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"Il populismo è un errore della democrazia". Parla Pistoletto

Un paese che non può isolarsi, vedi i successi del passato. La modernità da difendere e la “demopratica”. Intervista al maestro che non smette di reinventarsi

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

7 Febbraio 2019 alle 06:17

"Il populismo è un errore della democrazia". Parla Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, 86 anni, è il più riconosciuto e quotato dei maestri dell’arte contemporanea italiana (foto Pierluigi Di Pietro)

Mette su uno sguardo da monello, e dice: “1 + 1 fa 3”. Poi si ferma per un attimo, soddisfatto dello scherzo. Come a misurare l’effetto sull’interlocutore. “Lei mi chiedeva della democrazia diretta. E io le rispondo così. La formula della creazione è nella dialettica, non nel rapporto diretto e disintermediato che è il grande errore del populismo. Giallo e blu fanno il verde. Un soprano e un baritono fanno una terza voce. Ossigeno e idrogeno fanno l’acqua. Tesi e antitesi danno origine alla sintesi. E’ la formula della creazione. Persino l’arte è intermediazione, perché solo l’intermediazione è creazione”.

 

“La formula della creazione è nella dialettica, non nel rapporto diretto e disintermediato che è il grande errore del populismo”

Quest’uomo spiritoso e vivace, bianco di capelli e largo d’ossa, ma con qualcosa di fluido e di affettuoso nel gesto, sembra voler smentire continuamente il luogo comune secondo il quale la forza di un artista consiste nel limitare tutti i dubbi e le attenzioni al proprio campo di specializzazione. Il genio di solito si concentra in un dettaglio, nei piedi di Maradona o nelle armonie di Mozart, che per il resto si muovevano da disadattati nelle cose del mondo. Ma per lui non è così. “Alcune mie opere consistono nell’aver diviso e moltiplicato uno specchio”, dice. “Lo specchio vive di ciò che riflette, non ha proprietà, è lo zero. Ma se lo spezzi, ottieni due specchi (1 + 1), che riflettendosi poi l’uno nell’altro creano un terzo specchio. Quindi – come vede – 1 + 1 fa 3. Ma se poi questi specchi li muovi, noterai che si moltiplicano all’infinito. Eppure gli specchi sono sempre due. E allora anche il popolo sovrano non può essere composto da monadi che premono un pulsante. Ma dev’essere costituito da elementi che si congiungono e si confrontano, da associazioni, partiti, gruppi d’interesse economico o culturale. Altrimenti esistono solo gli individui. E l’individuo da solo non può fare nulla”.

 

Un po’ Sean Connery e un po’ Gaetano Salvemini, ma senza sovraccarico di serietà nell’espressione facciale, a ottantasei anni Michelangelo Pistoletto è l’ultimo e il più riconosciuto e quotato dei maestri dell’arte contemporanea italiana. Curvo in un blazer nero su bretelle nere su camicia nera su maglietta nera, il volto che sotto la barba raggia un’intelligenza vitale, e un vecchio Omega d’acciaio al polso. E’ spiritoso, e lascia subito trasparire una robusta prontezza di mente.

  


– Maestro, perché lei si veste sempre di nero?

– Una volta mi vestivo di tutti colori. Poi nel 1970 scrissi un piccolo libro che si intitolava “L’uomo in nero”. E da allora mi vesto soltanto di nero. Però…

– Però?

– Però quando vado a sciare sono multicolore.

– Lei scia, a ottantasei anni?

– Tutti quelli con cui sciavo hanno abbandonato, sono malati o sono morti. Quindi adesso scio con dei sessantenni. E quando noto che cominciano ad avere dei cedimenti, gli dico: “Ma quando sarete vecchi con chi andrò a sciare io?”


 

“L’arte italiana ha avuto valore fino a quando non è stata separata, ma protagonista, di grandi fenomeni artistici internazionali”, dice a un certo punto. E di quel tempo esprime un senso vivace e quasi carnale: “Da ragazzo sono stato incluso, unico non americano, nella pop art”. C’era Andy Warhol. “Che però aveva la sua ghenga. E poiché io non sono mai stato un tipo da ghenga non ci frequentavamo. Ero invece più amico di Roy Liechtenstein e di Oldenburg. Warhol stava sempre chiuso nella sua factory. Ma erano anni molto vivi. Negli anni Sessanta e Settanta c’erano alte espressioni di valore. E con l’arte povera il protagonismo internazionale tornò in Italia”, e Pistoletto ne fu il protagonista. Poi però qualcosa si è come interrotto. “I movimenti artistici nel mondo sono finiti. E adesso abbiamo persone singole, che nella maniera più onesta e sensibile possibile, cercano di esprimersi”. Così ogni anno Pistoletto si reinventa. Scrive, disegna, martella, spezza, compone e scompone, spinto da una vitalità, da un carisma denso e fantasioso, sempre intriso d’ironia, che trascende l’anagrafe.

 

“L’idea del cambiamento mi piace. Ma gli atti di rivolta non sono atti di cambiamento. Dalla rivolta non esce mai niente”

Le sue opere oggi vengono vendute a centinaia di migliaia di euro, in qualche asta newyorkese hanno superato il milione, sono state esposte nei musei di mezzo mondo, anche al Louvre, fanno sfoggio di sé nelle gallerie private e nelle case di facoltosi compratori.

 

Alcuni artisti muoiono poveri, misconosciuti, convinti di aver fallito, per poi essere scoperti e amati soltanto dopo. Guido Morselli, ignorato e respinto dagli editori, si suicidò dopo aver trascorso tutta l’esistenza alla ricerca di chi pubblicasse le sue opere. Eppure è uno dei più grandi autori della letteratura italiana contemporanea. Di Modigliani si racconta che bevesse perché non aveva i soldi per mangiare. Pistoletto sorride con amarezza. A lui è toccata una sorte certo più benevola. Il riconoscimento e il successo in vita. “Se non avessi avuto successo, probabilmente avrei fatto un altro mestiere. Spero soltanto una cosa. Che quando non ci sarò più non dicano che sono stato un bluff”.

 

Poi china la testa come un atleta che prende lo slancio per il salto, e dice: “Credo di avere avuto la fortuna di vivere in un momento in cui la società aveva bisogno del mio prodotto artistico. Per una sorta di coincidenza, di necessità. In questo senso io mi sento molto legato alla società. E’ il mio tempo. Ci sono determinati momenti storici in cui c’è bisogno, all’interno della società, di avere un certo tipo di prodotto. Forse ho avuto la fortuna di vivere in un momento in cui la società aveva bisogno del mio prodotto artistico”.

 

Bisogna anticipare, precorrere. Ma forse non troppo. “Agli inizi degli anni Sessanta ero sotto contratto con la galleria Galatea di Torino, che era la più importante galleria per l’arte figurativa. Lì esponevano Francis Bacon e Magritte, per intendersi. Nel 1961 arrivai a fare i primi quadri neri, con superficie lucida, già specchianti. Poi arrivai all’acciaio. Questa cosa sconvolse il mio gallerista. Uno dei suoi migliori clienti era Gianni Agnelli. Un giorno, nel corso di una mostra delle mie opere, ero nascosto in un angolo. E sentii dire al gallerista, rivolto ad Agnelli: “Eh, lo so Avvocato. Purtroppo devo fare questa mostra. Sa, è un mio artista”.

 

Il Maestro non fa sfoggio delle proprie ricchezze, affettando piuttosto un’agiatezza disadorna. Vive a Biella in poche camere arredate con gusto classico – spezzato dalla presenza delle sue opere e ricavate all’interno di un grandissimo ex impianto industriale di fine Ottocento, restaurato, vincolato dai Beni culturali, e ribattezzato “Cittàdellarte”. Tutta una parola. Si organizzano mostre, attività culturali, seminari, arrivano scolaresche, studenti da tutto il mondo, “qui ho costruito una università delle idee. Mi piace sviluppare il nuovo nel vecchio. Penso che scuola e università debbano illuminare la mente al di là dei saperi codificati. Voglio dire che nella scuola è giusto lavorare su quello che esiste, ma bisogna inserire la creazione. Perché quando domina l’applicazione, diminuisce la creatività. Mentre il genio va oltre ciò che è predeterminato. Se c’è una cosa che l’arte moderna ha costruito è la grande libertà di immaginazione”. E questo vale anche per la scienza.

 

“Un giorno sentii il mio gallerista che diceva ad Agnelli: ‘Eh, lo so Avvocato. Ma che ci vuole fare? E’ un mio artista’”

Lei che scuole ha fatto? “Ho fatto fino alla seconda geometri. La mia vera scuola è stato mio padre. Era pittore. Un pittore tradizionale. Realistico. Disegnava affreschi preraffaelliti e nature morte, ma poiché non ci guadagnava abbastanza si dedicò a lungo anche al restauro di opere antiche. Il 17 aprile, tra Biella e Trivero, farò una mostra ‘padre figlio’ cui tengo molto”.

 

Poca scuola, dunque. Eppure è un uomo colto. Che si è esprime in un italiano denso, di parole e dottrina. “Ho la cultura dell’ignoranza… che è un grande vaso sempre pronto a riempirsi”, dice con un sorriso argenteo. “Non so decifrare la mia posizione culturale. Non possiedo un solo libro. In realtà quasi non leggo”. Difficile crederlo. “Non ci credo neanche io, però è vero. Forse sono uno di quei personaggi del tempo antico che si rifanno alla tradizione orale”. E sembra tanto una boutade, una posa da artista, una stranezza, la corda pazza che c’è in ciascuno di noi.

 

In un angolo c’è un alano di porcellana che si osserva, indeciso, allo specchio. “Si chiederà: sono forse un cane?”. In un gigantesco capannone, dove un tempo si filava la lana, ecco il “Terzo Paradiso”, il segno inventato a simboleggiare la potenza creatrice della dialettica: due anse che incrociandosi, incontrandosi, ne producono una terza, l’equilibrio. Equilibrio tra l’uomo e la tecnologia, tra le idee, persino tra i popoli. “I popoli del mondo si sono sempre formati attraverso la migrazione. L’incontro culturale e biologico è favorevole allo sviluppo”. E allora vaglielo a spiegare il Terzo Paradiso a Salvini. “Nessuno è esente dalla possibilità di capire e imparare. Si può trarre il massimo profitto dalla paura ma anche dal suo contrario”.

 

C’è molta filosofia, e molta abilità comunicativa in Michelangelo Pistoletto. Una certa, spiccata e carismatica capacità di affabulare. Forse anche in questo sta il segreto del suo successo. Marketing? “Negli anni Cinquanta frequentai la scuola pubblicitaria di Armando Testa. Fu mia madre a volere che la frequentassi. Era biellese. Aveva una mentalità imprenditoriale. D’altra parte di cognome si chiamava Fila”. Un altro nome in cui sembra impresso un destino. Come Michelangelo. “Mio nonno paterno si chiamava Michele. E forse il mio nonno materno si chiamava Angelo… In realtà non ho mai ben capito perché mi chiamo Michelangelo. Forse in effetti era una predestinazione”.

 

L’ufficio, con il grande tavolo in massello, è anche la camera da pranzo. Da un angolo arriva l’odore del caffè preparato dalla signora Maria. I collaboratori entrano ed escono, e non si capisce bene dove finisca la casa e inizi la bottega. “Mi piace così. Come le aziende di una volta”. E allora saloni, larghi corridoi, soffitti decorati, stucchi, legno scuro, le ciminiere in mattoni rossi, tutta un’aria che fa pensare a come doveva essere l’azienda dei Buddenbrook, com’era l’impresa tradizionale e aristocratica in questo angolo di Piemonte, fiero e isolato. E poi il greto del torrente Cervo, che scorre poco più in basso e rende l’immagine di una bellezza in cui natura e archeologia industriale, a Biella, incastrata com’è tra le montagne, si fondono. Quarantamila abitanti, una città che ha vissuto una crisi industriale spaventosa. La città di Ermenegildo Zegna e di Nino Cerruti. Sono praticamente rimasti soltanto loro, in quello che fino allo sconquasso del 2008 era il grande distretto industriale del tessile italiano.

 

Forse Di Maio e Salvini sono una delle famose superfici specchianti di Pistoletto, lo zero su cui si riflettono i malumori del paese? “Eccoli”

Oggi Biella è una città che fatica a ritrovare una propria identità. Come poteva durare l’industria? Arrivare a Biella è quasi impossibile, si deve prendere un trenino che avanza asmatico su un binario unico a senso di marcia alternato. Come si poteva competere con la Cina, con le autostrade che sfidano il cielo e i treni che corrono a 300 chilometri all’ora? “Io per esempio sono a favore della Tav”, dice allora il Maestro. “L’Italia deve vivere nella comunità europea e mondiale. Sostenibilità è una bella parola. E va difesa. Ci vuole equilibrio, equilibrio tra la natura e l’uomo. Ma la modernità non si può respingerla”. Per chi vota lei? “Non voto da tanti anni. A suo tempo votavo i radicali. Mi piaceva Pannella, e la sua visione interpolitica e interpartitica”.

 

Poi è arrivata l’Italia del cambiamento, col suo linguaggio esagitato e la sua estetica da tumulto di piazza. “L’idea del cambiamento mi piace. Il cambiamento è creativo. Ma gli atti di rivolta non sono atti di cambiamento. Dalla rivolta non esce mai niente. E infatti sono sempre stato per la proposta, che è equilibrio”. Rivolta è critica. “La critica è importante, ma è implicita nella proposta. La critica non può essere la finalità. Per questo dico che la rivolta non serve a niente. In Francia si rivoltano, reclamano lavoro. Ma ci vuole qualcuno che il lavoro lo crei, prima. Quindi ci vuole l’iniziativa. Con la rivolta che ci fai? E’ sterile”. Qualcuno potrebbe dire che questo è conservatorismo. “Macché. In quello che dico c’è la critica di mezzo. Non mi piace la rivolta proprio perché non sono per la conservazione. Tutto il contrario. Se non si trasformano in pratica, le idee sono nuvole che finiscono con lo sparire. Non esiste un’opera d’arte che non sia compiuta. L’opera ci deve essere, deve avere una sua fisicità, non è che puoi solo parlare”. Non esiste una matematica che non calcola nulla, un’arte priva di opera, un’architettura priva di materia. “Questo vale anche per la democrazia. Altrimenti c’è il populismo”.

 

E allora Pistoletto, in questo suo cosmo sospeso tra azione artistica e proposta politica ha inventato il termine “demopratica”. Dice: “Ogni tanto scrivo un manifesto”. E mentre ne parla sorride, s’illumina d’una gravità sognante. “E’ l’unica possibilità affinché la democrazia si realizzi davvero. La sostituzione del termine Cratos (potere) con il termine Praxis (pratica)”. Intuizioni, formule, invenzioni, utopie. Difficile stargli dietro. “La demopratica si realizza nell’incontro, nella correlazione di tutte le organizzazioni, le associazioni, le aziende, i gruppi di persone che costituiscono la società organizzata. Tutti gli elementi che attraverso la dialettica e la discussione portano le necessità reali, gli elementi esistenti, pratici della vita… capisce perché il populismo non può piacermi?”. E non fosse spiritoso, trasognato, profondissimo e poi improvvisamente leggero come uno dei suoi specchi, questa sua idea palingenetica potrebbe anche essere sottoposta al rischio di qualche agghiacciante equivoco, apparire persino un eccesso, una forma di superbia, sospesa tra filosofia e scienze sociali. “Sono consapevole di poter sviluppare sospettosità. Ma per l’età che ho, e per quello che faccio, credo di esserne al riparo”. E ci si chiede quale opera di Michelangelo Pistoletto potrebbero mai essere Di Maio e Salvini. Due veneri degli stracci? Una mela reintegrata? O forse una delle famose superfici specchianti, lo zero su cui si riflettono i malumori del paese? “Eccoli”. Sembra di vederli, o forse di non vederli affatto. Come questo grande specchio su cui è disegnato un cappio. Se ti ci metti davanti t’impicchi. Ci si potrebbe specchiare l’Italia intera? “Il cappio è tragico come possibilità. Ma esiste”.

  


 

La collana “A tu per tu” di Salvatore Merlo ha ospitato finora Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Giancarlo Leone, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri, Giovanni Minoli, Luca Cordero di Montezemolo, Urbano Cairo, Claudio Lotito, Giovanni Malagò, Beppe Caschetto, Bruno Vespa, Vincino, Marco Carrai, Ettore Bernabei, Umberto Bossi, Ennio Doris, Paolo Del Debbio, Simona Ercolani, Raffaele Cantone, Milo Manara, Francesco Paolo Tronca, Raffaele La Capria, Carlo De Benedetti, Federico Pizzarotti, Michele Serra, Michele Santoro, Andrea Salerno, Walter Veltroni, Pietro Valsecchi, Marco Bentivogli, Vittorio Sgarbi, Makkox, Vincenzo Scotti, Paola Ferrari, Antonio Bassolino.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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