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L’introvabile Mifsud? Nascosto a Roma

Il Professore al centro del Russiagate dopo la sparizione è stato per sette mesi in una palazzina romana. L’affitto? Lo pagava l’università preferita dal M5s, la Link Campus. E c’è anche una società in comune. Inchiesta

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

18 Aprile 2019 alle 06:03

L’introvabile Mifsud? Nascosto a Roma

Mifsud (primo a sinistra) all’inaugurazione dell’anno accademico 2017 della Link, pochi giorni prima di sparire. A fianco il rettore Roveda, il presidente Scotti, l’allora sottosegretario Migliore e u

Roma. L’indagine sul Russiagate è chiusa, ma il Russiagate non è finito. Anche se le conclusioni dell’indagine del procuratore speciale Mueller dicono che non c’è stata collusione tra la Russia e Donald Trump, sono in tanti a volerci vedere chiaro. Da un lato c’è chi attende la pubblicazione del rapporto Mueller (che dovrebbe avvenire oggi) per conoscere ulteriori dettagli sulle interferenze dei russi nella campagna elettorale americana, dall’altra il presidente Trump chiede di “indagare gli investigatori” (che avrebbero ordito un complotto ai suoi danni).

  

Free Joseph Mifsud!

Un trumpiano continua ad accusare il governo italiano. Urge chiarezza

 

Uno snodo centrale – e forse il più importante – di questa inchiesta è l’Italia. E forse non è un caso che in questi giorni a Roma sia in visita il senatore Lindsey Graham, una delle figure politiche più vicine a Trump, impegnato a demolire l’inchiesta di Mueller. Sono tante le domande ancora aperte. Una delle più importanti è: dov’è Joseph Mifsud? Il Foglio non conosce la risposta, ma può rivelare dov’è stato nascosto per circa sette mesi della sua “clandestinità”: a Roma, in un appartamento in affitto pagato dalla Link Campus, la sua università. Non solo perché era l’università in cui insegnava, ma anche perché – e questa è la seconda rivelazione – è tuttora socio al 35 per cento della “Link International srl”, una società controllata al 55 per cento dalla Link Campus (il restante 10 per cento è di un certo Roberto Lippi, domiciliato in Colombia, a Bogotà).

 

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Mifsud e Scotti: mesi di misteri. Non si sa cosa c’entri la Link University con i russi, ma non si comprende perché il rettore dica cose non vere e perché tenti di far sparire gli stretti rapporti con il professore maltese

 

Ma partiamo dall’inizio. Chi è Mifsud e perché è così importante? E’ stato un docente maltese della Link Campus, l’università dove il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio lo scorso anno ha presentato il programma di politica estera del M5s e dove ha pescato la sua classe dirigente: dalla Link Campus provengono il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e la viceministro degli Esteri Emanuela Del Re. Mifsud è un personaggio fondamentale del Russiagate, perché secondo l’indagine di Mueller è “The Professor”, colui che avrebbe riferito all’allora consigliere della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, che i russi erano in possesso di “migliaia di e-mail” imbarazzanti (“dirt”) su Hillary Clinton (e questo prima che i democratici venissero a sapere dell’hackeraggio sui propri sistemi informatici).

 

Mifsud è il personaggio che ha messo in contatto Papadopoulos con figure nell’orbita di Vladimir Putin come Ivan Timofeev, esponente del Russian International Affairs Council, un think tank fondato dal Cremlino. In questa storia di spionaggio che sembra uscita dalla penna di Le Carré, l’università fondata dall’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti è un luogo cruciale. Perché è proprio a Roma, alla Link Campus, che il 14 marzo 2016 Mifsud e Papadopoulos si incontrano per la prima volta. E quando l’anno dopo, il 31 ottobre 2017, le carte dell’inchiesta diventano di dominio pubblico Mifsud era proprio alla Link – dove coordinava attività e rapporti con l’Università Lomonosov di Mosca – ma dal giorno successivo sparisce. Non risponde al telefono, non risponde alle mail. E insieme a lui scompare il suo nome dai siti delle organizzazioni e degli enti a cui era affiliato. In questo periodo di assenza lo cercano gli americani, i russi, anche la Corte dei conti italiana che l’ha condannato in contumacia per un danno erariale, ma nessuno sa dove sia. O meglio, qualcuno sa dove potrebbe essere, ma non lo dice. E si tratta proprio della Link Campus. Mifsud infatti viveva a Roma, all’ultimo piano di una palazzina, in un appartamento di proprietà di una diplomatica greca pagato dalla Link. 

 

La casa dove Mifsud si è nascosto è in via Cimarosa 3, dietro a Villa Borghese in una posizione vicina ed equidistante sia rispetto all’ambasciata americana sia rispetto all’ambasciata russa. Secondo quanto ricostruito dal Foglio anche attraverso le testimonianze di chi vive nel palazzo, il professore maltese ha vissuto in quella casa durante la clandestinità e l’ha avuta a disposizione per buona parte del 2018, più o meno fino a maggio.

 

Il contratto di affitto, terminato a luglio-agosto del 2018 – come confermato da entrambe le parti che lo hanno stipulato –, era intestato alla “Link International”: una società controllata dalla Link Campus, di cui Mifsud è socio al 35 per cento dal 2013, che ha una trentina di dipendenti ma non un bilancio consultabile.

 

Questi nuovi elementi smentiscono la già traballante versione della Link Campus rispetto ai suoi rapporti con Mifsud. L’università – a partire dal presidente Scotti – ha sempre affermato che i rapporti con “il Professore” si sono interrotti nel 2008 e sono ripresi successivamente limitatamente a “un incarico come professore straniero per l’anno accademico 2017-2018”, ma le sue lezioni non sono mai iniziate perché dopo lo scandalo è decaduto e non ci sono stati più contatti con lui: “L’università non ha alcuna informazione su dove si trovi”, ha sempre dichiarato il presidente Scotti. Questa versione era già, per usare un eufemismo, incompleta. In un’inchiesta dell’11 aprile 2018, il Foglio aveva ricostruito il ruolo fondamentale del professore maltese nella tessitura di legami e accordi internazionali della Link Campus: Mifsud è stato l’artefice, o comunque il mediatore, di una partnership tra l’ateneo e la Essam & Dalal Obaid Foundation (Edof), una fondazione della famiglia Obaid legata alla casa reale saudita, che ha fatto nascere nell’ateneo romano il Centre for War and Peace Studies (poi rapidamente chiuso); ha portato alla Link Campus un nuovo socio, Stephan Roh, che con la sua Drake Global Ltd ha acquistato il 5 per cento dell’università; infine è stato il promotore del più prestigioso accordo siglato dalla Link Campus, quello con la Lomonosov Moscow State University (“la più importante università statale della Russia”), presenziando alla firma della partnership a Mosca insieme a Scotti e all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini (professore alla Link Campus). Ora a tutto questo si aggiunge il fatto che Mifsud è socio in affari della Link Campus e che ha vissuto – durante i mesi di clandestinità e mentre era ricercato anche dalle autorità italiane – in una casa pagata dall’università.

 

La nostra ricostruzione è confermata anche dalla Link Campus. Interpellata dal Foglio, dopo aver dichiarato che i nostri articoli dell’aprile 2018 e dell’11 marzo 2019 “portano ad ingenerare, ovvero a far supporre, nel lettore l’idea che l’Università Link abbia avuto qualche rapporto o ruolo negli scandali di politica estera sulla scorta del solo rapporto universitario intercorso con il prof. Joseph Mifsud, e tale circostanza non può che ledere l’immagine e la reputazione dell’Università”, la presidente della società di gestione dell’università (Gem) Vanna Fadini conferma che Mifsud “quando era a Roma aveva un’abitazione ad uso foresteria messagli a disposizione da noi, come è d’usanza con i docenti stranieri”. L’appartamento sarebbe quindi un naturale benefit che spetterebbe a tutti i 14 docenti stranieri della Link Campus. “Tale abitazione – prosegue la Fadini – è stata disdettata nel mese di gennaio 2018 e, dopo i sei mesi canonici di legge, riconsegnata ai proprietari con alcuni lavori manutentivi a nostro carico”.

 


Mifsud (al centro) alla Link durante la summer school in collaborazione con l’Università di Mosca


 

Alla domanda su eventuali incontri o contatti con Mifsud relativi al passaggio di consegne dell’appartamento, la Fadini dice che “tutte le pratiche della disdetta e della riconsegna sono state seguite, nella massima trasparenza, dal nostro ufficio legale. Nel momento della disdetta abbiamo inviato a tutte le email del prof. Mifsud da noi conosciute la comunicazione della stessa e al momento della riconsegna non sono stati ritrovati né effetti personali né documenti del professore”. Sul ruolo del professore come socio della Link International, di cui la Fadini è amministratrice, e sulle attività di questa società la rappresentate dell’università dice che “il lavoro di Mifsud [con la Link, ndr] è svolto in periodi differenti e con modalità diverse, anche attraverso la partecipazione ad una società, la Link International srl dedicata all’incoming internazionale, cioè la ricerca per noi di studenti stranieri”.

 

Ci sono alcune stranezze in questa ricostruzione. La prima riguarda l’elevato numero di dipendenti della Link International: 32, che sono più della metà dei 59 addetti di tutta l’università. E’ un numero sproporzionato se si considera che, stando ai dati del ministero dell’Istruzione, la Link Campus ha circa 300 studenti immatricolati ogni anno: pur ipotizzando che un 10 per cento siano stranieri (una percentuale elevata per gli standard italiani), significherebbe che la Link International avrebbe più di un dipendente per ogni studente straniero immatricolato annualmente. La seconda anomalia è che, stando al Registro delle imprese, la Link International non ha mai depositato un bilancio. E la terza riguarda il fatto che un’attività prettamente accademica come la ricerca degli studenti venga gestita da una società esterna e in comproprietà con soggetti privati come Mifsud o l’altro socio di Bogotà.

 

Ma se tutto questo viene ritenuto normale, allora perché la Link ha tenuto nascosti i suoi rapporti anche economici così stretti con Mifsud, facendo finta di conoscerlo a malapena? “Ritengo che l’Ateneo, al contrario di quanto lei afferma – risponde la presidente Fadini – non abbia nascosto nulla in ordine al rapporto intercorso con il prof. Joseph Mifsud, ed altresì ritengo che non possa venir lesa l’immagine della Link Campus accostandola alla figura del prof. Mifsud per i presunti rapporti che il medesimo avrebbe avuto con terzi soggetti, al di fuori delle attività accademiche, di ricerca e di promozione dell’Ateneo”. Su questo punto non si può concordare. Joseph Mifsud, mentre era docente alla Link Campus, ha incontrato per la prima volta George Papadopoulos alla Link Campus, lo ha poi incontrato di nuovo a Londra accompagnato da una studentessa della Link Campus presentata come “la nipote di Putin” e, quando lo scandalo è venuto a galla, è scomparso nascondendosi per diversi mesi in un appartamento pagato da una società della Link di cui Mifsud è socio. Insomma, il nome dell’università è troppo ricorrente e le dichiarazioni dei suoi rappresentanti troppo ambigue per poter affermare che non debba essere accostata a questo intrigo internazionale.

 

Per giunta c’è un’altra testimonianza che getta un’ombra su questa storia. E’ quella raccontata nel libro “The faking of Russiagate”, scritto da due autori, uno dei quali è proprietario del 5 per cento della Gem (la società di gestione della Link Campus) e attuale legale di Mifsud: l’avvocato svizzero Stephan Roh. Nel suo libro scrive che il 13 gennaio 2018, mentre era in visita a Roma nello splendido contesto del Casale San Pio V, la nuova sede della Link Campus, ha parlato per telefono con Mifsud “su suggerimento degli amici del Professore”. Nella conversazione-intervista riportata nel libro, Mifsud respinge ogni accusa dicendo di essere stato incastrato e alla domanda sul motivo della sua scomparsa dice che “i servizi segreti italiani hanno contattato il presidente della Link Campus, Vincenzo Scotti, raccomandandogli che il professore sparisse e restasse per un po’ in un luogo sicuro”. Gli autori riportano che “il Professore e i suoi amici temono per la sua vita”. Perché i servizi segreti italiani dovrebbero nascondere Mifsud e perché avrebbero chiesto aiuto a Scotti non è chiaro, si possono fare la ipotesi più diverse. Ma il punto importante della questione è che, secondo quanto scrive uno degli azionisti della Link allora membro del cda della Fondazione Link e attuale avvocato di Mifsud, l’università avrebbe avuto un ruolo attivo nell’occultamento del Professore, all’interno di un’operazione che ha poco a che fare con il mondo dell’accademia e più con quello dell’intelligence. Attualmente nessuno sa dove sia Mifsud, in tanti sospettano addirittura che possa non essere più vivo. L’ultimo avvistamento, secondo quanto riportato dall’Associated Press che ha ricevuto dai suoi avvocati una foto di Mifsud, risale al maggio del 2018. Poi nessuna notizia.

 

Forse è il caso che su questa spy story internazionale, che destabilizzato al massimo livello le istituzioni di un paese alleato come gli Stati Uniti, il governo italiano faccia o pretenda chiarezza e in particolare il ministro della Difesa Trenta e la viceministro degli Esteri Del Re, che sono docenti legate a quell’università. Dal momento dell’emersione dello scandalo e della sommersione del Professore tutte le strade partono o portano alla Link Campus University di Roma. Chiunque voglia risolvere l’enigma del Russiagate – sia che pensi che Mifsud abbia complottato con i russi per favorire Trump, sia che pensi che Mifsud abbia complottato con i servizi occidentali per incastrare Trump – deve cercare lì. Nella piccola università di Vincenzo Scotti.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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Commenti all'articolo

  • Ferny55

    18 Aprile 2019 - 12:12

    Da tempo è tutto molto chiaro sia sull'uomo che sulla struttura. Ci sono decine di deposizioni di funzionari di rango dell'FBI rilasciate alla Commissione d'indagine del Senato USA. Più che ai 5stelle, bisognerebbe chiedere al vecchio governo cosa sapeva della struttura e degli uomini che la frequentavano.

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  • Ferny55

    18 Aprile 2019 - 09:09

    E' una struttura di copertura per i servizi segreti italiani ed occidentali. A confermarlo ci sono numerose testimonianze di agenti di alto livello dell'FBI rilasciate alla Commissione d'indagine del Senato Americano.

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