Quello che Gessen non vede e non può raccontare sulla transizione della Russia di Putin

Luigi De Biase

Un approccio piatto e omologato. Il paese dipinto come fosse una grande prigione a cielo aperto. Ma nella realtà la distanza fra “noi” e “loro” è sempre minore

"Il futuro è storia" l’ho visto il mese scorso passando davanti a una vetrina nel centro di Roma. Di Masha Gessen ho avuto per le mani un paio d’anni fa una biografia di Putin, piuttosto parziale a dire il vero, intitolata “L’uomo senza volto”, ma dato che mi pare prematuro scrivere un’opera su Putin, e dato poi che la fiducia per una casa editrice supera a volte quella nei confronti dei suoi autori, mi è sembrato giusto entrare, sfogliarlo e portarlo alla cassa senza troppi pensieri. Al libraio quella scena deve avere azionato una specie di motore di ricerca interno, così dopo avere annotato sul suo blocco il titolo del libro mi ha passato un altro mattoncino di cinquecento pagine che teneva accanto al telefono probabilmente per ragioni di spessore, dicendo: se ti piace Masha Gessen, apprezzerai senz’altro questo dello stesso genere. Il libro dello stesso genere era “L’isola di Sachalin”. Ora: “L’isola di Sachalin” è un rapporto compilato da Cechov nell’ultima parte dell’Ottocento, una volta che fama e stabilità economica gli avevano permesso di trasferirsi a Mosca, di spostare la famiglia in una casa comoda e di lasciare il lavoro di medico che aveva trattato per tutta la vita “da mascalzone”, come diceva a un amico, offrendo in cambio ai numi della scienza un pellegrinaggio attraverso la Siberia e un racconto dettagliato della vita nelle colonie penali in estremo oriente. Al termine del rapporto, Cechov aveva scritto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Insomma, quel viaggio all’inferno era un voto, una missione, un patto con lo spirito, e Masha Gessen vive a New York, scrive per una rivista prestigiosa e insegna al College nell’Ohio, voglio dire, non è quel che si possa chiamare il turno di notte dell’umanità. Eppure l’andazzo con cui vaga fra le anime morte dell’epoca di Putin ricorda per alcuni versi il rapporto dall’isola di Sachalin, come se i metodi da colonia penale descritti due secoli fa riguardassero la Russia ancora adesso, come se i suoi cittadini fossero sempre reclusi in una prigione a cielo aperto. Che questa sensazione corrisponda alla realtà dei fatti è tutto un altro discorso.

 

Sono rari i casi in cui un giornalista sia riuscito a maneggiare con successo gli attrezzi dello storico. Il lavoro di Masha Gessen non è fra quelli. Altro esperimento discutibile degli ultimi tempi: Anne Applebaum e il suo “Gulag”. Quindi “Il futuro è storia” non è un saggio. Giuliano Ferrara, che ringrazio per l’invito al confronto sul tema, diceva nel suo pezzo della scorsa settimana che il libro si legge come un romanzo. Io credo sia un romanzo in senso compiuto, e per di più avvincente, con l’intreccio di fatti pubblici e memorie private che Masha Gessen legge e rilegge usando strumenti da psicanalisi, anziché da storico: i suoi russi sono riccastri dell’Anello dei Giardini con dependance sul Lago di Como, figli dei salotti sovietici alla costante ricerca di soldi e scappatelle e delle parole corrette per riuscire a definirsi; la sua Russia è tutto l’opposto, e quindi è un paziente robusto con tendenze nichiliste e pulsioni sessuali degne degli skopcy, la setta ortodossa che predicava di castrarsi per evitare il peccato. Il tragitto dall’Io al Noi è ricorrente ne “Il futuro è storia”. Su quel tragitto si rompono la testa i pensatori russi da tre secoli abbondanti. Lo stesso tragitto, oggi è sorvegliato da un uomo senza volto, Vladimir Putin per l’appunto, e dal suo cerchio di potere. Dubito però che questo libro possa diventare un caso nel paese che intende raccontare, e l’impressione non dipende dal livello di denuncia del sistema putiniano: da quel punto di vista c’è ben poco ne “Il futuro è storia” che non si sia già letto altrove, ben poco di cui un russo non abbia già discusso in cucina, in officina o sui sedili dell’autobus, ben poco che provi la specifica malvagità di una nazione che negli ultimi anni non ha certo schivato le colpe, gli errori, le mosse avventate e sbagliate e soprattutto le ingiustizie, alcune peraltro piuttosto feroci. L’impressione dipende piuttosto dal fatto che Masha Gessen abbia deciso di rivolgersi deliberatamente a lettori ai quali occorre dire, come accade in più di una occasione nel corso del suo libro, che Volga era il nome di un’automobile di lusso negli anni Cinquanta e Sessanta; che la fortochka è una finestrella e in senso figurato una falla nei controlli stabiliti dai censori; che sulla piazza della Lubyanka, da sempre sinonimo di KGB, c’era in effetti e si trova tutt’ora il palazzo dei servizi di segreti. Con quei lettori Masha Gessen può sostenere in modo abbastanza disinvolto che l’accesso a discipline come psicologia e sociologia era interdetto in Unione sovietica; che lo stato incoraggiava ufficialmente le relazioni extraconiugali; che Putin nella crisi in Ucraina ha dimostrato in fin dei conti di avere molto in comune con Hitler. Buon per loro.

 

Volendo usare gli stessi strumenti con i quali Masha Gessen racconta futuro e storia in Russia, si potrebbe dire che proprio sul capitolo Ucraina si consumi nel suo libro un bel rimosso: il rimosso dell’impulso nazistoide che ha ispirato una fazione decisiva nella rivolta di Maidan; il rimosso della strage di Odessa con i suoi cento civili bruciati vivi da gruppi di ultras e militanti neofascisti; il rimosso dei reporter morti senza spiegazione durante quegli eventi, compreso Andrea Rocchelli, fotografo italiano di trent’anni, il cui presunto omicida si trova oggi sotto processo a Pavia. Ma non credo questo sia un difetto del suo libro, se non altro perché si tratta di un problema trasversale per la grande stampa in Europa e negli Stati Uniti, viste le sbandate degli ultimi anni da Washington a Kiev passando per Idlib, in Siria.

 

Mauro Martini, che è scomparso troppo presto nel 2005 ed è stato in vita a mio parere il più grande narratore di cose russe che questo quotidiano e non solo abbiano avuto, ha attribuito in uno dei suoi libri a una schiera interessante di scrittori russi (Dovlatov, Kondakov, Pelevin e Limonov, tanto per citarne alcuni) il merito di avere compreso con precisione il tempo nel quale vivevano, e di essere quindi riusciti a descrivere con un certo anticipo rispetto ad altri settori della loro società la fine dell’esperienza sovietica e poi la fine della transizione degli anni Duemila. Questa cosetta Masha Gessen non ce l’ha. Per quel che mi riguarda il suo libro si potrebbe chiamare serenamente “La storia è futuro”, sempre che la scelta non comporti la critica di determinismo. “La storia è futuro” sarebbe un titolo adeguato all’approccio piatto con il quale Masha Gessen indaga la Russia degli ultimi decenni, e anche alla storia personale dell’autrice, che ha lasciato la Russia nel 2013, “un luogo pericoloso per crescere tre figli”, ha detto in una intervista, esattamente come sua madre aveva fatto una trentina di anni prima. Masha Gessen occupa oggi uno spazio preciso nell’industria dell’opinione. Ha tutti i requisiti per farlo: è cittadina russa ed è allo stesso tempo cittadina americana; è lesbica, e questo non importa nel senso personale, come ha scritto già Giuliano Ferrara, ma nel senso Lgbt è importante e in Russia in un certo modo lo è ancora di più; non si sarà offerta all’isola di Sachalin, ma ha dedicato alla lotta contro il sistema Putin una parte importante della sua esistenza. Ma nello sforzo sacrosanto di definire se stessa e quel che le sta attorno rischia di perdersi un bel po’ di vita dentro e fuori dall’Anello dei giardini. In Russia sta crescendo una generazione che conosce la cantante Beyoncé molto meglio di Kropotkin, che è pronta a protestare per libere elezioni quanto a difendere i confini del paese, che guarda con favore ai valori liberali, se liberale non significa antirusso, che è stata all’estero e ha la sua idea di oriente e di occidente. Pochi giorni fa un bravo giornalista di nome Ivan Golunov è finito agli arresti con l’accusa di spacciare droga nei locali gay. Il caso giudiziario, a quanto si dice palesemente artefatto, ha spinto centinaia di moscoviti a scendere in strada per chiedere la sua scarcerazione. Lunedì tre quotidiani solidi come Vedomosti, Kommersant e Rbk sono andati in stampa con lo stessa frase nella prima pagina. La frase diceva: “Io/Noi siamo Ivan Golunov”. In Italia alcuni hanno scritto che si tratta di tre quotidiani “liberali”. Nessuno dei tre è particolarmente liberale a dire il vero. Sono semplicemente quotidiani russi. Forse la distanza tra Io e Noi ha cominciato a ridursi davvero. Il che ci riguarda eccome: se appare tutto sommato irragionevole pretendere che la Russia segua schemi politici maturati presso altre società, non si capisce per quale ragione l’Europa dovrebbe avvicinarsi a un modello di potere che la Russia ha sviluppato negli ultimi vent’anni, e che potrebbe essere per molti aspetti più vicino alle sue fasi conclusive di quanto si possa pensare.

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