Un paese fondato sulle balle

Claudio Cerasa

Le frottole sulla legittima difesa e il non allarme immigrazione. Le fake sulla povertà e la corruzione-peggio-che-in-Gabon. L’Italia non si preoccupa più dei guai veri perché ha deciso di scommettere sui problemi farlocchi. Risultato: l’iceberg. Come uscirne

Ci hanno raccontato per anni, mescolando il peggio della cultura politica di destra e di sinistra, oggi magnificamente rappresentata al governo dalla Lega e dal Movimento 5 stelle, che l’Italia era un paese allo sfascio, in disarmo, prossimo alla rovina, destinato al collasso a causa di una corruzione dilagante, di una povertà insostenibile, di una disoccupazione folle, di una flessibilità sfrenata, di un’immigrazione senza controllo, di una sicurezza non garantita. Ci ritroviamo oggi a osservare ogni giorno, a un anno e poco più dalle elezioni del 4 marzo che hanno avuto finora l’effetto di cambiare più che il volto dell’Italia il segno della sua economia, un qualche dato, un qualche dettaglio, una qualche sfumatura, una qualche verità che in modo implacabile ci ricorda, come un ticchettio costante su un vecchio orologio, cosa rischi un paese come l’Italia a trasformare delle false emergenze in problemi prioritari.

 

Ci avevano raccontato che i cinque milioni di italiani che secondo l’Istat si trovano in condizioni di povertà assoluta avevano bisogno di un reddito di cittadinanza per ridare dignità alla propria vita. Ma a due settimane dalla presentazione delle domande le richieste arrivate agli sportelli dei Caf sono molto diverse, per fortuna, rispetto alla quota 6,5 milioni che aveva pronosticato a ottobre Luigi Di Maio. E senza voler dare naturalmente giudizi troppo affrettati verrebbe da chiedersi: (a) se la cifra dei cinque milioni di persone che secondo l’Istat si trova in povertà assoluta sia una cifra davvero realistica o sia una cifra che non tiene conto dei circa 3,3 milioni di italiani invisibili che lavorano in nero e (b) se la risposta giusta per combattere la povertà e la disoccupazione sia legata più al futuro del reddito di cittadinanza o al futuro del lavoro.

 

Il fatto che finora solo il 6,8 per cento delle domande di reddito di cittadinanza inoltrate ai Caf sia arrivato dagli under 30, in un paese che ha il doppio della disoccupazione giovanile rispetto al resto dell’Unione europea (32,6 per cento contro 15,2 per cento), sta in qualche modo a indicare che chi oggi non ha un lavoro considera una priorità non che lo stato gli dia un bancomat per stare a casa ma che gli dia una mano a trovare un impiego. La povertà esiste, anche se non nella misura che ci viene ogni giorno raccontata – in Italia ci sono ogni anno circa 77 miliardi che vengono prodotti dall’economia in nero, che equivalgono a circa 4 punti di pil. La disoccupazione giovanile esiste, anche se non nella misura che ci viene ogni giorno raccontata – in Italia, a differenza che in Germania, si considerano disoccupati anche tutti i ragazzi dai 15 ai 24 anni che pur frequentando la scuola si sono iscritti a un centro per l’impiego per lavorare in modo saltuario e nei mesi in cui non lavorano risultano come disoccupati.

 

Ma nell’Italia delle grandi balle – dove i professionisti dell’anticorruzione oggi al governo dopo aver raccontato al mondo per anni che l’Italia è meno affidabile del Gabon sono costretti a spiegare all’estero ai propri interlocutori che l’allarme sulla corruzione in Italia è ampiamente esagerato, perché i dati effettivi sulla corruzione non esistono, esistono solo i dati sulla percezione – ciò che non viene ricordato neppure quando le verità si presentano sotto i nostri occhi è che un paese che vuole combattere la povertà creando lavoro deve fare il contrario di quello che ha fatto finora il nostro governo e deve necessariamente convincersi che combattere la disoccupazione aggredendo la flessibilità significa semplicemente combattere l’occupazione.

 

Ci avevano raccontato che il dramma dell’occupazione italiana era la flessibilità, ma una volta aggredita la flessibilità attraverso il decreto dignità il risultato è stato diverso rispetto alle attese populiste: nel 2018 ci sono stati più occupati che nel 2019 (192 mila in più) ma nel quarto trimestre del 2018 (da quando i populisti sono in chief) in termini assoluti gli occupati sono calati di 36 mila unità (dignità-tà-tà). Vale quando si parla di economia, ma vale anche quando si parla di sicurezza e quando si parla di immigrazione. Gli sbarchi, che da più di due anni non sono più un’emergenza, vengono trasformati in emergenze da Salvini e Di Maio quando ci sono altri problemi da nascondere, con la stessa tecnica con cui Ninni Bruschetta nella serie tv “Boris” chiedeva al mitico Biascica di smarmellare tutto per non far vedere troppo i difetti degli attori in scena (meglio parlare di ong che parlare di pil). E allo stesso modo, se vogliamo, la legittima difesa, ieri approvata anche dal Senato, è stata trasformata in un’emergenza nazionale pur non essendo un’emergenza nazionale (nessun giudice di nessuna Corte costituzionale del mondo potrà accettare una riforma che prevede la possibilità che la difesa sussista “sempre” a prescindere dalla effettiva necessità di difendersi dell’aggredito che reagisce, per non parlare poi del fatto che in termini di statistica giudiziaria, in Italia, stando all’ultima elaborazione del Servizio studi del Senato su questo tema, i procedimenti iscritti per difesa legittima, articolo 52 codice penale, sono stati cinque nel 2013, zero nel 2014, tre nel 2015, due nel 2016, e i procedimenti per eccesso colposo in legittima difesa, articolo 55, sono stati due nel 2013, zero nel 2014, uno nel 2015, due nel 2016).

 

Un paese fondato sulle balle è un paese che sceglie di non preoccuparsi dei problemi veri perché ha deciso di scommettere sui problemi farlocchi. E scommettere sui problemi farlocchi piuttosto che su quelli reali – considerando per esempio più importante una polemica sui migranti con Malta che un’asta di titoli di stato a cinque anni che viene ultimata con tassi tre volte più alti (1,71 per cento) rispetto a un anno fa (0,56 per cento) e persino più alti rispetto a un mese fa (1,46 per cento) – significa portare il paese velocemente verso l’iceberg della decrescita infelice in nome dell’unico principio che sembra oggi guidare il governo delle fake news: prima le Europee, dopo gli italiani.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.