Il populismo penale che muove la nuova (sproporzionata) legittima difesa

Luigi Manconi

Le statistiche smontano la percezione di emergenza sbandierata dal governo. Ma con la nuova legge approvata dal Parlamento ci troviamo davanti a un esempio di manomissione ideologica

Al direttore - La riforma della normativa sulla legittima difesa è stata approvata giovedì in via definitiva. Secondo l’autorevole giurista Ennio Amodio, si tratta di una legge “incostituzionale” da cui discendono due gravissime insidie. Ovvero che venga cancellato “tutto un patrimonio di razionalità e di moderazione” e che “il privato cittadino si trasformi in una autorità che delibera la pena di morte e la mette in esecuzione indipendentemente da una situazione di pericolo”. E tutto questo sfacelo, “la più populista delle misure”, per affrontare una situazione che “riguarda solo pochissimi casi”.

  

 

Per comprendere come ci si è arrivati, è opportuno qualche passo indietro. Come (quasi) sempre, è utile partire dall’utilizzo delle parole. Il termine “percezione”, un tempo nobile e oggi ridotto a panno assorbe tutto, dissimula sempre più spesso le più perniciose manomissioni ideologiche. E’ il caso della riforma appena approvata, che costituisce la più formidabile esemplificazione e la più fortunata cultura in vitro di quella tendenza. Tanto più singolare se consideriamo alcuni dati statistici. In Italia gli omicidi volontari sono calati di oltre l’ottanta percento, dai 1750 del 1992 ai 319 del 2018. Se, dunque, tenessimo conto esclusivamente di questi numeri, il nostro paese risulterebbe tra i più tranquilli del mondo: anche perché, nello stesso arco di tempo, sono diminuiti costantemente i “delitti di strada” e tutti quelli che suscitano particolare allarme sociale (scippi, furti, furti in casa e rapine in banca).

 

Eppure ciò sembra non aver sortito alcun effetto positivo sul sentimento di sicurezza dei cittadini e sull’auto-valutazione della qualità della propria esistenza. Lo scarto davvero pauroso, è il caso di dire, tra i dati oggettivi e la loro relazione con la vita emotiva delle persone in carne e ossa in genere viene attribuito, appunto, alla percezione: un rapporto, cioè, gravemente alterato con la realtà, che deforma il modo con cui la sentiamo e la viviamo. Se non approfondiamo le cause di questa alterazione, c’è il rischio di una spiegazione tautologica: abbiamo paura perché abbiamo paura di aver paura, a seguito di una condizione di stress generalizzato, originata da una molteplicità di fattori. Tra questi sono determinanti le conseguenze della crisi economico-sociale durata oltre un decennio, che ha prodotto uno stato di instabilità psicologica che va oltre il timore dell’aggressione fisica nei confronti dell’integrità propria, dei propri cari e dei propri beni, e ne può prescindere. E’ quello stato di incertezza complessiva sul destino di sé e dei figli che porta al parossismo gli allarmi sociali, al di là della concretezza dei dati di realtà.

  

Eppure le statistiche parlano chiaro e sono, almeno in questo caso, agevolmente consultabili. Così quella che viene presentata come una drammatica emergenza nazionale (persone incriminate per essersi difese da aggressioni nelle proprie residenze) si sgonfia alla prima verifica. Il ministero della Giustizia non dispone dei dati relativi ai procedimenti penali suddivisi per qualificazione giuridica del fatto, registrati presso le procure della Repubblica. Ma lo stesso ministero rileva i dati presso i tribunali, sia sezioni dibattimentali che uffici del Gip/Gup, fino al 2016. Secondo l’elaborazione del servizio studi del Senato, nel 2013 i procedimenti iscritti per “difesa legittima” (articolo 52 codice penale) sono stati cinque, nessuno nel 2014, tre nel 2015, due nel 2016. Ancora minore il numero dei procedimenti per “eccesso colposo” in legittima difesa (articolo 55 codice penale): due nel 2013, nessuno l’anno successivo, uno nel 2015, due nel 2016. Giuro, è proprio così: davvero “pochissimi casi” (Amodio).

  

In effetti, dal punto di vista della statistica giudiziaria, sono cifre insignificanti ma, su esse, si sono costruiti meccanismi paranoici e psicosi collettive. E ne risulta insidiato uno dei fondamenti del diritto moderno, ovvero il principio di proporzionalità. Questo cardine dell’idea di giustizia e della sua equa amministrazione viene profondamente lesionato dalla nuova normativa nel momento in cui lo si sottrae alla valutazione del giudice e lo si da per presupposto. Il testo di quella norma va riportato a futura memoria: “il rapporto di proporzionalità tra la difesa e l’offesa si considera sempre sussistente”. Analfabetismo giuridico o populismo penale? Probabilmente, entrambe le cose. Già in Esodo (21, 23-27) si enunciava quel principio che il senso comune “del popolo” rovescia comprensibilmente in un invito alla vendetta. E dunque mi permetto di tradurlo a beneficio di Matteo Salvini e Alfonso Bonafede: quel “occhio per occhio, dente per dente” afferma esattamente un criterio di equilibrio e una misura di proporzionalità: per un occhio, non più di un occhio.

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