Campagne elettorali

Su Netflix, “The Politician” racconta la vita di un liceale che punta alla Casa Bianca. Un vero inferno

Mariarosa Mancuso

La vita da liceali americani può essere un inferno (lo sappiamo da innumerevoli film, in mancanza di esperienza diretta). Le campagne elettorali per la presidenza degli Stati Uniti lo sono altrettanto (oltre al cinema, innumerevoli cronache illustrano giochi sporchi e colpi bassi). A mischiarle, esce un film come “Election” di Alexander Payne: Reese Witherspoon vuole diventare a tutti i costi capo del consiglio scolastico, il professor Matthew Broderick inventa un candidato da opporle: non è educativo vincere senza avversari. Oppure esce una serie Netflix come “The Politician”, firmata Ryan Murphy con Brad Falchuk e Ian Brennan.

 

Da quando aveva sette anni, Payton Hobart vuole diventare presidente degli Stati Uniti. Non si può a rigore chiamare sogno: è sicuro che la Casa Bianca toccherà a lui, intanto studia le biografie dei presidenti passati cercando di trarne utili lezioni. Qualcuno veniva da famiglia ricca, altri si sono fatti da sé. Il giovanotto ha il perfetto equilibrio: gli Hobart che lo hanno adottato sono miliardari, ma la madre era cameriera. Prima tappa Harvard, e prima ancora le elezioni scolastiche – purtroppo nei dibattiti suda come Richard Nixon nel duello tv contro J. F. Kennedy.

 

Payton è anche bruttino, a confronto con il suo primo avversario e ai fratelloni acquisiti, freddo e privo di empatia. Ma c’è rimedio. Per “ammorbidire l’immagine” serve un vice che attiri le simpatie dei votanti e rispetti le sempre più assurde casistiche della correttezza politica. Basterà una ragazza nera sovrappeso? Diciamo ragazza per far presto, lei preferisce definirsi “Gender Nonconforming”: non rientra né nell’una né nell’altra delle rigide categorie. O è meglio una studentessa malata di cancro, pallida e con la bandana in testa? All’avversario – atletico, insegnate di cinese, ahimè suicida al secondo tentativo – si sostituisce la di lui fidanzata. Parlando di emozioni, la mossa equivale per Payton allo scacco matto. Dopo “Nip/Tuck”, la serie sui chirurghi plastici, Ethan Coen non guarda (o finge di non guardare) la televisione, sennò l’avrebbe messa nella sua conversazione alla Festa di Roma, intitolata “Surgery!” con l’esclamativo finale, come nelle riviste pulp – Ryan Murphy ha inventato “American Horror Story”, la serie antologica “Feud”, “American Crime Story” che pesca nel genere “true crime”: la seconda stagione, molto premiata, era dedicata all’assassinio di Gianni Versace. E molto altro inventerà. Ha sul tavolo una quindicina di progetti, per inclinazione personale (divide la giornata in quarti d’ora, mezz’ora al massimo, non conosce sabati né domeniche) e perché ha firmato con Netflix un contratto da 300 milioni di dollari.

 

Mamma Gwyneth Paltrow si dà al giardinaggio nella magnifica villa losangelina, con uno strepitoso abito lungo rosso, cappello e guanti, roba da film hollywoodiano degli anni 50. Del resto, come fanno notare a Payton i suoi tre addetti all’immagine: “Hai tre Picasso nella stanza della governante, e le foto di Natale in casa vostra le scattava Annie Leibowitz”. Arriva un’altra guest diva: Jessica Lange malvestita e maltruccata, che sfrutta la malattia della figlia per concedersi qualche piccolo lusso (al cinema, avevamo visto la famiglia di Jake Gyllenhaal in “Stronger” di David Gordon Green). Molte saranno le sorprese, tutte sul tema del vero, del falso, della sopravvalutata autenticità. Ryan Murphy è passato a Netflix con le sue ossessioni e il suo gusto per il camp. L’algoritmo che tutto spiana finora non è riuscito a levarglieli.

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