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Perché l'Italia è arrabbiata

Salvini e Di Maio. Il nord e il sud, la destra e la sinistra di una nuova èra politica

6 Marzo 2018 alle 14:31

Perché l'Italia è arrabbiata

Foto LaPresse

Le elezioni del 4 marzo sono un punto di svolta nella storia politica del paese: Movimento 5 stelle primo partito con quasi un terzo dei voti, Lega primo partito del centrodestra con il 18 per cento dei consensi, insieme sono statti scelti da un italiano su due. I partiti moderati e riformisti si sono invece sbriciolati: Forza Italia è sotto il 15 per cento, il Pd sotto il 20 per cento, per entrambi è il peggior risultato di sempre. “Siamo i vincitori assoluti di queste elezioni”, ha detto Luigi Di Maio davanti alle telecamere “Siamo una forza politica che rappresenta l'intera nazione, questo ci proietta automaticamente verso il governo dell’Italia”. Per Matteo Salvini invece “il governo tocca a noi di centrodestra. La Lega ha vinto all’interno della coalizione e rimarrà alla guida del centrodestra”. Per Matteo Renzi, il segretario dimissionario del Pd, è la sconfitta definitiva del suo progetto politico, più bruciante del referendum del 4 dicembre. Silvio Berlusconi, l’altro grande perdente, invece resta in silenzio, può aggrapparsi ancora alla vittoria della coalizione ma ha perso definitivamente il controllo politico e ideologico del centrodestra che aveva costruito e modellato nel ’94.

 

Sono finiti gli anni Novanta

“E’ la fine degli anni Novanta”, ha scritto Fausto Panunzi, economista della Bocconi, su lavoce.info: “Dal punto di vista politico, gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. Bill Clinton, Tony Blair e Romano Prodi in Italia erano considerati progressisti rispetto ai loro competitori nazionali, ma dal punto di vista economico l’efficienza dei mercati era, più o meno marcatamente, la loro stella polare”. Questa epoca si è definitivamente conclusa “dopo che per anni i vincitori si erano guardati bene dal compensare i vinti” e ora gli elettori chiedono esplicitamente che “il governo abbia un maggior ruolo nell’economia, con nazionalizzazioni, chiusura delle frontiere, una maggiore redistribuzione. Insomma, quelle che vengono chiamate politiche sovraniste”. Che tutto questo funzioni è molto lontano dall’essere vero, anzi spesso le soluzioni proposte aggravano la malattia. Ma tant’è. Gli elettori non si fidano più del racconto di chi propone di unire mercati aperti ed efficienti con protezione sociale. Pensano, a torto o a ragione, che sia un fregatura e non si convinceranno del contrario molto presto: “Se si guarda alle crisi passate (le guerre mondiali, la grande depressione, gli shock petroliferi), il rovesciamento di tali trend richiede molto tempo, lustri più che anni – scrive Panunzi –. Gli anni Novanta sono finiti e non torneranno”. E non a caso i due leader puniti più severamente dagli elettori sono quelli che più di tutti hanno costruito il loro immaginario politico sugli anni Novanta. Per Silvio Berlusconi è il decennio che si ripropone ciclicamente con la discesa in campo e la “rivoluzione liberale”, per Matteo Renzi è il decennio della “terza via” di Tony Blair e dell’Ulivo. Tutta questa roba non interessa più a nessuno, perché non ha prodotto i risultati annunciati. Anche la ripresa economica degli ultimi anni, dopo la lunga crisi, per troppe persone non è mai diventato un miglioramento concreto. Per l’“Italia del rancore” descritta dal Censis il sistema è truccato, con l’apertura c’è molto da perdere e poco da guadagnare: “L’87,3 per cento degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5 per cento del ceto medio e anche il 71,4 per cento del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5 per cento del ceto popolare, il 65,4 per cento del ceto medio, il 62,1 per cento dei più abbienti. La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale”.

 

Nasce il bipolarismo populista

Cosa ha prodotto tutto questo? “E’ successo che si sono sgretolati i due pilastri della Seconda Repubblica, il partito post-comunista poi confluito nel Pd e il berlusconismo – dice al Foglio Giovanni Orsina, politologo e storico alla Luiss –. Si sapeva che queste erano elezioni di transizione e che i due pilastri del sistema politico dal 2011 stavano venendo meno, c’erano tutti si segnali. Il paese ha accelerato questa trasformazione riversandosi sui due leader che si proiettano oltre la crisi: Salvini e Di Maio”. Questi due leader hanno due grandi vantaggi: sono nuovi e non hanno mai fallito né governato. Se nelle elezioni di questo ciclo politico, Brexit a parte, in tutte le sfide politiche i partiti storici hanno sconfitto quelli anti-sistema (dall’Olanda alla Francia fino alla Germania), in Italia non solo è accaduto il contrario, ma i populismi che hanno vinto sono addirittura due. “Noi non siamo in scia agli altri paesi europei – dice Orsina – noi siamo avanti. L’Italia è il primo paese a ristrutturare il sistema politico intorno ai populisti, perché la nostra storia in questo campo è più lunga e parte dagli anni ‘90”. Se la prospettiva di un governo anti-sistema fondato su un’alleanza tra M5s e Lega sembra allontanarsi, si fa avanti un prospettiva che forse non è molto più rassicurante, quello di un bipolarismo a trazione populista. “A Salvini non conviene accettare un’alleanza con Di Maio – dice Orsina – a entrambi invece conviene spartirsi l’Italia in due. Salvini è diventato il leader del centrodestra, mentre il M5s non è schierato politicamente e per adesso guarda sia a destra che a sinistra. Ma se adesso Di Maio vuole allearsi, il suo sguardo non può che cadere a sinistra, dove ci sono spazi ampi. Il Pd è ormai una carcassa nel mezzo della savana e il primo che passa se la mangia”. L’altra grande divisione è di tipo territoriale, con il centrodestra fortissimo al nord e il M5s al sud, il paese della flat tax e quello del reddito di cittadinanza. La mappa elettorale fa impressione e rappresenta una lacerazione che è difficilmente componibile, anche perché adesso la politica tende a riprodurre le divisioni. “E’ la prima volta da tanto tempo che il sud fa un proposta politica e diventa il motore del primo partito italiano. Ma chi darà una risposta al Mezzogiorno? Fosse anche il reddito di cittadinanza, bisognerà trovare i soldi che non ci sono e a quel punto sarà difficile tenere il paese insieme, conclude Orsina.

 

La vendetta dei luoghi che non contano

Per quanto si professino entrambi movimenti “nazionali”, gli interessi territoriali hanno pesato non poco nella scelta di un populismo al posto dell’altro, nel trionfo della Lega al nord e del M5s al sud. “Che il sud non abbia votato in massa la flat tax è una dimostrazione di intelligenza, perché è una riforma con un impatto territoriale fortissimo e con effetti redistributivi che danneggerebbero il Mezzogiorno”, dice al Foglio Gianfranco Viesti, economista dell’Università di Bari. Mentre si è dimostrato vincente il reddito di cittadinanza. “Di certo pesano le scelte del governo Renzi, che ha destinato molte risorse alla redistribuzione ma con un provvedimento come il bonus 80 euro che è andato prevalentemente al nord. La sinistra non ha guardato a questa parte di paese, pensando che alla fine avrebbe comunque portato i suoi voti attraverso cacicchi e clientele”. Non è andata così, alla fine il Meridione ha punito il governo. “Riprendendo uno studio di Andrés Rodríguez-Pose della London School of Economics, l’ho definita come la ‘vendetta dei luoghi che non contano’”, dice Viesti. “Sono i territori dimenticati, che non se la passano bene dal punto di vista economico e sociale, e che non sono all’attenzione della politica. A un certo punto esplodono con un voto contro: è accaduto negli stati del Midwest con Trump, in alcune regioni del Regno Unito con la Brexit, nella Germania dell’est. In questa definizione rientra perfettamente il Meridione: è un’area europea in grande difficoltà, dimenticata dalla politica nazionale, in cui molte persone percepiscono disagio, mancanza di prospettiva, assenza di servizi, disuguaglianza. In modo molto maturo e moderno, questa parte del paese non ha maturato forme di protesta violenta, ma ha approfittato delle elezioni per mandare un messaggio molto chiaro”.

 

Addio alla provincia rossa

Nelle previsioni della vigilia, il tripolarismo politico sembrava sovrapporsi a quello geografico, con il centrodestra a trazione leghista forte al nord, il M5s egemone al sud e il centrosinistra a presidiare le storiche “regioni rosse” dell’Italia centrale. E invece il Pd è stato spazzato via dall’Umbria, dove ha trionfato il centrodestra, e dalle Marche, dove ha stravinto il M5s, è sparito dalla Liguria più a nord e dal Lazio più a sud. Ha vinto solo in pochi collegi della Toscana e dell’Emilia Romagna, dove comunque la Lega salviniana ha dilagato. “Il ‘cuore rosso’ dell’Italia centrale non c’è, è solo arrivata la certificazione elettorale di qualcosa che si era capito da tempo – dice al Foglio Alessandro Campi, politologo dell’Università di Perugia –. Mario Caciagli ha scritto su questo fenomeno “Addio alla provincia rossa”, un libro riferito a un’area della Toscana ma che riguarda tutte le regioni rosse. Quell’Italia lì è finita. Dietro c’era un’impronta dirigista, un partito che organizzava la società civile secondo ideali e valori definiti, una gestione clientelare della cosa pubblica che ha anche funzionato. ma a un certo punto è diventata gestione del potere allo stato puro e ha portato a un rigetto che si è manifestato già in altre tornate elettorali”. Non è solo voglia di cambiare, ma è la crisi “del modello socialdemocratico e del suo gigantesco meccanismo redistribuzione che ha smesso di funzionare per mancanza di risorse”, dice Campi. “Il partito ha smesso di essere controllore e connettore sociale, attraverso la rete di associazioni case del popolo. E infine ha annacquato la sua identità, dimenticando che quel modello morale e sociale si fondava su territori integrati, compatti e tradizionalisti. La sinistra ha abbracciato il politicamente corretto, abbandonato la spinta identitaria e comunitaria. Quando sono arrivate la crisi economica, la disoccupazione e il tema dell’immigrazione per la Lega è stato facile inserirsi”. Il simbolo di questa trasformazione è Terni, la vecchia roccaforte del Pci, l’enclave dell’industria di stato e del mito operaista. Era la città modello della sinistra: fabbrica, operai, partito e sindacato, una sola comunità. A Terni ha vinto il centrodestra con il 37 per cento, con la Lega oltre il 20 per cento. Il Pd con il sindacalista Cesare Damiano si è fermato al 25 per cento, arrivando terzo, dietro al M5s. La sinistra-sinistra di Liberi e uguali non ha raggiunto il 3 per cento.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    06 Marzo 2018 - 15:03

    L'elettorato in Italia sinora è stato maggioranza quello cosiddetto moderato: queste elezioni hanno sancito il contrario. Necessita un mea culpa di quei partiti moderati che non hanno saputo intercettare gli umori di un elettorato esasperato per la mancanza di riforme vere dirette a sollevare le sorti dell'Italia, intese come popolo italiano. Una battuta in ogni caso merita anche la scoperta del territorio, da parte di tanti soloni della politica. Infatti non è stato certo il territorio a condizionare il risultato, ma l'enfasi sul pericolo degli immigrati, sulla sicurezza, etc., che ci viene predicato ogni giorno, anche se la realtà è diversa.

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