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Gli scrittori italiani di una volta non sapevano scrivere

Nel suo nuovo libro, Paolo Nori confronta una poesia di Puskin con una coeva di Manzoni: il russo scriveva come parlava e l'italiano come se stesse dettando una lapide

11 Settembre 2018 alle 06:00

Gli scrittori italiani di una volta non sapevano scrivere

Ritratto di Alessandro Manzoni di Francesco Hayez, 1841 (dettaglio)

Sebbene citi troppo spesso, e in modo troppo ambiguo, Stalin, e mai nemmeno una volta Solzenitsyn, anche il Paolo Nori di “La grande Russia portatile” (Salani) merita di essere letto. Il sottotitolo annuncia un “viaggio sentimentale nel paese della più bella letteratura del mondo” ma non mancano i rimandi alla letteratura italiana. Nori confronta una poesia di Puskin con una poesia coeva di Manzoni e il risultato è per noi impietoso perché il russo scriveva come parlava e l’italiano come se stesse dettando una lapide. In effetti i libri italiani dell’Ottocento non riesco più a leggerli, per tacere di quelli del Settecento. Nori non mi ha avvicinato più di tanto alla letteratura russa (troppo prolissa, troppo remota, troppo triste) e mi ha ulteriormente allontanato da quella italiana. Adesso mi è chiaro che, mentre gli scrittori italiani di oggi non sanno pensare (immaginarsi un ragionamento di Edoardo Albinati), gli scrittori italiani di una volta non sapevano scrivere. Ci si tuffi pertanto nella pittura e nella musica (strumentale).

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Commenti all'articolo

  • GianniM

    GianniM

    13 Settembre 2018 - 12:12

    In realtà gli scrittori italiani dell'Ottocento sapevano scrivere benissimo, anche se vogliamo utilizzare come metro di giudizio la nostra odierna capacità di intenderli: la prosa manzoniana è godibilissima. La questione si pone semmai per la poesia. Ma io domando: sono loro che non sapevano scrivere, o noi che non sappiamo più leggere? Il fatto è che abbiamo disperso le nozioni di prosodia e metrica, necessarie a conferire ai componimenti poetici la musicalità. E anche - aggiungo - a misurare le capacità linguistiche e creative di un autore, perché la difficoltà compositiva stimola la ricerca semantica e di significato. Dante "sommo" anche per questo. Oggi abbiamo i versi "sciolti": più facili da capire; ma anche molto più poveri (con le dovute eccezioni) di musicalità, capacità evocativa e senso

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  • carloalberto

    11 Settembre 2018 - 20:08

    Langone, mi spiace ma ha toppato di brutto. Nori è un traduttore sciatto, come ben sanno gli slavisti italiani. E non si tratta di boria professorale. Semplicemente nell'Ottocento c'era ancora la convinzione che la lingua non ha un unico registro, che poi dovrebbe essere quello colloquiale. Se oggi la lingua ottocentesca ci sembra lontana, la colpa non è degli scrittori ottocenteschi, ma dell'italiano medio di oggi, sciatto e volgare, in nome della "democrazia", ovviamente. Prenda esempio da Mogol e Battisti, che diedero popolarità all'aggettivo "uggioso" infischiandosene di chi li criticava dicendo che quella parola non la conoscesse nessuno. E prenda un po' di sano platonismo: l'Idea è più bella delle rappresentazioni sensibili.

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  • Carletto48

    11 Settembre 2018 - 09:09

    Ho riletto dopo 50 anni i Promessi Sposi: ENTUSIASMANTE. Al netto del personaggio Lucia.

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    • carloalberto

      11 Settembre 2018 - 20:08

      Il personaggio di Lucia è bellissimo, come pensava anche quel grande scrittore che fu Manlio Cancogni.

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  • giantrombetta

    11 Settembre 2018 - 08:08

    Non sarebbe mica meglio tuffarsi nel Lambrusco , caro Camillo?

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