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La Casa di Dibba

Il messaggio dei rapinatori della “Casa di Carta” non è così diverso dal reddito di cittadinanza

24 Luglio 2019 alle 06:00

La Casa di Dibba

(Foto LaPresse)

Roma. Avevamo lasciato le prime due stagioni della “Casa di carta” – successo mondiale di Netflix e del prolifico autore spagnolo di serie tv Alex Pina – sulle note di Bella Ciao e con i superstiti della banda a spassarsela con i 2,4 miliardi di euro stampati dopo essersi impadroniti della zecca spagnola. E vabbè, il canto dei partigiani trasformato in jingle globale (capitò anche a Hasta siempre in versione Nathalie Cardone) può piacere o meno, però la gang funzionava, pur con la perdita del capo operativo Berlino, e grazie anche alla notevole presenza di Ursula Corberò, alias Tokyo.

 

Nel cinema i ladri hanno sempre le simpatie degli spettatori, come spiega Marco Onado, docente di Finanza alla Bocconi di Milano, in “Prendi i soldi e scappa” (Laterza, 2018) un saggio sulla finanza spiegata con i film. Dal rapinatore imbranato di Woody Allen che dà il titolo al libro “Gangster story” di Arthur Penn, la vicenda dei due veri rapinatori Bonnie Parker e Clyde Barrow, fino alle innumerevoli trame generate dalla crisi Lehman Brothers e dal movimento Occupy (“Too big to fail”, “Margin fall”, “1 km da Wall Street”), per non parlare della saga degli “Ocean's Eleven” e appunto i “Wall Street” di Oliver Stone, è ovvio fare il tifo per i rapinatori, come per Robin Hood contro lo sceriffo di Nottingham. O per Ronnie Biggs, il vero rapinatore del treno postale Glasgow-Londra.

 

Eppure viste almeno le prime tre puntate della nuova stagione della “Casa di Carta” (niente spoiler), ne esce un messaggio (dis)educativo-politico che a noi italiani ricorda qualcosa. Intanto. La gang si era trasferita in paradisi tropicali o esotico-terzomondisti, dagli atolli dei Caraibi alle spiagge della Thailandia. Vivono da nababbi, generano bambini, sfoggiano look tipo Vogue pur nella scarsità di boutique, e la popolazione locale è tutta contenta di servirli e provvederli di tutto, dalle spremute di mango ad arsenali missilistici. Vissuto così, il terzo mondo non è male. Compresi “65 pakistani” ingaggiati e stipati in un bunker, per hackerare le comunicazioni dei servizi segreti spagnoli e occidentali, contenti anche loro di farsi il mazzo per i modaioli reduci da due anni di bagordi. I superstiti della banda, ai quali si uniscono altri elementi, dagli ostaggi preda di sindrome di Stoccolma alla poliziotta discriminata Raquel, sono però soggetti a una policy verticistica decisa dal Professore: coppie uomo-donna con accoppiamento stabilito dal Professore, connettersi in caso di necessità attraverso codici, fare tutto quello che gli pare tranne parlare con il resto del mondo. Se c’è bisogno, come avviene, la vacanza finisce e tornano tutti in Europa, a Firenze, da dove la stessa ferrea gerarchia stabilisce le nuove gesta. Che consistono in un altro mega-colpo, cioè impadronirsi delle riserve d’oro del Banco de España, nel cuore di Madrid, dopo avere distratto i cittadini madrileni facendo piovere gli euro stampati alla fine della seconda stagione. Questo procura alla gang un immediato consenso di piazza e in tv, insomma politico, e in migliaia indossano (merchandising?) le maschere di Salvator Dalì dell’assalto alla zecca, emulo del “V per Vendetta” antiglobalizzazione.

 

Insomma: mancano solo Alessandro Di Battista (ma ci sono gli ozi ai Caraibi), Casaleggio junior e senior (ma ci sono il Professore ed i flashback di Berlino) e Luigi Di Maio in carne ed ossa, ed ecco “Casa di carta” a 5 stelle, il MoVimento. Reddito di cittadinanza, pioggia di soldi e rapina dell’oro pubblico di Bankitalia compresi. Il divertimento così svanisce come sempre accade quando all’avventura si sostituisce il “messaggio”. Siamo solo alla terza puntata, magari la trama si farà un po’ meno banale, soprattutto meno moraleggiante. Magari tornerà buona l’immortale spiegazione di Virgin Starkwell, il rapinatore di “Prendi i soldi e scappa”: “Penso che alla fine il delitto paghi. È un buon lavoro, gli orari sono comodi, non dipendi da nessuno, viaggi molto e conosci un sacco di persone”. O invece si virerà ancor più sul Bertold Brecht dell’ “Opera da tre soldi”: “Che cos’è rapinare una banca rispetto a fondare una banca?”. Che è, ricorda Onado, il solito discorso del denaro sterco del demonio. Meglio allora “Billions”, dove a New York il finanziere d’assalto Damian Lewis ha pari moralità e simpatie del procuratore corrotto Paul Giamatti. Ci vorrebbe che quello schianto di Tokyo mandasse al diavolo il Professore-capo politico, e tutti di nuovo ai Caraibi, dove la gloriosa Guantamera ci sta bene, con un giusto drink.

Renzo Rosati

Livornese, del 1950, ha lavorato tra Milano e Roma, dove vive, al Mondo, l'Europeo, Panorama e in molti quotidiani occupandosi di cronaca, costume, politica, economia. Ama il jazz, il cinema,  i cani, la montagna, la sua famiglia, il bianco e nero. Adora il Foglio.

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