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Il Truce e le prove spericolate da Dulce

Adesso c’è anche un Salvini buono che visita i carcerati e fa sbarcare i migranti

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

29 Marzo 2019 alle 09:30

Il Truce e le prove spericolate da Dulce

Matteo Salvini incontra i ragazzi della scuola Media Vailati di Crema (foto LaPresse)

E’ più vero il Truce in divisa che sequestrava la nave Diciotti o il Dulce in cravatta che la settimana scorsa ha fatto attraccare di nascosto la nave Jonio? Sempre più spesso Matteo Salvini ha il piacere, e il dispiacere, d’essere molti, di vedere tutti i se stesso, di essere a discrezione presente e assente, buono e cattivo, Truce e Dulce, essere un altro. Ieri convocava in felpa le agenzie di stampa per consegnare loro queste immortali parole: “Se uccido un rapinatore voglio una medaglia”. Oggi invece, in un corridoio del Senato, e col busto di Marco Minghetti alle spalle, celebra in grisaglia la nuova legge appena approvata: “Niente armi, niente Far West. Solo legittima difesa”. Re dell’istinto, fiutatore e pirata, martedì ha spinto il proprio talento mascalzone fino a voler offrire il gelato a Ramy, il ragazzo di San Donato Milanese cui appena dieci giorni prima voleva invece prendere le impronte dei piedi. Il Salvini di prima diceva: “Ramy vuole la cittadinanza? Si faccia eleggere”. Il Salvini di poi è invece tutto miele: “Ramy avrà la cittadinanza italiana. E’ come fosse mio figlio”.

  

Un paese fondato sulle balle

Le frottole sulla legittima difesa e il non allarme immigrazione. Le fake sulla povertà e la corruzione-peggio-che-in-Gabon. L’Italia non si preoccupa più dei guai veri perché ha deciso di scommettere sui problemi farlocchi. Risultato: l’iceberg. Come uscirne

 

Vitellone padano in costume da bagno, il cocktail in mano e la panza di fuori, offriva generose perle di saggezza sociologica sulla spiaggia del Papeete, a Milano Marittima. “Basta stare qui un’ora per capire quanti abusivi fanno concorrenza sleale ai commercianti italiani”, diceva. Poi: “I campi rom vanno rasi al suolo”. E ancora: “Ci vuole la castrazione chimica”. E infine: “Chi è in galera ci deve restare e non ha la mia compassione”. Adesso invece fa visita in prigione ai carcerati di Bollate con Annalisa Chirico, nientemeno scimmiotta Pannella nell’inferno concentrazionario d’Italia. E se prima aggredisce il vincitore del Festival di Sanremo perché si chiama Mahmoud, poi cambia identità e allora va ad abbracciarlo sul palco del Maurizio Costanzo Show: “Sei milanese come me. Mio figlio è strafan, me lo fai l’autografo?”.

 

Preso dalla foga recitativa, fedele discepolo di quel detto di Kraus secondo il quale la politica è effetto di scena, Salvini si fa prendere la mano, insomma gli capita di esagerare, di strafare, di sopravanzare in estremismo i suoi stessi elettori, che sono pur sempre italiani, dunque poco inclini alla coerenza necessaria affinché si consumi il vero orrore. Gli capita forse, persino, d’essere anche un po’ spaventato dalla corte di opinionisti teleinvasati che per compiacerlo gli fanno da mostruosa grancassa. Allora arretra, cambia volto, fino a costeggiare i confini del politicamente corretto, pur di recuperare. Come quando, dopo aver dato appoggio alla manifestazione di Verona in difesa della famiglia naturale, ha poi voluto dire che “non si toccano i diritti e anche sull’aborto niente passi indietro”. Sempre pronto a ricominciare da capo, ovunque venga portato dai suoi eccessi e dai suoi eccessivi camerieri. La teatralità come specchio della vita.

 

E che il ministro dell’Interno sia animato da una sorta di audacia sfrontata e tranquilla, una completa mancanza di scrupoli e la convinzione che sia sufficiente allungare una mano per cogliere un’occasione, questo lo hanno capito tutti, anche i suoi alleati di governo, persino Beppe Grillo, che infatti intrattiene il pubblico dei suoi spettacoli con questa battuta: “Quello va dai pompieri e diventa pompiere, va dagli immigrati e diventa negro…”. Salvini è americano ma pure russo, trumpiano e putiniano, padano e meridionale, all’occorrenza si fa anticinese ma è capace di elogiare lo “splendido senso di comunità” che si respira in Corea del nord. Così adesso, accanto a tutti gli altri centomila Salvini, c’è anche il Matteo buono, il Dulce, appunto, una nuova identità, e probabilmente nemmeno quella definitiva.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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Commenti all'articolo

  • Silvius

    31 Marzo 2019 - 14:36

    Spesso è bino, a volte trino.

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