L'uomo che sussurrava ai barbari

Salvatore Merlo

Da De Gasperi a Forlani, da Tangentopoli al Cav. Ora Vincenzo Scotti è il precettore della Terza Repubblica

“Ho fatto in tempo a vedere De Gasperi”, dice. E adesso dà del tu a Luigi Di Maio. E c’è forse tutta l’Italia, la sua storia e la sua politica, i suoi spasmi involuti, in questo lungo viaggio dall’uomo perfettamente grigio che non annunciava rivoluzioni, fino all’intossicazione di chiacchiere e pernacchie del 2018, un groviglio che porta il suggestivo nome di “cambiamento” e sembra incarnare ancora una volta l’eterna rivoluzione italiana, dai moti di Reggio Calabria a Tangentopoli, l’Italia dal metabolismo accelerato, gli umori e i furori, il plebeismo che si fa stato in un paese irrisolto. “Partecipo con grande curiosità”, dice allora Vincenzo Scotti, ottantacinque anni portati con l’elasticità di chi ogni giorno pratica la ginnastica intellettuale, una vita tra letture e relazioni di potere, ministeri e strette di mano, finanziamenti e rapporti sociali. “Ma no”, dice il vecchio democristiano, ritraendosi in guscio. “Non sono il mentore dei Cinque stelle al governo”, dice l’amico di Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti. Poi però aggiunge, curvo e sorridente, come preso da un suo pensiero recondito: “Mi incuriosiscono. Quando ho conosciuto Di Maio? Nel 2013. Era stato appena eletto. Venne qui alla mia università, la Link Campus, per dei seminari. Gli citai Ezio Vanoni. Gli dissi che per Vanoni il problema non era la ricchezza, ma il lavoro. La ‘dignità’ del lavoro”.

 

 

Vincenzo Scotti e Luigi Di Maio (Imagoeconomica)

  

Ho conosciuto Di Maio nel 2013. Gli citai Vanoni. Gli dissi che per Vanoni il problema non era la ricchezza ma la ‘dignità’ del lavoro

E a questo punto gli si illumina lo sguardo. “Non sono estraneo al travaglio dei Cinque stelle. Non si può ignorare il fatto che ci siano delle persone che adesso improvvisamente sono diventate classe dirigente. E perché mai non dovrei aiutarli? Che c’è di male? Sono preso da questo romanzo di formazione che si compie tra mille contraddizioni. La contemporaneità ha messo in crisi i fondamenti della grande costruzione dell’uomo europeo e atlantico: lo stato di diritto, il problema dell’articolazione dei poteri, il principio dei pacta sunt servanda. I Cinque stelle colgono questo affanno. E stanno immersi dentro questa crisi. Cercano di governarla. Ma non hanno riferimenti. Sono figli d’una insofferenza, non di una costruzione intellettuale”.

  

E allora forse non è troppo difficile immaginarsi che genere di conversazioni possano avere il vecchio Scotti e il giovane Di Maio, l’uomo che fu sette volte ministro, lui che ha attraversato quasi indenne la Prima e la Seconda Repubblica ritornando al governo con Berlusconi da sottosegretario nel 2011, e l’ex steward dello stadio San Paolo di Napoli. Il professore e lo studente fuori corso, l’amico di Umberto Eco (“eravamo insieme nell’Azione cattolica. E lui diceva che lo sgobbone ero io”) e il figlio prediletto della signora Paola (“Luigi era lo scarrafone più bello”), il democristiano cui fu affibbiato il nomignolo di Tarzan per la sua agilità nel muoversi tra le correnti della Dc (“lo scrisse Fernando Proietti sul Corriere, ma era una battuta che veniva dall’interno del partito, tipico spirito da cattolici”) e il ragazzo che indossa la cravatta domenicale della provincia profonda, il complesso d’inferiorità e il malessere del diplomato fuoricorso che vive la tragedia di essere figlio di una professoressa di Lettere. 

 

L’alleanza con Macron in Europa? Possibilissima. E bisogna anche tenere una porta aperta al Pd. Se il Pd capirà che è l’unico modo

Si può fare politica, senza cultura, onorevole Scotti? “Ovviamente no”, risponde lui. “Ma il fatto che questi ragazzi non abbiano la ‘mia’ cultura non significa che non abbiano cultura in genere. La cultura non è erudizione”. E su questo non ci sono dubbi. Com’è che diceva Ambrose Bierce? L’erudizione è polvere scossa da un libro che cade in un cranio vuoto. “E allora io voglio capire la ‘loro’ cultura”, dice Scotti, come astratto dietro un pensiero. “Di Maio ha una visione delle istituzioni che non è figlia del costituzionalismo. I Cinque stelle hanno ereditato da noi un sistema parlamentare formale e non sostanziale. Che repubblica parlamentare è quella che approva una legge di bilancio con la fiducia? E infatti non posso demonizzarli quando dicono che la democrazia rappresentativa è invecchiata”. E forse Scotti vorrebbe dire anche lui, come Davide Casaleggio, cioè l’erede dinastico di Gianroberto, che “la democrazia rappresentativa è superata”. Ma non ci riesce, Scotti. Il vecchio ministro è come frenato da un pudore che deve derivargli non dall’erudizione ma, appunto, dalla cultura.

 

“Di Maio e i Cinque stelle sono operatori della politica in questa realtà”, riprende l’ex ministro. I Cinque stelle vanno parametrati rispetto alla realtà attuale”, ripete, accompagnando frasi piccole e mugolate. “Io nell’Azione cattolica stavo con Eco”. Di Maio invece sta con Toninelli. “Uno deve stare nel tempo in cui si trova, e cercare le risposte possibili. Non quelle che non ci sono”.

  

Quasi si dipinge come un esaltatore della vita, intollerante di ogni malinconia. “A me piace parlare delle repubbliche che esistono, per citare Machiavelli, non di quelle che non esistono e che non esisteranno mai più. La verità è che io non voglio passare le mie giornate a ricordare le vecchie conversazioni con i miei simili. I politici di oggi sono diversi”. Viscerali errori di grammatica, infelicità di formule, umorismo involontario, scelte lessicali suicide: gli uomini del nuovo regime italiano non sono secondi a nessuno. “Non posso pretendere che parlino la mia lingua. Cerco di capire. Per non impazzire nel ricordo di ciò che non c’è più. Voglio essere un uomo del mio tempo. E loro sono uomini di questo tempo”. E che tempo è, scusi? “Guardi, bisogna capire una cosa”, sorride Scotti. “Bisogna capire che in Italia c’è un mondo prevalente che non è Capalbio. E’ Coccia di morto”. Ma lei sta citando il film comico con Antonio Albanese! “Divertentissimo”.

 

I Cinque stelle subiscono l’iniziativa della Lega. Hanno un complesso. Sono colpiti dall’energia determinata di Salvini

Coccia di morto, dunque, la spiaggia del popolino alle porte di Roma. “Spero che il mondo intellettuale italiano capisca che siamo usciti dal ’900. Si è chiuso il periodo di grande sviluppo dell’occidente. La democrazia e la nostra concezione dello stato non sono esportabili in nessun modo. E il resto del mondo cresce mettendoci in difficoltà. Sono cambiate le condizioni esterne, gli equilibri internazionali, i rapporti sociali, e tutto questo è avvenuto a una velocità inimmaginabile per la mia generazione. Si è realizzato un cambiamento. E quando si realizza un cambiamento si crea anche un vuoto. Ecco, i Cinque stelle in Italia hanno riempito quel vuoto. Ma non sono lo stadio finale di questo processo. Sono una tappa della trasformazione. Quindi, ovviamente, assistiamo anche a evidenti debolezze del modo in cui si forma questa nuova politica. Errori anche di chi non conosce la storia. Braudel diceva che ‘per essere bisogna essere stati’. Bisogna cioè avere la consapevolezza che i processi di cambiamento sono lenti. Vengono da lontano. Mentre la comunicazione in tempo reale, via social, ci ha fatto perdere la visione strategica del futuro e la contezza che il cambiamento è lungo e difficile”. Ma la storia, se non la logica, avrà avuto le sue ragioni per tenere sin qui la sgrammaticatura a livello della strada. Forse perché, una volta librata ai piani più alti della società, la sgrammaticatura ha un effetto singolare di cosa fuori posto, di camicia rattoppata in cima a uno stendardo nel corso di una manifestazione solenne. Scusi, onorevole Scotti: ma lei li ha votati i Cinque stelle? “Assolutamente no”.

  

Il fatto che questi ragazzi non abbiano la ‘mia’ cultura non significa che non abbiano cultura in genere

E cosa pensa dell’alleanza con la Lega? “Penso che stiano insieme soltanto perché gli altri li hanno messi insieme. Il governo non è nato per una scelta. Ma perché gli altri pensavano che così sarebbero esplose prima le contraddizioni interne. Questa però è una visione fuori dalla realtà. Affinché ci sia un’esplosione è necessaria infatti una miccia. E la miccia non c’è. Le faccio un esempio. Il Movimento cinque stelle ha votato favorevolmente alle sanzioni contro Orbán in Ungheria. Con questo voto si sono distaccati dalla Lega su un punto importantissimo che riguarda la cultura politica e gli assetti internazionali. Ai miei tempi ci sarebbe stata una crisi di governo. Oggi invece tutto questo non viene vissuto come una difficoltà di visione politica, ma semplicemente come un problema di ‘cucina’ politica”. Eppure le contraddizioni sono tante. “Moltissime. Però il magma grillino non è nato sulla razionalità del passato. E’ nato sulla reazione emotiva. Quindi non è condizionato dalle regole che a noi sembrano logiche e razionali”. Magma? “Lo chiamo così perché è un insieme cangiante, che ribolle, un calderone: idee, proposte, sogni… Loro non hanno ancora sedimentato una posizione politica. Se i Cinque stelle avessero consapevolezza, avrebbero già creato una nuova èra. E invece sono soltanto un punto di passaggio. Adesso riempiono un vuoto, il vuoto di chi non ha saputo rispondere alle sfide della contemporaneità, il vuoto che abbiamo lasciato noi. Noi esponenti di una tradizione politica cancellata dalla storia. La Lega è un’altra faccenda. La Lega ha più radici nel passato, ed è più comprensibile al mondo politico. In fondo il sovranismo della Lega è l’ultimo presidio di filosofia politica classica, se vogliamo, che si affaccia sul nuovo panorama della politica europea. E non a caso è un principio che appartiene più alla Lega che al M5s”.

 

I Cinque stelle subiscono l’iniziativa della Lega? “Sì. Senza dubbio. Sono colpiti da Matteo Salvini, dalla sua energia. Perché in lui la risposta è sempre immediata, determinata. Salvini ha carisma politico tradizionale. Però ai Cinque stelle direi: ‘Non fatevi prendere dal complesso d’inferiorità, perché non vi aiuta a diventare quello che voi sognate’”. Al governo le cose con la Lega potrebbero anche andare male. “Per questo sarebbe il caso di non chiudere tutte le porte al Pd. Ma è una faccenda complicata. Che richiede reciprocità. E dipende da chi si presenterà di fronte ai Cinque stelle. La sinistra, ma anche i moderati italiani, dovrebbero capire che per costruire un nuovo campo politico, per riconnettersi con il presente, è necessario compromettersi con questo magma. La fase politica è di fronte a un bivio: tutto dipende da cosa faranno la sinistra e i moderati. Possono pensare che sia possibile recuperare un rapporto con la visione salviniana o con il Movimento 5 stelle. Il Pd e i moderati vogliono andare oltre il ’900 e rendersi conto che stanno emergendo altre culture di governo globale? O pensano invece di poter tornare a una sicurezza che non tornerà mai più? La politica è un campo di grande realismo. Il problema del M5s è che non ha interlocutori. C’era e c’è soltanto Salvini. Il Partito comunista e la Democrazia cristiana furono protagonisti di una reciproca fecondazione. Per questo dico che gli interlocutori politici sono essenziali. La sinistra oggi, pur contrapponendosi, deve andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle. C’è un ministro del Lavoro che approva una legge che si chiama decreto dignità. ‘Dignità’. Ma ne vuoi parlare?”.

 

 

Alcuni Cinque stelle pensano a un’alleanza europea con Emmanuel Macron. E’ una cosa possibile? “Possibilissima. Noi tendiamo a guardare i fenomeni come se fossero delle fotografie, non un cinema, cioè delle immagini in movimento. Noi non sappiamo come evolveranno le cose. Le elezioni europee segneranno forse più una confusione che una risposta. Ma metteranno in moto un processo”. Macron è la diga dell’europeismo che annaspa. “Sì. Ma poiché l’uscita dall’euro è impossibile, e avrebbe costi talmente spropositati da distruggerci, c’è solo una strada: quella di un’Europa più piccola in cui il mercato coincide con la moneta e con la fiscalità unica. Questo è l’unico modo per difendersi meglio nel mondo che cambia, che cresce, che ci pone di fronte a sfide enormi, con l’emergere di nuove potenze globali”. E per un attimo, sentendolo parlare dei Cinque stelle, in termini quasi disincarnati, è come se Di Maio e Toninelli, Paola Taverna e Alessandro Sibilia sparissero nelle parole di Scotti, con la loro mania di esprimere, in una forma confusa e con termini maldestramente usati, pensieri lapalissiani e sentimenti incerti, tanto violenti e aggressivi quanto indeterminati. Ci sono facce che non si combinano bene con il pensiero complesso. Ma a Scotti la diffidenza appare inutile e misera, come gli ultimi resti di una educazione ormai inservibile eppure dura a morire.

 

Piccolo, magro, la polo blu sui pantaloni neri, i mocassini consumati, un’intelligenza estrema che gli traspare dalla pelle, come se le mani, il mento, la schiena curva, tutte le parti del suo corpo meditassero e capissero, Vincenzo Scotti si è mosso cavalcando due mondi al crepuscolo, la Prima e la Seconda Repubblica, sottoposti entrambi alla tirannia del tempo, con le sue minacciose lancette, i suoi ingannevoli aspetti. Ambiguità, trame, inciuci, affari, ombre cinesi. E adesso quest’uomo tutto politico, dando un calcio alla fenomenologia dell’assurdo, si affaccia anche su quella che tutti chiamano Terza Repubblica: ha trasformato la sua università, la Link Campus, dove collaborano anche sua moglie e sua figlia, dove insegnano tra gli altri Anna Maria Cossiga, Ortensio Zecchino, Mario Pescante, questo luogo circonfuso di storie noir tra spie russe e professori che spariscono nel nulla, in una specie di Frattocchie del M5s. Dagli scontri con Ciriaco De Mita all’amicizia con Forlani, da Mani pulite a Silvio Berlusconi, fino a oggi, fino a Di Maio. Ogni tanto, mentre parla, Scotti si ferma per qualche secondo. Ed è come se stesse frugando nei cassetti della memoria, buttando tutto all’aria, cercando un’idea, una storia, un fatto. Eccolo: “Mani Pulite fu una ribellione della società nei confronti della politica. Fu il segno che non era più accettabile che la politica disponesse della cosa pubblica come accadeva con i feudatari nel Medioevo. Lo dissi anche al congresso Dc del 1984. Mi rivolsi a De Mita, dicendogli: ‘Tu guardi la società dal palazzo e io guardo il palazzo dalla società’. Ovviamente De Mita non capì. Era uno capace di telefonare a Cefis, che se ne stava in America per affari, e raccomandargli un suo compaesano di Nusco che s’era trasferito negli Stati Uniti. L’occupazione di tutti gli spazi della vita pubblica da parte della politica non era più necessaria. La società avanzava. Quella di Mani pulite è stata la rivoluzione che ha preceduto questa che stiamo vivendo adesso, quella del rifiuto dell’arroganza del potere. Che ovviamente non è una risposta razionale ai problemi. Ma emotiva. I segni del potere oggi sono diventati insopportabili. Non sto dicendo che bisogna girare a torso nudo in spiaggia, facendo finta di essere gente del popolo. Qua si tratta di capire che o si governa con la società, o non si governa affatto”.

 

La collana “A tu per tu” di Salvatore Merlo ha ospitato finora Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Giancarlo Leone, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri, Giovanni Minoli, Luca Cordero di Montezemolo, Urbano Cairo, Claudio Lotito, Giovanni Malagò, Beppe Caschetto, Bruno Vespa, Vincino, Marco Carrai, Ettore Bernabei, Umberto Bossi, Ennio Doris, Paolo Del Debbio, Simona Ercolani, Raffaele Cantone, Milo Manara, Francesco Paolo Tronca, Raffaele La Capria, Carlo De Benedetti, Federico Pizzarotti, Michele Serra, Michele Santoro, Andrea Salerno, Walter Veltroni, Pietro Valsecchi, Marco Bentivogli, Vittorio Sgarbi, Makkox.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.