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Potere giudiziario, politica, giornalisti. Perché il rapporto Mueller ci riguarda

Il procuratore speciale prende atto del fatto che non può essere lui a incriminare il presidente americano. Le differenze tra l’inchiesta americana e la prassi italiana

20 Aprile 2019 alle 06:05

Potere giudiziario, politica, giornalisti. Perché il rapporto Mueller ci riguarda

foto LaPresse

New York. Il punto centrale del rapporto Mueller reso pubblico giovedì (soltanto in parte perché un po’ più del dodici per cento è ancora segreto) è che il procuratore speciale prende atto del fatto che non può essere lui a incriminare il presidente americano. E’ dai tempi di Nixon che l’ufficio legale del dipartimento di Giustizia americano ha chiarito che l’incriminazione di un presidente durante il suo mandato può essere fatta soltanto dal Congresso e Mueller si attiene alla linea: questi sono i fatti, scrive, e ora vedetevela voi. La rivista Atlantic scrive che il suo rapporto è un “impeachment referral”, vale a dire è un trasferimento di giudizio. Si tratta di un caso diverso dalla normale procedura in cui la pubblica accusa è chiamata soltanto a portare il caso in tribunale oppure a lasciarlo cadere: in questo caso l’oggetto dell’inchiesta è la condotta del presidente degli Stati Uniti e quindi la decisione spetta non al potere giudiziario, ma al potere politico di chi è stato eletto. Non è per nulla chiaro se al Congresso i democratici proveranno a far partire un impeachment contro Trump, perché dentro al partito molti pensano che non darebbe frutti politici, ma anche se ci provassero non avrebbero i numeri finali per ottenerlo.

 

Le differenze tra l’inchiesta di Mueller e la prassi italiana sono molto chiare. Prima di tutto, in Italia spesso sono le procure a passare ai giornalisti le informazioni dall’interno delle inchieste mentre sono ancora in corso, intercettazioni incluse. Robert Mueller, ex comandante di plotone nei marine ferito nella guerra in Vietnam a 24 anni ed ex direttore dell’Fbi per dodici anni, ha condotto un’inchiesta a tenuta stagna da cui non è trapelato nulla – anche se per quasi due anni si è avvalso del lavoro di decine di collaboratori e la stesura del rapporto ha coinvolto un numero spropositato di avvocati. Tutti gli scoop che nel frattempo uscivano sui giornali, in testa il New York Times e il Washington Post, sono stati ottenuti grazie a fonti che non facevano parte della squadra di Mueller e poi sono stati confermati due giorni fa dal rapporto. A proposito: quando a fine marzo il ministro della Giustizia, William Barr, ha provato a condensare il rapporto in quattro pagine, il presidente Trump ha fatto finta che fosse un riscatto spettacolare anche contro la stampa “nemica del popolo”, ma in realtà la vindication è a favore dei giornalisti. Quello che scrivevano grazie a fonti che spesso avevano trovato fin dentro la Casa Bianca era vero. In Italia, gli articoli sono spesso stesi grazie al materiale passato dalla pubblica accusa e quindi capita – vedi cosa è accaduto con il caso Consip – che crollino quando crollano le accuse.

 

Il punto centrale resta che Mueller s’è fermato prima di decidere sul reato di ostruzione alla giustizia perché in America s’è stabilito che un procuratore non può rimuovere un presidente e a quel punto la decisione deve passare alla politica – e questo, scrive nel rapporto, non vuol dire che stiamo esonerando il presidente. Ora si capisce perché all’indomani della lettera di Barr, quindi quando ancora non si conosceva il contenuto del rapporto, il presidente Trump ha elogiato molto Mueller – “E’ un’assoluzione totale e completa. Il rapporto Mueller è fantastico. Non poteva essere meglio di così” – e perché invece da due giorni ha ricominciato con le accuse di un complotto ordito contro di lui da nemici subdoli. Ora che tutti possono leggere il rapporto, Mueller è tornato a essere cattivo.

 

Ci sono molti altri punti, che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane troveranno spazio. Trump accusa i suoi nemici di fare parte del cosiddetto deep state, vale a dire dell’oscuro macchinario statale che s’annida fra le agenzie governative – servizi segreti inclusi, anzi specialmente – e che resta anche quando cambiano i presidenti e che tenta di condizionare la politica americana. Ma nel rapporto si legge che ha chiesto alla Cia e alla Nsa, le due agenzie dei servizi segreti più potenti, cosa potevano fare per bloccare l’inchiesta. In pratica ha fatto quello di cui accusa i suoi avversari. E Assange non esce per nulla come un paladino della trasparenza, ma come un agente provocatore che lavorava in coordinamento con i servizi segreti di Putin. More to come, come si dice nelle serie televisive, ci sarà un seguito.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    20 Aprile 2019 - 17:05

    La presunzione d'innocenza vale anche negli Stati Uniti. Il rapporto Mueller dice chiaramente che non ci sono prove al di là di ogni ragionevole dubbio del fatto che Trump abbia ostacolato le indagini. Di certo il licenziamento di Comey rientrava nei poteri presidenziali ed era largamente giustificato dal fatto che Comey ostacolava, con le sue indagini, la politica estera del Presidente promessa in campagna elettorale (di fratellanza con il popolo russo e il suo presidente), avendogli posto sul capo la "nube russa". La presunzione di non colpevolezza, in assenza della prova oltre ogni ragionevole dubbio, comporta (specialmente dopo un'indagine così lunga e accurata, condotta senza risparmio di mezzi) la doverosa archiviazione del caso. D'altro canto è comprensibile che, in campagna elettorale, i democratici continuino a insistere sul fatto che non è del tutto escluso che Trump abbia ostacolato la giustizia (la qual cosa dal punto di vista giuridico non ha però significato alcuno).

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  • branzanti

    20 Aprile 2019 - 10:10

    Emergono alcune evidenze dal rapporto, in primis Assange è un agente prezzolato al servizio di uno stato totalitario e chi lo difende è in malafede. Trump ha cercato una decina di volte di ostacolare le indagini (il reato tentato mi auguro esista anche nella carente civiltà giuridica Usa) e non c'è riuscito solo perché altri si sono opposti. Gianni Riotta vede un segno di vitalità del sistema americano in questo, io non riesco più a vedere qualcosa di positivo (Trump mi ha distrutto cinquant'anni di granitiche convinzioni). Il tentato reato resta e se viene accolto con acquiescenza da una parte dell'opinione pubblica genera seri e gravi dubbi sul futuro della società americana. Infine il modello italiano di "comunicazione" delle indagini risulta, a mio parere, totalmente aberrante.

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