Gli errori del Congresso di Verona all'epoca della morte degli argomenti

Piero Vietti

Si chiude con una marcia di migliaia di persone il convegno sulla famiglia che ha fatto parlare molto e ha parlato poco. Tra sostanza ridotta a slogan e contestazioni femministe, in questi giorni si sono visti due mondi che non potranno mai dialogare 

Verona. Oltre diecimila persone, cinquantamila secondo gli organizzatori, hanno sfilato per le vie di Verona al termine del World family congress, il Congresso mondiale sulla famiglia che tanto ha fatto parlare e poco ha parlato in questi giorni. Erano trentamila alla manifestazione femminista del giorno prima, decisamente più rumorosa per decibel prodotti e risonanza mediatica. Il corteo, partito all’una e mezza da piazza Bra, accanto all’Arena, è lì tornato per il saluto finale degli organizzatori. In piazza e sul palco si ripetono gli slogan scanditi in questi giorni dai relatori del convegno (si porta molto il “Dio, patria, famiglia, che meraviglia”), durante la marcia i diecimila si sfilacciano un po’, c’è chi prova a far partire cori sulla mamma e il papà, qualcuno dei passanti urla “andate a casa!”, da una finestra dell’ultimo piano di un palazzo si sente un coro contro la Lega, una coppia con un passeggino si mette a contestare i manifestanti, uno di loro si avvicina ma viene convinto a proseguire senza litigare.

 

 

Non c’è tensione mai, durante le due ore di sfilata per le vie del centro, si percepisce un po’ di stanchezza tra le facce sorridenti che portano cartelli su cui c’è scritto che “la famiglia salverà l’Europa” o vengono riportate citazioni famose – gettonatissimi Chesterton, Peguy e Tolkien. Il corteo si anima un po’ quando il leader del Family Day, Massimo Gandolfini, lascia la testa per attraversarlo al contrario: “Andate avanti – dice a chi lo applaude – la nazione la salverete voi”.

 

Il giorno prima, parlando al congresso, aveva detto che “il paradiso sono i valori di cui parliamo qua dentro, là fuori c’è l’inferno”. Certo non una dichiarazione per favorire il dialogo con chi la pensa diversamente, anche se va detto che in queste settimane Gandolfini ha ricevuto minacce di morte che se fossero state indirizzate a Cirinnà avrebbero già avuto la condanna di tutte le forze politiche. I giornalisti che hanno seguito i tre giorni di Verona continuano a raccontarla insistendo sull’attrito con i comportamenti di chi dice di difendere la vita e la famiglia. Sbagliando.

 

 

 

Sono tempi duri per la verità, dovunque venga sbandierata. La piazza blindata dalle forze dell’ordine durante il Congresso è il sintomo del fatto che qualcosa non va. Prima ancora che iniziasse, i media avevano spiegato a tutti che quello di Verona sarebbe stato un consesso di omofobi, oscurantisti e maschilisti. Molto ha contribuito la scelta degli organizzatori di invitare relatori discussi e discutibili, di accettare la rissa e provocare con gadget di dubbio gusto: a quel punto si sarebbe potuto dire qualsiasi cosa, ormai era impossibile discutere nel merito.

 

Il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti, ha partecipato ai lavori venerdì, salvo poi sentire la necessità di precisare che “non abbiamo bisogno di talebani della famiglia” e che qualcuno dei relatori “si è spinto un po’ troppo in là”. Non sono tempi facili per la complessità e il ragionamento, tutto è ridotto a slogan, dalla Bibbia alle rivendicazioni delle donne. La dittatura dell’Io e delle sue invincibili voglie ha reso superflua la parola, non c’è modo di convincere l’altro delle proprie ragioni, guai a chi ci prova.

 

Le due piazze di Verona non si parlano, non possono parlarsi, così come i relatori del Congresso delle famiglie danno l’impressione di rivolgersi alla propria bolla, ormai impossibile da sfondare. Ogni volta che Maurizio Belpietro, introducendo un improbabile panel di relatori sabato pomeriggio (da Meluzzi a Rinaldi passando per Pillon), dice la parola “gender” la platea applaude pavlovianamente, così come in contemporanea la folla guidata da Laura Boldrini e Monica Cirinnà per le vie del centro esplode in boati a ogni slogan sull’autodeterminazione della donna, come se davvero al World family congress si stessero presentando proposte di legge sulla donna schiava dell’uomo. Come in una pièce del teatro dell’assurdo, molti relatori citano la stessa frase di Chesterton, convinti di dire qualcosa di colto e originale: “Verrà un tempo in cui fuochi saranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro, e le spade saranno sguainate  per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Quel tempo è oggi, aggiungono tutti, e alla terza volta nel giro di un’ora persino il pubblico di Verona applaude meno convinto. Passato da profeta a frase buona per cioccolatini pro life, anche Chesterton perde la sua forza.

 

 

 

Intanto i critici del Congresso gongolano alla notizia che il Papa avrebbe detto che concorda sulla sostanza del convegno, non sul metodo. Giustamente Massimo Gandolfini, chiudendo la marcia sul palco di piazza Bra, ricorda che la sostanza è comunque che per Francesco la famiglia è quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, e che l’aborto è un delitto. Inutile: il Pontefice tira di più quando parla di ambiente, si sa, e la notizia sui siti è che una dei sette figli che Gandolfini ha adottato è a Verona in piazza a manifestare contro il Congresso. “Le voglio bene lo stesso, vedete che non sono un fascista?”, dice lui. Ma siamo nel regno relativista dei comportamenti, gli argomenti sono morti da un pezzo. La sostanza, però, è ridotta a slogan anche da chi sul palco parla di famiglia usando frasi già sentite mille volte negli ultimi vent’anni. Dopo avere inneggiato a Putin e Cristo Re dal palco della piazza si chiede alla gente di tornare a casa e “passare all’attacco”, dare testimonianza nella vita quotidiana ma fondare anche circoli e gruppi pro vita, diventare “cittadini attivi”. E’ il modello americano delle culture war, che però negli Stati Uniti ha di fatto fallito dieci anni fa. A differenza dell’America, però, in Italia almeno all’inizio la chiesa aveva un ruolo di indirizzo, oggi si limita a condannare il metodo senza offrire alternative credibili o praticabili per chi effettivamente lotta affinché alla famiglia venga riconosciuto un ruolo centrale nella società. Non stupiamoci se poi a farlo sono i Putin e gli Orbán, con il sostegno delle figure modeste che a Verona hanno ripetuto idee e concetti che non ha ascoltato nessuno.

  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.