Russofobi, chiedeteci scusa. Il controrapporto di Mosca a Mueller

Micol Flammini

La Russia accusa gli americani di "isteria" e gli chiede di ritirare le loro accuse. Ma si sbagliano: le interferenze ci sono state

Roma. In centoventi pagine è arrivata la risposta di Mosca al rapporto di Robert Mueller sul Russiagate. È un “controrapporto”, una richiesta di scuse, una ricostruzione con molti omissis e tante pretese dell’indagine sui rapporti, i legami, le interferenze dei russi nella campagna elettorale di Donald Trump. È stata l’ambasciata di Mosca a Washington a pubblicare la risposta al report e a questa risposta ha anche dato un titolo: “L’isteria del Russiagate: un caso grave di russofobia”. Il titolo dice tutto e spiega che siamo rimasti lì, che Mosca spiega tutto con la parola russofobia e con una reazione: l’isteria.

 

I 32 milioni di dollari spesi per l’inchiesta e i 22 mesi di durata, si legge nel “controrapporto”, “non hanno mostrato alcuna prova per sostenere che ci siano stati attacchi informatici o tentativi di sovvertire la democrazia”. La Russia chiede così che gli americani ritirino le loro accuse, si scusino e inizino a muoversi per riparare tutti i danni che l’inchiesta ha fatto alle relazioni bilaterali e lo chiede “per il bene dei nostri popoli e per la sicurezza globale”.

 

Il “controrapporto” inizia con tre virgolettati. Il primo è una citazione del senatore americano William Fulbright del 1970, che diceva che se la democrazia americana si dovesse distruggere sarebbe colpa degli americani e non dei russi o dei cinesi. La seconda è di Vladimir Putin che al Forum economico di San Pietroburgo del 2017 equiparava la russofobia all’antisemitismo, “sappiamo a cosa possono condurre questi sentimenti”, aveva detto il presidente. Poi c’è un lungo intervento del ministro degli Esteri Sergei Lavrov sul ritiro degli Stati Uniti dal Trattato sui missili che nel 1987 era stato firmato da Ronald Reagan e da Mikhail Gorbaciov per limitare, anzi sospendere, la corsa agli armamenti.

 

Il rapporto prosegue con una timeline sugli eventi fondamentali dell’inchiesta, presenta tutte le azioni compiute dall’ambasciata russa a Washington per trovare una mediazione, va avanti con l’elenco delle accuse infondate da parte dei media, poi tocca alle accuse infondate dei politici, poi a quelle degli esperti. Il debunking e le conclusioni. In queste centoventi pagine c’è la risposta di Mosca che si dice pronta a riprendere le relazioni, basterà soltanto che gli Stati Uniti ammettano di aver fatto una figuraccia, che dicano che quelle accuse erano infondate, che avevano millantato un rapporto che in realtà non è mai esistito.

 

Eppure non è così, il rapporto di Robert Mueller reso pubblico giovedì scorso – giovedì è uscito anche il “controrapporto” dell’ambasciata – non dice che non ci sono stati tentativi di interferenze. Anzi. Il rapporto di Mueller che non ha trovato la collusione, ma nemmeno la cercava, ha però confermato le ingerenze, ha chiarito dei punti, ha ricostruito dei sentieri per arrivare a mostrare come il Cremlino abbia cercato dei legami per arrivare alla squadra di Donald Trump. Scrive il New York Times che l’indagine rivela anche quanto gli uomini della cerchia del presidente americano fossero disposti a concedersi a Mosca, ad ascoltarla su argomenti molto vasti che andavano dal desiderio di Trump di costruire un hotel nella capitale russa fino alle politiche nei confronti dell’Ucraina.

 

Rimangono fatti nebulosi, qualche punto mancante, ma ci sono figure che in questi anni sono venute fuori, emerse dal nulla nella stranezza di questa situazione, che cercavano di costruire dei canali secondari, sperando di arrivare direttamente lì, dentro lo Studio Ovale. Da Maria Butina, la ragazza che dalla Siberia era arrivata negli Stati Uniti e aveva cercato di farsi strada negli ambienti della Nra, la National rifle association, per arrivare a esponenti del Partito repubblicano, fino a Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Russian Direct Investment Fund, che aveva cercato di contattare Donald Trump Jr. e Jared Kushner. Le trame, le storie sono molte. Che Vladimir Putin desiderasse avvicinarsi alla Casa Bianca, secondo il rapporto, non è cosa da mettere in dubbio. Il “controrapporto” dell’ambasciata russa a Washington è una reinterpretazione, una vivace lettura dell’indagine del procuratore Robert Mueller. Difende la Russia e interpreta il mondo con le parole di sempre, parole d’ordine ripetute da anni: “russofobia” e “isteria”. 

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