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Perché restaurare il ponte Morandi è meglio che abbatterlo

Appunti contro un pensiero unico, forse nemmeno economico

14 Dicembre 2018 alle 10:28

Perché restaurare il ponte Morandi è meglio che abbatterlo

(Foto LaPresse)

Sono trascorsi quasi quattro mesi dal crollo del ponte Morandi. Il comitato di esperti istituito dal ministero dei Trasporti per stabilire le cause e le responsabilità del crollo non è giunto a “definizioni conclusive”, individuando quattro ipotesi per spiegare l’accaduto. Malgrado il rapporto emesso dalla commissione non contempli la demolizione della struttura, il ministro dei Trasporti, il presidente della Regione Liguria e il sindaco di Genova, nominato commissario alla ricostruzione, hanno deciso invece di procedere all’abbattimento per realizzare un nuovo ponte “entro la prima metà del 2020”, forse seguendo alcune indicazioni fornite da Renzo Piano.

 

I costi per “la demolizione la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario” sono stati sommariamente quantificati nel “decreto Genova” (vigente dal 29.09.2018). Le parti avverse di questa vicenda, lo stato e la Società Autostrade, sembrano concordi nel sostenere l’errore progettuale: il primo per giustificare la demolizione e il rifacimento, la società concessionaria per sollevarsi dall’accusa di scarsa manutenzione. Il 26 novembre le imprese interessate a partecipare alla ricostruzione hanno presentato al Comune di Genova “più di dieci e meno di venti” proposte progettuali.

 

Del tutto inascoltate sono rimaste le voci di coloro che chiedevano che il ponte non fosse abbattuto, quali l’Istituto nazionale di architettura, l’Associazione italiana recupero consolidamento costruzioni, quella di Antonino Saggio promotore di una petizione per “valutare dal punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico ed economico le soluzioni alternative”: il valore del ponte Morandi risiede nell’essere una grande opera d’ingegneria e il riflesso della cultura scientifica e tecnologica dell’epoca in cui è stata realizzata e con essa dovrebbero fare i conti coloro che sostengono i limiti del progetto sulla base delle attuali conoscenze scientifiche.

 

Vorremmo articolare ulteriormente questa posizione, partendo dalla considerazione che le ragioni favorevoli alla demolizione paiono principalmente di natura simbolica e non tecnica, tantomeno economica e culturale. Ma la rimozione dei simboli ha sempre generato l’effetto opposto a quello auspicato, ovvero rimuovere la memoria della tragedia e ripetere più rapidamente gli errori del passato. Non si dovrebbe demolire il ponte ma restaurarlo per conservarne la materia originale, che è l’unica depositaria concreta della memoria. Eliminando la materia dell’opera la si cancella definitivamente in quanto tale. Non si restaura infatti l’immagine o il ricordo di un’opera, si restaura la materia. Si può però, e in questo caso si deve, ricostruire la parte mancante, integrando la lacuna per motivi funzionali e per restituirne l’unità figurativa.

 

Il tema di come si integra la lacuna è materia dei progettisti, della comunità scientifica e della cultura architettonica. Anche le 43 vele di luce del progetto di Piano sono un simbolo perché rimandano alla perdita di vite umane, ma non la incarnano. Non sono giuste o sbagliate, brutte o belle, sono una cosa diversa dalla conservazione che è la trasmissione ai posteri dell’opera e del suo significato. Il processo metodologico che anima il progetto di restauro impone sempre un confronto con le preesistenze e, nel caso specifico, un confronto profondo con la tragedia e non la sua rimozione.

 

Impone dunque una riflessione culturale, sociale, che genera e rafforza il senso di una comunità perché il progetto di restauro coinvolge molte discipline dall’architettura all’ingegneria, dal paesaggio alla tecnica delle costruzioni all’urbanistica e pertanto è un atto culturale prima che tecnico o economico, è un processo “metabolico”, potremmo dire, che esige necessariamente il coinvolgimento di molte forze tra loro coese.

 

Nessuna opera d’arte vive in sé. Vive in un contesto spaziale e temporale che si è modificato come effetto della sua presenza. La rimozione del ponte Morandi è estranea alla cultura della conservazione e del restauro che, ricordiamolo, sono punti di eccellenza e di riconoscibilità della cultura italiana nel mondo. Ogni opera d’arte e dell’ingegno umano è meritevole di una riflessione sulla sua conservazione e trasmissione al futuro, anche e soprattutto quando incarna, a prescindere dal progettista e dalle istanze per cui è nata, un momento tragico di una comunità.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    14 Dicembre 2018 - 21:09

    Certo è che se si può riparare siamo alla pazzia. Ma esiste una commissione super partes dello stato e non solo che dica come stanno le cose? Il risparmio, a monte della sicurezza soprattutto, sarebbe enorme eppure se ne fregano. Toninelli ci pensi lei.

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  • pietro58

    14 Dicembre 2018 - 13:01

    sarebbe una pazzia ristrutturare una struttura concettualmente difettosa.una struttura che si sostiene tramite cavi "invisibili" dei quali è impossibile verificarne in maniera certa lo stato.

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    • Skybolt

      14 Dicembre 2018 - 18:06

      Il ponte è marcio, e apparirà chiaro quando lo si farà a fette. La proposta di restauro è un altro assist ad ASPI (come lo era quella di usare la dinamite a go-go). Attenzione, la partita è grossa.

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