“Le responsabilità di Conte sono quelle di tutta la maggioranza”, dice Orlando

Salvatore Merlo

L’unità nazionale e la minaccia delle elezioni, il rapporto del Pd con Forza Italia e lo scenario Weimar. Parla l'ex ministro della Giustizia

Roma. Sostiene che Giuseppe Conte sia l’unico punto di equilibrio al momento possibile con i 5 stelle, “non ne vedo altri che si possano cercare nel pieno della pandemia”. Avverte però il rischio che Matteo Renzi possa farsi prendere la mano da un gioco che, se spinto troppo in là, a forza di ultimatum, “potrebbe non avere altra soluzione se non quella di pericolose elezioni anticipate”. Pensa infine che con Meloni e Salvini in realtà si possa parlare, “condividere almeno degli interventi di sburocratizzazione, delle modifiche al reato di abuso d’ ufficio, un’attività di pressione sul sistema bancario perché dia liquidità”. Dice così Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, in questa intervista al Foglio. 

 

Matteo Renzi, ieri in Senato, ha saputo tenere calda la scena. Ha detto che questo governo, nato per non dare i pieni poteri a Salvini, non può adesso avere lo scopo di darli a Conte, che governa con i Dpcm e tiene chiuso il paese. Così, lo ha anche accusato di populismo. “Lo accusa di seguire pedissequamente gli scienziati, che sono per il lockdown. E contemporaneamente lo ha chiamato populista. Mi sembra siano due cose che non si tengono insieme”, dice allora Andrea Orlando. “I populisti non erano quelli che irridono la competenza e dunque la scienza? Guardi, le parole di Renzi sono un tentativo, legittimo, di smarcarsi. Lo capisco. Si rivolge a sentimenti diffusi. Va bene. Mi auguro solo che questo non comprometta la tenuta dell’esecutivo. Perché l’unica alternativa a questa maggioranza sono le elezioni”.

 

Eppure ci sarebbe Forza Italia. Se ne parla molto, anche in Parlamento. “La maggioranza si tiene insieme perché ha un progetto con cui rispondere alla crisi: sostegno alle imprese e al reddito, coesione nazionale ed Europa. Con Forza Italia si condivide una stessa visione degli equilibri mondiali, l’appartenenza alla comunità europea, che è quello che distingue noi (ma anche loro) dal sovranismo di Meloni e Salvini. Però dialogare con una forza di opposizione non significa cambiare maggioranza. Non mi pare siano maturati i presupposti. E tenere insieme Berlusconi e il M5s sarebbe, peraltro, un’impresa ardua. Dunque se Renzi se ne andasse, lo ripeto, l’unica strada sarebbe quella di un governo di minoranza che arrivi alle elezioni. Anche se francamente una situazione del genere sarebbe incomprensibile e porterebbe a un distacco forse incolmabile tra società e istituzioni”.

 

Dunque Conte è insostituibile. “Non si capisce nemmeno quale sarebbe il peccato capitale che lo distingue dalla sua maggioranza. I limiti di Conte, se ci sono, sono i limiti della maggioranza stessa. A meno che non si parli dei Dpcm. Ma non credo che dopo il 4 maggio Conte si metterà a fare molti altri Dpcm”. Eppure in tanti pensano che le ricette economiche messe in campo siano inadeguate. “Si tratta di risposte commisurate a un paese con un debito pubblico molto alto. Quando si fanno paragoni con la Germania non si tiene conto di questo. Ma una manovra complessivamente da 80 miliardi non mi pare una risposta ordinaria. Dopodiché non è finita qui. Bisognerà fare altre cose”. Difficile governare nei marosi della depressione, e litigando con le opposizioni. Conte non ci ha provato nemmeno a dialogare. Aveva paura del governo di unità nazionale? “Il clima di unità nazionale non è questione di bon ton. Bisogna sempre lavorare perché si determini, e io penso che ci siano argomenti, come la sburocratizzazione e le banche, sui quali si può lavorare anche con Meloni e Salvini. Oggi sono intervenuto alla Camera e ho detto che non dobbiamo rassegnarci alla mancanza di dialogo con l’opposizione. Ma ho pure detto che è difficile collaborare con forze politiche che non condividono la natura della collocazione internazionale del nostro paese. Loro scommettono sulla fine dell’Ue. L’unità nazionale non è solo questione di attitudine, ma anche di presupposti”.

 

Possibile mai che Conte non abbia sbagliato mai nulla? “Ci si può chiedere se gli strumenti che abbiamo messo in campo siano tutti perfettamente in funzione, voglio dire che per esempio il decreto liquidità ancora non sta producendo gli effetti sperati. Ma gli errori sono responsabilità collettiva. E li correggeremo”. I sondaggi dicono che il 40 per cento degli elettori è disgustato dalla politica. Tutta la politica. “La crisi sociale precede il Covid e ora si inasprisce. La politica deve dare uno sbocco democratico al collasso sociale o ci saranno problemi. Qualcuno tenterà di cavalcare la tigre del malcontento, immagino. Ma quella è una tigre che divora anche chi la cavalca”. Si riferisce a Salvini, divorato da uno più Truce di lui? “C’è sempre uno più bravo di te nell’interpretare il sentimento estremo”. Non si sente un po’ come a Weimar negli anni Trenta? “No. Mancano i bolscevichi. Esiste il welfare. Ci sono le istituzioni sovranazionali. Ci sono meccanismi di difesa che un tempo non esistevano, anche grazie all’Europa”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.