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Il dramma di vivere in un’èra senza più verità

Famiglia, Trump, Cina, sovranismo. Provate a convincere chiunque di una qualche verità e vedrete che fine farete. Il sommario di decomposizione come esercizio parossistico di ottimismo

31 Marzo 2019 alle 06:00

Il dramma di vivere in un’èra senza più verità

Rachel Bess, Rotting Plums

E’ sempre stato in parte vero, ma mai così, mai in modo così evidente, plateale, indiscutibile: le rivoluzioni nascono dal basso, cioè dal costume, e oggi il costume è quel che vedi (pubblicità, video, cinema, netflix, sport, musica, gastronomics, people press fotografia, installazioni), è prodotto e scambio, immagine e suono. La parola, la legge, il concetto (in senso logico, socratico) se la passano maluccio di questi tempi, riconosciamolo una buona volta e rassegniamoci. Tutto, compresa la chiesa cattolica, compreso l’ortodosso Putin, compreso Trump col suo riporto MAGA e “no collusion”, compresi i nazional-populismi con le loro protesi pseudoeticiste, tutto, compresi il Dragone e la comunità di Bose, le ossessioni del grande rimpiazzo e il multiculti, il sesso e la demografia pendula, Verona e antiVerona, la democrazia rappresentativa e il fascismo, l’ambiente e l’Apocalisse, i cardinali con lo strascico e i preti infoiati, tutto ruota intorno a percezioni vaghe e vaghe blasfemie domestiche. Provati a convincere chiunque – convincere: parola desueta – di una qualche verità, e vedrai la fine che fai. Viviamo nel regno relativista dei comportamenti, e gli argomenti muoiono di freddo anche in primavera. Questo aveva ben capito Ratzinger, nelle sue omelie sul sagrato di San Pietro e in cattedrale, nei suoi discorsi, nelle sue encicliche, e alla fine si è dovuto ritrarre sull’orlo dell’abisso davanti alla dittatura dell’Io e delle sue invincibili voglie.

 

La maledizione di vivere in tempi interessanti decisamente ci ha colpito. Ha affondato i libri, che sono polvere di stelle destinata ai festival della cultura, i giornali, che sono polvere in attesa del macero, assorbendo tutto nella comunicazione, nell’intelligenza sempre più artificiale, e nel deserto affollato del commercio universale le pretese della ragione illuminata o anche solo del ragionevole in mezza tinta sbiadiscono, creano da sé la propria ombra, s’incurvano sotto il peso del sentimento, del desiderio, del comportamento. Ecco, il comportamento. I veronesi ci hanno fatto ridere, ci hanno anche molestato con i loro gadget, ci hanno funestato con le loro scemenze, ma tutto per vizio di incongruità: non sono importanti le cose dette e pensate, pochine, elementari, selvagge, incapaci di riscatto razionale, importa invece, e in modo decisivo, l’attrito con i comportamenti. Siamo single anche sposati, siamo senza figli anche con prole, siamo immersi nel sentimento indifferente dell’amore, abbiamo due tre quattro vite che non si tendono ad arco, non sono parabole, sono atti passibili di riproducibilità, prodotti dell’esistenza che non esistono. Ma che vuoi discutere dell’aborto, del matrimonio, del cristianesimo, della politica, della democrazia, del debito pubblico, della responsabilità individuale, della libertà e magari dell’utilità dei classici, l’Ulisse modernista è come mai prima multiverso, si frammenta e si sdoppia, si moltiplica infine nei suoi comportamenti che aspirano a un’Itaca inesistente. Lucrezio diceva che non si può escludere la resurrezione, come fatto materiale, comprese unghie e capelli come pensava San Tommaso, ma il risorto non sarà lo stesso di prima, gli mancherà la coscienza di esserlo, la salvezza è una mistificazione per far lavorare il timordiddio. 

  

La chiusura dei porti come il rosario, la felpa, le divise, il muro e la chiusura del southern border, erano e sono cattiva epica e cattiva etica, ma neanche le cose cattive sono più quelle di una volta, signora mia. Ha senso parlare di incompetenza e competenza nell’epoca della Gabbia trasformata in commissione parlamentare sulle banche? Si può discutere di economia e società nel mondo flautato di un Antonio Maria Rinaldi? Il sommario di decomposizione di Cioran, e l’ho sempre sospettato, era un esercizio parossistico di ottimismo.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    07 Aprile 2019 - 22:10

    Caro Ferrara, con la mia pochezza culturale fai da te ho trascorso quasi ottant'anni nell'esperienza del vivere, e pur condividendo la sua visione della situazione attuale così apparentemente assurda, degradante e deludente, anzi forse anche per questo ho ritrovato piena fede nei Valori fondamentali ed universali della vita umana, che sono poi indiscutibilmente quelli cristiano-cattolici. Il suicidio dell'occidente sta nel voler rinnegare il Cristianesimo, così rinnegando l'universo creato e l'uomo con tutte le creature. La vita umana non si esaurisce nella fisicità e nella morte, e questo dovrebbe essere evidente a chiunque non abbia perduto il ben dell'intelletto. Il quadro da lei tracciato sopra, visto dall'esterno, ne dà prova indiretta. Ma il futuro è salvo e sicuro, garantito da due pilastri indistruttibili: la Chiesa di Cristo e la Madonna scesa in mezzo a noi. Tutto il resto, la bolgia del male e la babilonia in cui siamo immersi sono opera di satana. Ma "non prevalebunt".

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  • riflessivo

    07 Aprile 2019 - 16:04

    Gentile signor Ferrara, o dottor Ferrara se preferisce, la descrizione che lei fa del caos attuale, della mancanza di un punto o punti fermi di riferimento, dà all'articolo da lei scritto una qualità letteraria e filosofica che pochi giornalisti riescono a raggiungere. Lei è davvero bravo, ha descritto la nostra epoca dominata dal pensiero debole e dal relativismo in maniera mirabile. Ha citato Ratzinger alludendo al suo "pensiero forte" che manca in questo mondo moderno dominato dal vacuo, dal fluttuante. Ha parlato dell'uomo contemporaneo come di un moderno Ulisse alludendo a Joyce. Complimenti, i suoi articoli fanno riflettere e stimolano all'approfondimento culturale, alla cultura e al pensiero, uniche basi per una politica degna di questo nome.

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  • mtferrari

    31 Marzo 2019 - 19:07

    ogni cosa ha la sua ragione d'essere, quale sia quella di oggi non lo sapiamo. Quando ho visto i soldati francesi scappare davanti ai tedeschi, poi i tedeschi scappare davanti alle nostre truppe amiche. Da quel marasma è sorta una luce .. l'Europa ! .... Coraggio ....

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    31 Marzo 2019 - 17:05

    La tremenda, nativa, caratteristica del semplice: racchiudere in sé, essere, il massimo della complessità. Libertà: concetto semplice, no? In effetti rifiuta ogni restrizione e il limite della responsabilità dell’usarla. Accade ed è inevitabile quando la si promuove a domina delle passioni umane. Libertà di pensiero, libertà d’espressione, libertà di stampa, libertà di costumi, sfociano nelle rispettive conflittuali libertà d’azione e di comportamenti. Fino a far ritenere che libertà e licenza possano anche coincidere. Non esiste esegesi del lemma che possa annullare questa realtà e che possa ridimensionarla fuori dalla diretta proporzionalità: più libertà più problemi.

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