sappiamo: tenace, forte, robusta ma isolata, bloccata, martoriata, con una banca malconcia di nome Carige, classica banca territoriale che piace a Lega e M5s, appesantita da uno scontro interno e da uno spread che non può che complicare terribilmente la vita a tutti gli istituti di credito che non godono di buona salute, e con una popolazione ostaggio degli effetti deleteri della decrescita felice. Genova è una Torino al cubo in cui giorno dopo giorno si stanno ritrovando come in un unico girotondo contro la politica dell’immobilismo i sindacati dei lavoratori, i sindacati degli imprenditori, le associazioni dei costruttori, volti della chiesa, pezzi della società civile. Un girotondo per il momento solo virtuale, che gira e si muove veloce sui Whatsapp non intercettati da Toninelli, ma che potrebbe diventare qualcosa di più concreto qualora il governo dovesse decidere di ignorare i rischi che corre un paese che sceglie di non proteggere i suoi gioielli. Giocare con il nord è un pericolo che il paese, oltre che il governo, non si può permettere e chissà che il movimento dieci novembre visto in piazza a Torino una settimana fa non sia solo l’inizio di qualcosa di più grande da osservare a poco a poco in tutto il resto d’Italia. E quando nascerà quel movimento, contro l’immobilismo contro l’ideologia del No, la domanda da porsi sarà sempre la stessa: Matteo Salvini da che parte sta?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.