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Una linea netta tra vero e falso prima che sia tardi

Oggi siamo solo alle scaramucce, le fake news poggiano sul pressoché niente della percezione, ma in passato hanno avuto effetti anche catastrofici. La Turchia di ieri, la chiesa, Assange e l’ingegneria del caos

7 Aprile 2019 alle 06:00

Una linea netta tra vero e falso prima che sia tardi

Le notizie false ci sono sempre state, ovvio. E hanno spesso avuto esiti maligni, peggiori di quelli finora riscontrati con le fake. Nel suo bel libro sul “Professore e il patriarca” (Jaca Book) Andrea Riccardi racconta: “Il governo Menderes giocò a incendiare i sentimenti nazionalisti della popolazione. La notizia (falsa) diffusa in Turchia che, a Salonicco, gruppi di greci avessero attaccato la casa natale di Atatürk (conservata come sacrario a spese del governo di Ankara), scatenò il pogrom contro i greci di Istanbul. La stampa la rilanciò in maniera sistematica e rappresentò il detonatore della mobilitazione antigreca in un clima infuocato. Una folla incontrollata, ma tollerata dalla polizia, nella notte tra il 6 e il 7 settembre del 1955 saccheggiò i beni greci, specie nella zona di Pera”. “Attaccarono le case e violentarono le donne greche e armene” testimonia Orhan Pamuk, “per strada, tutti coloro che non erano musulmani rischiarono il linciaggio”. E Riccardi fa il conto: “Più di 2000 case e più di 4000 negozi furono gravemente danneggiati, insieme a 110 tra ristoranti e caffè, 83 chiese di cui 3 incendiate e 35 devastate, 26 scuole, 27 farmacie, 21 officine, 12 alberghi, 11 cliniche e dispensari, 5 locali di associazioni, 3 tipografie di giornali, 2 cimiteri, 5 club sportivi e altri stabili”.

 

Una volta era tutto orrendamente chiaro. I greci erano un fattore perturbante, dopo la fine dell’impero ottomano e il rigonfiamento del nazionalismo turco, andavano spazzati via, e le notizie false venivano dai servizi segreti, erano amplificate dalla stampa corriva al governo, e si risolvevano con linciaggi e roghi. Le fake si poggiavano sulla realtà dell’odio etnico e religioso, la bestia nera del patriarca Athenagoras e dello studioso Olivier Clément nutriti di cosmopolitismo e tolleranza, fino al sogno ecumenico. Ora poggiano sul pressoché niente della percezione, sono l’invenzione di un’invenzione, e per il momento non hanno effetti tanto catastrofici. Ma per il momento. Oltre al pamphlet febbricitante e informato di Rocca (“Chiudete internet”, Marsilio), oltre alla riflessione ampia di Will Davies (Einaudi), è uscito in Francia un saggio che si chiama “Gli ingegneri del caos”, autore l’italiano Giuliano Da Empoli, che i lettori qui conoscono anche per la sua prodigiosa intervista a Steve Bannon, ospitata tempo fa sul Foglio del lunedì. Il saggio è stato festeggiato dal Financial Times, da Le Point e da altre tribune, è in traduzione inglese tedesca e italiana (qui uscirà a maggio), ed è una delle spiegazioni più brillanti e esaurienti del retroterra mediatico della crisi delle democrazie liberali.

 

Anche la chiesa cattolica è vittima dell’ingegneria del caos. Scrive Serge Besançon su Commentaire, la rivista dei liberali francesi, in un saggio eccellente sui preti perversi e la chiesa sposa e madre, che l’istituzione ecclesiastica ha sempre saputo trattare con gli imperi, i monarchi e le democrazie, ma “sembra molto più fragile davanti al potere mediatico e perfino pietrificata dalla rete dei social network”, e si difende tradendo la sua paura dello scandalo: “Il suo terrore del giudizio degli uomini ha sostituito quello del giudizio di Dio. Il suo desiderio di piacere agli uomini ha sostituito la sua vocazione d’amore verso il Salvatore”. Non è poco, come conseguenza delle rumorose notizie, vere e false, sulla pedofilia del clero.

 

Il misto di vero e falso che sta sempre dietro alla falsificazione, che è un assurdo complemento della verità in epoca di relativismo, è qualcosa a cui non si sfugge. Ci si costruiscono fortune e disgrazie a volte anche comiche. Come quella di Julian Assange, uno dei due spioni in chief che hanno fatto molta ingegneria del disastro, e che è ristretto dal 2012 nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dalla quale ora lo vogliono sloggiare perché dicono che non si lava, che si comporta come un adolescente difficile, che è diventato mezzo matto a forza di star lì a ricevere Lady Gaga e altri vip in vena di sovversione mediologica. Il mondo del falso non ha ancora varcato la linea rossa del pogrom, nel nostro tempo siamo alle scaramucce, ma sarebbe saggio che i realisti, quelli che non credono nelle verità multiple, “il diritto alle proprie opinioni e anche ai propri fatti”, al “questo lo dice lei”, comincino a stabilire una linea di demarcazione netta, prima che sia troppo tardi.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • DBartalesi

    08 Aprile 2019 - 09:09

    E tuttavia quanto durerebbe oggi, con l''accesso di tutti alla rete, la "fake news" che nel 1955 i Turchi usarono contro i Greci? Pochino. Ciò per dire che in politica come negli affari, insomma dove c'è la lotta per il potere, l'uso dell'inganno per prevalere avrà vita ancora lunga, millenaria. E dunque bruciamo la rete perché diffonde più velocemente e capillarmente l'inganno? Impossibile, anti storico, comunque sbagliato. Imparare ad usarla in modo civile sarebbe molto più desiderabile, e fattibile. Dato che oggi poco si fa al proposito, anzi pochissimo, ma non dura. La rete andrà normata come qualsiasi strumento di vita civile, perché senza di lei probabilmente non si potrà governare.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Aprile 2019 - 17:05

    Caro Elefantino – Le false notizie ci sono sempre state, ovvio. Altrettanto ovvio, sempre ci saranno. Hanno origine in quella parte del nostro istinto di sopravvivenza che spinge l’uomo ad ingannare se stesso. Una necessità. Il credere e il percepire sono entità relativistiche. Le tecnologie attuali le esaltano entrambe al massimo. La Storia dell’Umanità ci narra che se siamo arrivati ai trapianti di cellule staminali, partendo dalle caverne, è dovuto al fatto che non possiamo andare oltre il “sempre correre e mai raggiungere il fine” Comunque inteso, sia del pensiero che dell’azione. Ci arrovelliamo da millenni su quella impossibilità. Guai non fosse tale.

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  • riflessivo

    07 Aprile 2019 - 17:05

    "Una linea netta tra vero e falso prima che sia tardi" Come dargli torto!! Siamo al cuore del problema, una società senza più punti di riferimento culturali su cui basarsi!!

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