“Rousseau non è partecipazione democratica”. Parla Vincenzo Scotti

Salvatore Merlo

Il precettore dei 5 Stelle, sette volte ministro con la Dc: “M5s e Pd possono aprire una fase nuova. Ma si devono evolvere. Casaleggio dovrebbe fare il suo mestiere. Di Maio rimanga fuori dal governo”

Roma. “Penso che dovrebbe stare fuori dal governo”. Chi, Di Maio? “Sì. Dovrebbe rinunciare a fare il vicepremier”. E perché mai? “Perché deve ritagliarsi un ruolo diverso. Da guida politica. Non deve occuparsi dei punti del programma, della contingenza. A quello ci pensa Giuseppe Conte. Lui deve guardare oltre la siepe. Avere una visione di lungo periodo”. E qui Vincenzo Scotti, ottantacinque anni, sette volte ministro con la Dc, si abbandona a un paragone con la sua epoca grandiosa, quella del compromesso storico, un parallelo che – visti i tempi e i personaggi di oggi, il bibitaro e il prof. – inevitabilmente sembra un po’ azzardato. “Lo so che Conte non è Andreotti e Di Maio non è Moro, però mi stia a sentire”, dice Scotti con un sorriso che vuole esprimere didattica pazienza. “Nel 1976 partecipai alla trattativa per la nascita del governo di solidarietà nazionale. Ricordo che passai una notte intera a scrivere il discorso che Andreotti avrebbe dovuto pronunciare in Parlamento. Da ingenuo gli avevo scritto pagine e pagine dando un’idea di prospettiva. Lui la mattina dopo mi cancellò tutto”. 

 

Andreotti che si preparava a diventare presidente del Consiglio voleva solo un discorso di programma di governo, stava con i piedi piantati per terra. “Esatto”, dice Vincenzo Scotti. “E me lo disse proprio mentre con la penna cancellava decine di pagine che avevo scritto: ‘Tu devi fare solo un riassunto degli accordi di programma. Il resto spetta al segretario’”. Cioè ad Aldo Moro. “Andreotti mi fece capire qual era in concreto il ruolo del capo politico e qual era invece il ruolo del capo del governo. Il capo politico deve avere la visione”. Di Maio come Moro. Fa un po’ sorridere, però. “Ogni periodo della storia ha il gruppo dirigente che si merita. Io non giudico. E’ quello che abbiamo. E dobbiamo sforzarci di capire”.

 

Ve bene. E Conte allora che ruolo dovrebbe avere invece? “Conte deve tenere in piedi la baracca. Mediare. Deve migliorare l’immagine del governo italiano, deve rappresentare un governo che sa costruire rapporti con l’Europa. Un governo che sa essere riconosciuto come ragionevole. Insomma il contrario di ciò che per esempio fa Macron, il quale di solito non ascolta: detta. Quello di Conte è un compito difficile, ma diverso da quello che dovrebbe avere Di Maio”,

 

Conte è Andreotti, in pratica. “Non faccia lo spiritoso. Cerchi di seguirmi. Io partecipai a tutta la trattativa, a tutte le riunioni ai tempi del governo di solidarietà nazionale. E sia Berlinguer sia Moro, cioè i capi politici, erano interessati alle prospettive. Questo un po’ fa capire anche quale sia il momento attuale, con le dovute differenze. Per questo dico che è meglio se Di Maio, come ha deciso di fare Zingaretti, resta fuori. I leader politici non devono occuparsi dei contratti e dei programmi. Capisco benissimo che Di Maio voglia fare il vicepremier, lo trovo umano. Ma è sbagliato. E riduce anche la portata di quello che questo esecutivo potrebbe fare”.

 

E’ umano che Di Maio voglia fare il vicepremier. Esiste anche l’ambizione. “Certo. So anche che gli dà fastidio che gli si consiglia il contrario. Ma il mio è un auspicio. Lo dico con un senso ottativo. Perché sul serio credo che questo governo possa aprire una fase nuova. Interessante. Molto”.

 

Le premesse non sono entusiasmanti, tuttavia. “Certo. La mia non è una previsione. Non faccio l’indovino. Il mio è un auspicio, ripeto. Anche il governo di solidarietà nazionale fu di corto respiro. Fece tante cose utili, ma non aprì a una fase nuova come invece speravano sia Moro sia Berlinguer. Così anche questo governo potrebbe soltanto bloccare l’aumento dell’Iva, alleggerire il peso dei vincoli europei di bilancio, trovare il modo di tranquillizzare l’establishment europeo. Che non è poca roba. Sarebbe persino utile. Tuttavia c’è di più. Questo potrebbe anche essere il governo che mette in moto un processo politico e di sistema da cui diventerebbe difficile tornare indietro. Un processo che scateni nella società nuove energie: intellettuali, morali, civili. Che faccia venire Anche nuove forze politiche, chissà. Non è detto nemmeno che alla fine siano il Pd e i Cinque stelle a ereditare i frutti di questa nuova fase. Ma insieme potrebbero aprirla”. La Terza Repubblica? “Diciamo: una nuova Repubblica”.

 

Però appena pochi giorni fa, con tono piuttosto rivendicativo, Di Maio ha elencato i punti del programma grillino. Non proprio uno che ha in testa chissà quale visione. “E ha sbagliato. I Cinque stelle e la Lega insieme non hanno prodotto dei passi avanti per la politica. Oggi si può determinare uno scenario nuovo, o un ritorno all’indietro. Ma penso che possa funzionare solo se sia il M5s sia il Pd potranno contare su delle leadership capaci di immaginare strategie. La vicinanza tra Pd e Cinque stelle non sarà data dalle idee già definite e convergenti del programma, ma da una convergenza di sensibilità che li possa spingere a ricercare, e non a rappresentare, le proprie certezze. Quindi, quando Di Maio presenta i 20 punti come delle certezze sbaglia. Anzi. Questo è proprio il pericolo. Il pericolo sta tutto qui. Il pericolo è che entrambi non capiscano che la sfida è molto più alta che non la riduzione del numero dei parlamentari o il disinnesco dell’aumento dell’Iva. Ma funzionerà solo se ci sarà un’evoluzione delle due forze”.

 

Cioè, che significa evoluzione? “Il Pd non può pensare di restare legato a schemi inattuali e vecchi, non può pensare che l’Europa sia ancora quella di Delors soltanto perché le ricette populiste si stanno rivelando inefficaci (basti pensare al pasticcio della Brexit). Né può cercare le soluzioni ai problemi della modernità nella tomba di Carlo Marx a Londra. Allo stesso tempo però il M5s non può pensare di impiccarsi a Rousseau”.

 

Il Movimento cinque stelle deve crescere? “Deve uscire da una visione naif che semplifica il mondo. Cioè devono capire che esiste il pluralismo della società non ‘un popolo’. E guardi che se non funziona questo governo, lo ripeto, se questo governo non apre una fase nuova, allora davvero saremo ancora a lungo destinati a rimanere in balia di soluzioni di breve e corto respiro”.

Oggi vota Rousseau, la piattaforma-web di proprietà di Davide Casaleggio. “Temo sempre la ricerca della pietra filosofale”. Che ruolo dovrebbe avere Casaleggio secondo lei? “Dovrebbe fare il suo mestiere. Lui non è una testa ‘globale’. Si dovrebbe capire che la soluzione dei problemi democratici non è nel dato tecnologico, ma nelle idee”.

 

Intanto la nascita di questo governo sul quale lei ripone molte speranze dipende tutto da quello che lei chiama “dato tecnologico” della democrazia diretta. Cioè da Casaleggio. “Ho più di qualche dubbio su questa idea di democrazia. Se Rousseau dovesse accettare l’accordo con il Pd, mi incuriosirebbe capire che tipo di meccanismo mentale si è sviluppato tra gente che per anni è stata caricata per così dire ‘a pallettoni’ contro il Pd. Perché hanno cambiato idea? Una curiosità che però non riceverebbe soddisfazione, visto che si arriva a una decisione i cui percorsi non sono l’effetto di una discussione pubblica, cristallina, classica. Ma piuttosto oscura. Se invece Rousseau dovesse respingere il patto col Pd, resterei sorpreso che poche migliaia di persone sconosciute ed estranee al dibattito pubblico abbiano stabilito una cosa così importante per conto di un gruppo dirigente di eletti. Non ne faccio un problema di tipo costituzionale. Ma trovo che sia un meccanismo in sé per così dire incongruo. Guardi, Rousseau non è la partecipazione democratica. E’ un’altra cosa. E anche questo il Cinque stelle, se vuole crescere, deve capirlo”. Per il momento è il Pd che si è prestato a una riuscita operazione di pubblicità per la democrazia diretta.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.