Infelicissima Puglia

David Allegranti

Il disastro della Popolare di Bari, quello di Ilva. E poi la Xylella, il Tap. Ecco dove è stato coltivato il virus del populismo

Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia / Tremulo come una foglia, foglia, foglia / Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru / Perché può capitare che si stacchi e venga giù”. Caparezza già nel 2008 aveva dedicato alla sua terra una canzone-decalogo contenente le migliori sciagure pugliesi – i morti sul lavoro, gli schiavi nei campi di pomodori, l’inquinamento causato dagli stabilimenti. Ciclicamente, una concentrazione di eventi s’affolla nei cieli del “Tallone d’Achille” d’Italia. C’è stato il tempo di Patrizia D’Addario, Giampi Tarantini, le cozze pelose dell’allora sindaco di Bari Michele Emiliano, la vicenda di Lea Cosentino, detta Lady Asl, già a capo dell’Asl di Bari nel 2008 e coinvolta in un lungo processo per peculato.

 

Un campionario che si ripete in questi anni con la Xylella, l’ex Ilva, il fallimento della Banca popolare di Bari, la bancarotta della Fiera del Levante, il Tap. E ci mettiamo pure Emiliano, il governatore situazionista della regione, al quale nessun Pd – nazionale o regionale è uguale – sa dire di no. E’ forse un caso o tutto si tiene, in questa regione già cosiddetto laboratorio dai tempi di Nichi Vendola e oggi nuovo laboratorio, stavolta del populismo pugliese che dice di agire in nome del popolo ma poi lo manda in bancarotta? “Xylella, Tap e Ilva: la rete dei disastri”, scrive Claudio Scamardella in suo recente saggio sulle “Colpe del sud. Ripensare la questione meridionale per il Mezzogiorno, la Puglia, il Salento”, pubblicato da Manni. Un libro prezioso e asciutto, la cui seconda parte è dedicata interamente alla Puglia; un libro che non si nasconde dietro le convenienze di un sudismo piagnone e anti-settentrionalista. Anzi. Scamardella, direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia, ammette le colpe del Sud, a partire dagli intellettuali e dalla classe dirigente: “Abbiamo consentito che il meridionalismo di potere prendesse il sopravvento sul meridionalismo di pensiero”. E’ così che al sud sono state spalancate le porte a leader antisistema che in nome di una battaglia per il Mezzogiorno hanno semplicemente fatto campagna elettorale permanente per se stessi, arrecando molti danni al sud. “Potremmo dire che al Sud, da Napoli alla Puglia, dalla Sicilia alla Calabria, le forze (e i personaggi) antisistema sono arrivate al governo molto prima che a Roma, molto prima dell’exploit del M5s alle elezioni del 4 marzo 2018”. Luigi de Magistris a Napoli o Michele Emiliano prima a Bari e poi in regione. 


C’è stato il tempo di Patrizia D’Addario, Giampi Tarantini, le cozze pelose, la vicenda di Lea Cosentino, detta Lady Asl 


E la Puglia, scrive Scamardella, “è la regione che, negli ultimi anni, più di tutte ha incubato ed elaborato le varianti e le contraddizioni del ‘sudismo’, sia di governo che di opposizione, sia politico che sociale e anche culturale, ed è diventata una sorta di laboratorio della ‘mutazione genetica’ dei ruoli e delle funzioni propri di una classe dirigente”. Un “sudismo”, impastato di “sovranismo e antimodernismo, che ha trovato terreno fertile nella valenza e nel concentrato delle questioni al centro dell’agenda pubblica pugliese – dalla Xylella al gasdotto Tap e all’Ilva –, tutte di rilievo nazionale e diventate materia di scontro diretto tra centro e periferia”. La Puglia e il Salento hanno “sperimentato, prima che altrove, proprio su temi sensibili come la Xylella, il gasdotto Tap e l’Ilva, i guasti e i danni prodotti dalla folle teorizzazione della cosiddetta ‘società orizzontale’ da parte del M5s, con l’esproprio della politica e del governo da parte delle chiassose, isteriche e manipolate piazze digitali: non solo la delegittimazione dei decisori pubblici, ma il disprezzo verso le competenze e la demolizione dei depositari delle conoscenze, la derisione della scienza e il dileggio degli scienziati, la messa in discussione della separazione e della gerarchia dei saperi”. Insomma, la domanda si pone insistentemente: le sciagure pugliesi sono solo un caso o c’è un tratto comune? “E’ un caso. In comune hanno la quasi contestualità cronologica che li fanno sembrare dotate di un filo, e quindi il frutto di una maledizione o di un sortilegio”, dice al Foglio Fabiano Amati, consigliere regionale del Pd presidente della commissione Bilancio. “In realtà queste questioni si evita di affrontarle con decisione, perché decidere costringe alla responsabilità, generando scontento e alienando simpatie. Si preferisce muoversi molto con le parole senza spostare nulla con i fatti. Movimento senza spostamento”. Un esempio a caso: la Xylella. “C’era una parte rumorosa di sacerdoti del decrescitismo ecologista che criticavano le azioni di contenimento? Bene, si decise di non decidere per non scontentare, lasciando purtroppo alla sua corsa il batterio”. 


“Su temi come Ilva, Xylella, Tap, Emiliano riesce a passare da essere un fiancheggiatore dei 5 stelle a essere uno dei più critici” (Porcelluzzi)


 

Prendiamo ancora la Banca popolare di Bari. “Nonostante la diagnosi di malattia fosse il territorialismo, con sprazzi di nepotismo e un incredibile rapporto cost/income al 108,5 per cento, si continuava a osservare in silenzio gli espedienti per evitare la trasformazione in spa, cioè il non decidere, difendendo la virtù della banca del territorio. Come se un malato di colera lo si volesse curare somministrandogli il vibrione. Alla faccia di Einaudi e della banca senza aggettivi”. Insomma, se un populismo in Puglia c’è, dice Amati, “è populismo e basta. Pugliese perché riguarda questioni pugliesi, ma ha i tratti comuni di tutti i populismi. Eccitare e assecondare paure proponendo la rinuncia dei politici alla leva dell’autorità, cioè la decisione, perché il politico migliore non è quello che decide ma il finto servo di tutte le cause, anche se contraddittorie”. Il capostipite delle decisioni non prese, contraddittorie, della delega non raccolta, è lui, Emiliano. 


“La Puglia è la regione che più di tutte ha incubato ed elaborato le varianti e le contraddizioni del ‘sudismo’” (Scamardella)


 

“La Xylella è un esempio di pessima gestione politica e di potere giudiziario eccessivo”, dice al Foglio Giorgio Assennato, ex direttore dell’Arpa, Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente. “Un esempio di paralisi indotta dalla paura del potere giudiziario, un fenomeno ricorrente in Italia. Questo ha determinato l’espandersi del fenomeno epidemico che sarebbe stato possibile controllare in origine con interventi mirati. All’Arpa, quando c’ero io, fu chiesto un solo intervento che poi non fu fatto. Probabilmente a un certo punto si preferì lasciare che il pallino ce l’avesse solo la magistratura. Il piano Silletti era un ottimo piano, che avrebbe potuto consentire di risolvere il problema subito. Peccato che il generale Silletti sia finito nelle grinfie di parecchi”. A Taranto, invece, con l’ex Ilva, è stato fatto “un discorso populista di totale decarbonizzazione, laddove avrebbe avuto e ha ancora senso invece pensare a una piccola serie di interventi di impianti basata sulla decarbonizzazione di tipo sperimentale. Non certo per cambiare la capacità produttiva. Invece si preferisce fare un discorso impossibile – la totale decarbonizzazione, appunto – per ragioni di pura propaganda. Tutto questo peraltro denota un atteggiamento di totale negazionismo del passato. C’è chi ha detto che è stato un errore creare un impianto siderurgico a Taranto, un’affermazione che fa a pugni con la realtà degli anni Sessanta e con quello che dicevano tutti. L’impianto era considerato un volano di crescita”. Certo, dice Assennato, “si sottovalutò l’impatto dell’impianto dal punto di vista sanitario e ambientale, fu fatto un errore di layout, posizionando il lato peggiore della fabbrica verso il quartiere Tamburi, che si trova ridosso. Se invece avessero ruotato il layout non ci sarebbero stati questi problemi. Ciò non toglie che lo stabilimento sia stato un enorme volano di crescita per una città che era quasi ko dopo la chiusura dei cantieri navali dell’arsenale militare. Taranto era una città allo sbando e si riprese, anche se ha pagato un prezzo ambientale e sanitario, compresi quegli operai morti per infortuni sul lavoro negli anni Sessanta e Settanta di cui si parla poco. Fu uno stillicidio settimanale di operai, sopratutto dell’indotto. Ecco, la lettura che qualcuno fa ora – un errore fare quello stabilimento, sarebbe stato meglio concentrarsi sull’economia degli agrumi e delle cozze – è ridicola, di chi non ha il senso della storia”. Citofonare Emiliano, ancora una volta. Già, perché il governatore in questo caos in cui la magistratura prende le decisioni che la politica dovrebbe prendere ci sguazza. “Probabilmente se una costante c’è in molti dei casi che riguardano la Puglia di Emiliano è che c’è un rapporto troppo forte con la magistratura inquirente, legato all’estrazione del presidente. La sua è una gestione troppo personalistica, autoritaria poco partecipata”. Insomma, la politica si affida alla magistratura perché in fondo è da lì che proviene? Se questo è vero allora perché il centrodestra non ne fa una battaglia culturale in Puglia? “E’ un mistero”, dice ancora Assennato al Foglio. “La destra sulla carta dovrebbe vincere a mani basse, in Puglia è sempre stata maggioritaria e la sinistra qui ha vinto grazie alle sue divisioni. E riproporre Raffaele Fitto, un ex governatore, non è un buon segnale: immagino che lo stesso elettorato di destra non sia galvanizzato da una minestra riscaldata”.

 

Insomma, la Puglia se è ancora un laboratorio non è più quello della sinistra vendoliana, ma di una strana commistione populista al punto tale che non si capisce, o forse si capisce piuttosto bene, perché Emiliano e i Cinque stelle non siano già una cosa sola. Lo sono già, anche senza allearsi. Non possono esserlo già, perché i Cinque stelle sarebbero inghiottiti, inglobati, macinati, digeriti e infine espulsi da uno è che persino più grosso di loro. “La Puglia è una regione che ha ancora un tessuto produttivo e non solo molto interessante. Non è decadente o spenta, è anomala rispetto ad altre situazioni meridionali”, dice al Foglio il professor Alessandro Porcelluzzi, docente di Filosofia e Storia e dottore di ricerca alla Fondazione Universitaria Marco Biagi. Il problema è che una serie di energie, che anni fa erano state ben canalizzate, negli ultimi cinque anni sono state imbavagliate e trasformate persino nel loro opposto. Con Emiliano, che è un catalizzatore, le contraddizioni sono esplose. E’ capace di cambiare posizione a secondo di quella che lui percepisce come opinione pubblica, anche se chiamarla opinione pubblica sarebbe un complimento. Diciamo a seconda di quello che lui annusa nell’aria”. Prendiamo il gasdotto Tap. “Con un minimo di ragionevolezza si sarebbe messo un punto per tempo. Invece è riuscito a farlo diventare un cataclisma. Su temi come Ilva, Xyella, Tap, Emiliano riesce a passare da essere un fiancheggiatore dei Cinque stelle a essere uno dei più critici del M5s, così come riesce a passare dall’antifascismo militante a prendere i voti di CasaPound. Sono tutte cose che fanno malissimo alla Puglia”. Terra in cui il centrosinistra ha un problema di classe dirigente molto serio. “Basta farsi un giro tra i curriculum dei dirigenti del Pd. Io vengo dai Ds, se penso a chi c’era dieci o quindici anni fa e a chi c’è oggi mi vengono i brividi. Siamo passati da Beppe Vacca a Marco Lacarra. Quando ancora la dirigenza era emanazione del dalemismo, con tutto quel che possiamo dirgli, c’era gente come Sergio Blasi, che si è inventato la Notte della Taranta, che oggi è un evento internazionale”. Insomma, nota Porcelluzzi, alla crescita di Emiliano ha fatto come contraltare il crollo verticale della classe dirigente pugliese. Il governatore “è un animale politico onnivoro. Prende tutto. Dai vendoliani agli ex Forza Italia come Massimo Cassano. Il problema è che non c’è il progetto. O meglio, il progetto è che non c’è un progetto: il progetto è il non progetto”. 


“La Xylella è un esempio di pessima gestione politica e di potere giudiziario eccessivo” (Assennato) 


Il risultato di questo non progetto è quello che individua Scamardella (e che ha individuato anche Amati all’inizio di questo pezzo): “Un ‘movimentismo immobilista’ o, se si preferisce, un ‘immobilismo movimentista’, corroborato dalla demagogica radicalizzazione dell’identità territoriale, in contrapposizione al ‘nemico esterno’ di turno”, scrive Scamardella. “Ora il governo dei petrolieri, ora le lobby del carbone, ora i ministri al servizio dei poteri forti, ora la vendetta dei banchieri e dell’alta finanza, ora i complotti delle multinazionali contro le tradizionali coltivazioni agricole, ora i gigli magici”. L’epilogo del caso della Xylella, la realizzazione del gasdotto Tap e il destino siderurgico di Taranto rappresentano “la prova più evidente di ciò che accade quando chi ha compiti di governo e di rappresentanza politica smarrisce l’etica della responsabilità, è ossessionato dalla sola ricerca del consenso e viene risucchiato nell’orbita del conformismo digitale, alimentando e sfruttando, anziché arginare, l’estasi populista”. Insomma, per dirla con Caparezza, i delfini vanno a ballare sulle spiagge, gli elefanti in cimiteri sconosciuti, le nuvole all’orizzonte, i treni nei musei a pagamento. E tu dove vai a ballare? Vieni a ballare in Puglia, “dove la notte è buia, buia, buia”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.