La risposta dei vescovi al Congresso mondiale delle famiglie

Matteo Matzuzzi

La chiesa critica il forum veronese ma quali alternative propone? Bassetti indica una strada

Roma. D’accordo sulla sostanza ma non sulle modalità. L’hanno detto nell’ordine il cardinale segretario di stato Pietro Parolin, il Papa e il vescovo di Verona, commentando il Congresso delle famiglie che si è tenuto nello scorso fine settimana. Che poi la sostanza sarebbe pure decisiva, molto più delle disquisizioni sul fatto che a parlare al popolo lì convenuto ci fossero Alessandro Meluzzi, primate metropolita della chiesa ortodossa italiana, Maria Giovanna Maglie e Antonio Maria Rinaldi. Anche perché non c’erano solo loro, ma anche rappresentanti seri che con i problemi delle famiglie hanno a che fare quotidianamente. Francesco ha ribadito solo pochi giorni fa a Loreto che l’aborto è un delitto e che la famiglia è quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Le volte che ha bollato il gender come una “bomba nucleare” – disse anche che “è l’espressione di una frustrazione”– non si contano neppure più. Concetti chiari, molto più vicini a quelli declamati dal palco veronese che agli slogan della marcia femminista che ha convogliato attorno all’Arena antagonisti, No Tav e antigovernativi assortiti. Ma si sa, fa più effetto quando il Papa finisce sulla copertina dei periodici internazionali lgbt come uomo dell’anno o quando lancia anatemi contro chi vuole continuare ad alimentare le industrie a carbone. La posizione della chiesa è esplicita: sui princìpi non si discute, quanto al metodo scelto per difenderli, ci sarebbe tanto da dire.

 

 

Il problema è capire quale sia la proposta presentata dalla chiesa stessa – italiana in primis – rispetto alla tutela di quella “sostanza” così tanto difesa. Archiviata l’èra ruiniana, qual è la ricetta? Il vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti, uomo pio che aveva pure partecipato all’apertura del Congresso, ha detto che servono testimoni della famiglia, non talebani, aggiungendo che nella città di questi ultimi se ne sono visti parecchi nel fine settimana. La soluzione che va di moda (perché più facile e sicura) è richiamarsi all’Amoris laetitia, l’esortazione post sinodale sulla famiglia dove – assicurano i vescovi – c’è scritto tutto. Che poi tanto ci sarebbe anche da dire su come è stato spiegato e messo in pratica nelle oltre duecento diocesi italiane quel documento. Molti vescovi si sono concentrati sull’ostia da dare o meno ai divorziati risposati, meno sul resto, che poi sarebbe la crème, come ha detto il Papa. Si dice che la prova muscolare, Dio-Patria-famiglia-che meraviglia, non porta da nessuna parte, ed è probabilmente vero, anche se mettere tutti i relatori che si sono susseguiti nella città veneta sullo stesso carro è fuorviante oltreché ingiusto.

 

La proposta della Cei

La stagione della culture war che ora si vorrebbe rilanciare nell’Italia sovranista è qualcosa di già sperimentato e fallito nell’America dove è nata, ben prima che a dettare l’agenda fosse Jorge Mario Bergoglio con il suo invito categorico a smantellare i fortini e farla finita con le contrapposizioni forzate. Qui dove la chiesa una linea la può dettare, cosa si fa? Il cardinale Gualtiero Bassetti, aprendo lunedì i lavori del Consiglio permanente della Cei, ha detto che ormai “riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto. Ma come si fa a dimenticare che, anche negli anni più pesanti della crisi, proprio la famiglia ha assicurato la tenuta sociale del paese? E oggi non è forse ancora la famiglia a rappresentare per tutti la principale opportunità di riscatto?”. Il riferimento a Verona è palese, anche se manca sempre un’indicazione su cosa fare. C’è la denuncia, ma sul piano d’azione si va in ordine sparso (quando si va).

 

 

A ogni modo il presidente della Cei una strada, benché sussurrando, l’ha indicata, quando ha detto di appoggiare “diverse proposte avanzate anche dal Forum delle associazioni familiari”, che – particolare non da poco – a Verona non c’era. Ecco la strada che pare approvare il presidente dei vescovi italiani: si discute non ai congressi, non tra Pater noster recitati a metà, citazioni letterarie ripetute, slogan assortiti. “Le istituzioni pubbliche non possono fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato”, ha detto Bassetti: “Ciò che avviene tra i coniugi e con i figli è un fatto sociale; e ogni essere umano che viene ferito negli affetti familiari, in un modo o nell’altro, diventerà un problema per tutti. Non si resti, quindi, sordi alle domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico, ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità; prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale; confrontiamoci con quanto già esiste negli altri paesi del continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita”.

 

L’esigenza, ha segnalato il presidente della Cei, è quella di “mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo. Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.