Perché il termometro per misurare la ripresa italiana passa da una metro a Roma

Carmelo Caruso

Mancano solo 240 metri di sottosuolo per mettere in collegamento via dei Fori Imperiali e piazza Venezia e non sono questi il vero ostacolo, ma un ufficio comunale che si chiama “mobilità” e la giunta Raggi che non lo muove

Roma. Il governo stanzia, e d’urgenza, quattrocento miliardi di euro per le imprese. Un ufficio comunale, con il suo silenzio, da cinquanta giorni, congela un’opera costata tre. “Le fotografie dell’Italia sono due. Una è quella del ponte ricostruito a Genova e l’altra quella dell’escavatrice seppellita a Roma, sotto piazza Venezia, dove la metro C è incredibilmente ferma” dice Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo. In meno di due anni, seguendo le norme comunitarie, si è realizzato il più importante esempio di modernità e ingegneria. In quindici anni, inseguendo le delibere di ministeri e comune, non si è riusciti ancora a completare un’infrastruttura da paese avanzato.

 

E’ vero che dobbiamo risorgere, ma come si può risorgere, e se lo chiede Alessandro Pajno, ex presidente del Consiglio di stato, se non “cambiamo i nostri guasti e le nostre tare”? Mancano solo 240 metri di sottosuolo per mettere in collegamento via dei Fori Imperiali e piazza Venezia e non sono questi il vero ostacolo, ma un ufficio comunale che si chiama “mobilità” e la giunta di Virginia Raggi che non lo muove. Non sono altro che i tempi lunghi, “una cappa e un reticolo opprimente di vincoli”, che per Luca Cordero di Montezemolo ci condannavano prima ma che ci danneranno dopo se “non si sburocratizza”. Le chiamano “variabili indipendenti” e incidono per il cinquantasei per cento sulla durata di un cantiere e non hanno niente a che fare con la malasorte. Metà del tempo non serve a progettare e a edificare, ma viene consumato, e dunque anche denaro, in uno dei tanti uffici dell’amministrazione centrale e periferica. “Ed è già molto se un giorno, alla fine di tutto, sempre se ci sarà una fine, le imprese perdenti non faranno ricorso” avvisa Maurizio Maresca, professore di Diritto comunitario a Udine e dell’opinione che in Italia si è assemblato lo spavento perfetto: un decreto che rende intricato quanto l’Europa aveva reso semplice. Si tratta del decreto 50/2016 e doveva limitarsi a recepire il nuovo codice degli appalti comunitario. 

  

“E invece si è pensato bene di aggiungere qualcosa di autoctono e di generare una mostruosità di regole” continua il professore. A Genova, e lo ha chiarito il sindaco Marco Bucci, si è avuta una solo deroga: si è lasciata la possibilità di seguire il codice europeo. A Roma, l’appalto di questa metropolitana se lo è aggiudicato un’associazione di imprese che ha preso il nome di Consorzio Metro C. Ne fa parte la Astaldi da poco acquistata dal gruppo Salini-Impregilo che a Genova ha sollevato l’ultima parte di impalcato, quell’impalcato che ha entusiasmato Giuseppe Conte: “E’ questa l’Italia che sa rialzarsi”. E infatti, da cinquanta giorni, quaranta operai si alzano e continuano ad andare in cantiere per tenere accese due talpe che non possono scavare, ma che non possono neppure essere spente.

 

Prima ancora del proliferare dell’epidemia, il Consorzio si è dotato di un protocollo di sicurezza rigoroso che ha scongiurato qualsiasi contagio. Insomma, non si può dare la colpa al virus. “Possiamo andare avanti, anzi, andiamo avanti, ma rimanendo fermi” dice un dipendente del cantiere a cui viene rilevata la temperatura. Sui social è nato anche un gruppo che si chiama “Salviamo la Metro C” e lo animano designer, architetti come Federico Scaroni il quale conferma che, per la prima volta, l’impossibile è stato possibile: “Ci sono perfino i soldi”. Con una delibera Cipe del 20 dicembre 2019, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 marzo 2020, sono stati aggiunti i dieci milioni necessari per proseguire con l’opera di scavo.

 

Qual è allora l’impedimento? Una legge stabilisce che l’atto amministrativo, quello che autorizza i lavori, deve essere firmato dal soggetto aggiudicatore che non è altro che il comune di Roma. Dal 12 marzo, il Consorzio lo ha richiesto con due istanze. La prima risale al 19 marzo e denuncia “l’ingiustificata inerzia dell’amministrazione nel compimento degli atti necessari”. Quello che la giunta non dice, ma che in Campidoglio tutti confidano, è che un’infrastruttura da tre miliardi si è fermata perché la delibera non è stata scritta correttamente. Il 25 marzo, il Consorzio si è rivolto ancora al comune di Roma segnalando “l’inaccettabilità di tale condotta”. Abbiamo provato anche noi a rivolgerci all’assessore ai Trasporti, Pietro Calabrese. Ha suggerito di guardare la sua pagina Facebook che “è piena di dichiarazioni”. E’ solamente il caso zero, nient’altro che un tampone che racconta l’altra pandemia e che non fa altro che esplicitare quanto ripete Ennio Doris: “La capacità di recupero dell’economia corrisponderà alla rapidità degli interventi”. Non è dalle sirene di Genova che si dovrà ripartire, ma da questo silenzio, dal modello Roma-Italia, che si deve cominciare.

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