Capire il mondo con l'homo sovieticus

Giuliano Ferrara

Masha Gessen non è una scrittrice sublime, ma la sua Russia portatile è un buon ritratto naturalistico e psicologico di un regime minaccioso, affetto da pulsione freudiana di morte e tristezza. Gran libro su una grande questione che condiziona il nostro presente

Vi ricordate “Guerra e pace”, è la storia di due famiglie nella prima parte dell'Ottocento, i Rostov e i Bolkonski, Natasha e Andrey eccetera, poi ci sono i Besuchov, e quel fenomenale protagonista grasso di Pierre, l’orrendo uomo di mondo magro Kuragin col puttanone sua figlia, la bellissima contessa Besuchova, mille altri personaggi, e Napoleone nervosetto e il grasso e sonnolento Kutusov, ma la diva del racconto è Mosca, abbandonata e in fiamme, con la partecipazione straordinaria di Pietroburgo e delle campagne e dei contadini e dei soldati, pensate solo a Karataev. Masha Gessen non è Tolstoi, nessuno lo è, e un saggio che è anche un'inchiesta che è anche un racconto di vite private e pubbliche non è un romanzo, nessun saggio lo è, nessuna inchiesta lo è, anche se arriva a quelle seicentocinquanta pagine che sono meno di un terzo di “Guerra e pace”. Eppure il libro della Gessen, che è stato pubblicato in italiano da Sellerio col titolo “Il futuro è storia”, è costruito sul modello immortale per chiunque voglia parlare della Russia e del mondo che la circonda. Ha avuto un premio importante, lei è una star del New Yorker, ha qualcosa di militante che insieme illumina e offusca i suoi pregi. I suoi pregi cominciano dall'impianto.

  

Il libro di Masha Gessen è costruito sulla storia di due famiglie pubbliche, i Nemcov e la famiglia Jakovlev: Nemcov fu governatore di successo alle porte di Mosca, infine oppositore abbastanza popolare in un regime che l'opposizione la prevede solo a certe condizioni, poi gli hanno sparato su un ponte con il Cremlino a vista, e l'hanno ammazzato, era il 2015, perché era un traditore della patria, uno che si opponeva alla guerra sul fronte della Crimea e dell'Ucraina con parole antiputiniane forti, crudeli, irrevocabili; Jakovlev fu consigliere della perestrojka di Gorbaciov, fu uomo saggio e impotente come il datore di lavoro, lavorò per la riabilitazione delle vittime dello stalinismo e per la riconciliazione, frugò negli archivi, liberalizzò i mass media con la glasnost o trasparenza, assisté al crollo e non se ne faceva una ragione negli anni di Eltsin, morì sotto il primo Putin nel 2005. E' una storia attraverso le generazioni, i più vecchi hanno il patronimico, come Alexandr Nikolaevic Jakovlev, quelli di mezzo nome e cognome come lo stesso Boris Nemcov o Marina Arutjunjan, psicoanalista, o Lev Gudkov, sociologo, o Alexandr Dugin, ideologo, i millennial solo il nome (Masha, Gianna, Sereza, Leza). Si legge come un romanzo: è una frase molto sciocca, veramente sciocca, ma è così, non ci posso fare niente. La ritiro e la ribadisco.

  

  

Masha Gessen è lesbica, nel senso personale non importa, ma nel senso Lgbt è già più importante, eppoi il filtro della gay culture, insopportabilmente corretto in occidente, in Russia vuol dire altro, ed è importante. Dal libro si capisce che le campagne contro la pedofilia, associata all'omosessualità, insomma le campagne tipo Congresso Internazionale di Verona, una cosa nata a Mosca, quel Congresso che secondo l'incauta dizione del cardinale Parolin “la sostanza è giusta le forme sono sbagliate”, possono essere banali ma mortiferi strumenti i propaganda totalitaria, bisogna stare attenti, più attenti di Parolin. Dal libro si capisce che l'Ucraina non è solo la questione della Nato o dell'Unione europea, discutibilissima, è piuttosto la necessità di far guerra a un modello anarcoide, con risvolti da società aperta e risvolti nazisteggianti di tipo nazionalistico, era ancora da venire l'incognita del comico presidente, che per i Russi sotto Putin era diventato un'alternativa culturale e politica alla nostalgia del passato. E si capisce che la riconquista della Crimea afflitta e russofona era importante, ma non per la Crimea, per la Russia, e non per la Russia, ma per Putin e il suo regime del consenso generale, e per Nemcov e i molti che sono stati costretti all'esilio oppure all'avvelenamento oppure al licenziamento oppure allo spaesamento e alla depressione: a forza di arresti, di processi, di controlli, di campagne ideologiche, di repressione percepita, diciamo così.

 

Dal libro si capisce che, a parte Hannah Arendt e varia divagazione anche interessante sulle origini e gli sviluppi del totalitarismo, ma divagazione piuttosto scontata, la questione di un paese affetto da tristezza e pulsione freudiana di morte, da grigiore e conformismo e ansia e repressione selettiva e sapiente, anche nell'allegria procurata di tanto in tanto, è una grande questione che condiziona la storia del mondo, oltre che quella dei russi. Paolo Nori è uno scrittore sublime, un conoscitore notevole della poesia in Russia e fuori della Russia, per esempio a Casalecchio di Reno, però la sua “Russia portatile”, bel libro fresco e originale, riflette con allegra superficialità da vero artista un amore russo che non ha penetrato il mistero delle anime morte, che non sono i servi della gleba di un secolo e mezzo fa o non solo, sono in certo senso i russi della classe media di oggi, organizzati, irregimentati, nutriti finché possibile, capitalistizzati tra appetiti cleptocorruttivi insigni, e madornali. Masha Gessen non è una scrittrice sublime, ma la sua Russia portatile minaccia di essere un buon ritratto naturalistico, psicologico, sociologico di un regime minaccioso.

  

Siccome posso sbagliarmi, mi piacerebbe che Massimo Boffa leggesse il libro e ne discutesse qui, che Luigi De Biase leggesse il libro e ne discutesse qui, che l’ambasciatore Stanjevski leggesse il libro e ne discutesse qui: Boffa, mio caro amico, De Biase e Stanievsky, che furono collaboratori del Foglio e raccontarono l’altra faccia della luna, questo sforzo possono farlo, per compiacere almeno i lettori del giornale e me, se non proprio Masha Gessen e la editrice Sellerio. Se abbiano il tempo necessario, ovvio. E la voglia, ovvio. La morale della favola di Masha Gessen è che l’homo sovieticus non è mai tramontato, forse non ha futuro perché è gravato da un eterno passato, chissà, comunque è un libro che fa pensare, sono cose tremende che ci sono successe accanto, e che accanto continuano a succedere, di cui è bene stare informati, con punti di vista diversi, mica solo Soros o il dissidente riluttante che si è fatto dieci anni di carcere, l’ex oligarca Khodorkovskij o la Fondazione Nemcov di Bonn diretta da Zanna, sua figlia. Anche i miei amici atlantici e occidentali del Foglio dovrebbero leggere questo libro, e discuterne qui. Per le stesse ragioni che imporrebbero ai sostenitori di una certa grandezza di Putin, peraltro e purtroppo innegabile, di mettere becco.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.