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Chi sei, figlia mia?

Uscire ballando dal cassonetto della spazzatura. Il diritto alla doppia vita e a un po’ di segreti

10 Luglio 2020 alle 10:39

Chi sei, figlia mia?

(foto Unsplash)

Mia figlia è uscita con le amiche, tutte con la mascherina. Le ho dato anche un barattolo di Amuchina da tenere nello zainetto, per stare tranquilla. Le ho viste avviarsi verso la gelateria, le gambe lunghe da fenicotteri rosa, un po’ bambine e un po’ donne nei loro tredici anni, sgraziate e bellissime, innocenti. Sono stata lì in auto, con il motore acceso e i lucciconi agli occhi, guardarle allontanarsi fino a che uno, insensibile al bello, ha strombazzato perchè mi togliessi di mezzo. Tre ore dopo ho visto su Instagram mia figlia che faceva un balletto tipo Tik Tok uscendo da un cassonetto per la spazzatura. Ho rivisto la Storia più volte, almeno trentadue credo, per assicurarmi che fosse proprio mia figlia. Lo era. Poi l’ho vista altre sedici volte per assicurarmi che non fosse un cassonetto del vetro. Ho sperato fosse uno della carta, della plastica, per lo meno del secco, abbassando di minuto in minuto l’asticella delle mie aspettative. No, era davvero un cassonetto per l’umido. Una ragazza lo teneva da un lato affinchè non si ribaltasse (grazie ragazza), mentre mia figlia e l’amica erano dentro che cantavano e ridevano. La mascherina ce l’avevano, al gomito. L’Amuchina forse nello zainetto o forse direttamente buttata. Mia figlia aveva una bandana in testa che non le avevo mai visto. Aveva un’espressione che non le avevo mai visto. Chi è questa ragazza con la bandana che esce dal cassonetto dell’umido? Chi sono queste ragazze selvagge che io non conosco?

 

Invece di arrabbiarmi mi sono sentita in colpa perché mi pare di aver guardato la sua vita dallo spioncino. Mi sono ripromessa di non guardare più le sue Storie: deve esserci una zona d’ombra tutta sua, dove lei possa ripararsi dal mio sguardo di madre, è già abbastanza penoso sapere tutto ciò che fanno a scuola dal registro elettronico, non c’è più un posto tutto loro, una stanza tutta per loro. Se mia madre avesse visto dalle Storie quando mi calavo dalla finestra per andare a parlare e fumare la sera con gli amici sotto casa penso che le sarebbe venuto un colpo. Ma allora non esistevano le Storie, allora i genitori restavano a guardare i figli allontanarsi con il motore acceso e gli occhi lucidi e quando quello dietro strombazzava andavano a casa e continuavano a immaginarli con il cono gelato in mano. Invece a noi tocca vedere chi sono davvero su Instagram.

 

Non posso neppure dirglielo, altrimenti mi banna e non posso più guardare le sue Storie. Perché ovviamente ho deciso di non guardarle più, ma mica lo faccio davvero. Le ho guardate anche ieri e sarebbe stato meglio di no, perché io non voglio vederla saltare con lo skateboard e rischiare di sfracellarsi ogni volta sul muro. Preferisco non sapere e in fondo non so nulla.

 

Come nel romanzo “Per ultimo il cuore” di Margaret Atwood dove c’è questa coppia, Stan e Charmaine. Lei profuma di borotalco, si veste di rosa pastello e ha pensieri ingenui e puri. Ma nasconde una doppia vita, ha una storia segreta con un uomo, Max, a cui scrive biglietti spudorati, con cui ha una relazione selvaggia, per cui mette rossetti “appassionati, pacchiani”, a cui dice “parole che non avrebbe mai usato, prima. Parole vandaliche”. Charmaine non può dire a Stan cosa lei è davvero perché “lui non sarebbe in grado di sopportarlo”. Quindi, come Stan, io non sono in grado di sopportare come sono davvero le persone che vivono a fianco a me? In realtà non credo. Non nascondono una doppia vita, come Charmaine, sono solo fenicotteri rosa che ancora non sanno bene in che direzione andare, a tratti teppisti che escono dai cassonetti e sfrecciano in skateboard, a tratti ragazzine che parlano di rossetti in gelateria.

 

Quindi ora sono sospettosa di tutto. E ieri quando mio figlio di 9 anni guardava il suo tablet mi sono avvicinata per spiarlo. Di solito guarda i video di Sio o dei Pokemon. Di solito mi fa vedere, anzi spesso mi insegue con il tablet per farmeli guardare e io scappo inventando che ho cose urgentissime da fare. Ma stavolta ha fatto un balzo indietro, ha nascosto il tablet dietro la schiena. “Sono cose mie” ha detto. “La mamma deve sapere cosa guardi, no?”. “No” ha detto lui aggrappandosi al tablet e diventando tutto rosso. “Dai fammi vedere” ho detto io prendendogli il tablet. “No” ha detto lui urlando e tirandolo dall’altra parte. E’ scoppiato a piangere. Mia figlia, quella del cassonetto, si godeva lo spettacolo dal divano.

 

Ho strappato il tablet dalle mani di mio figlio, dentro mi sentivo ribollire e stramaledivo i filtri Parental Control che non proteggono abbastanza e la nostra permissività eccetera eccetera. Quindi ho preso coraggio e ho abbassato lo sguardo sullo schermo dove una tizia, che poi ho individuato essere la principessa Elsa del cartone animato, cantava una canzone melensa. Lui è scoppiato a piangere più forte dando sfogo a tutta la sua vergogna, a me mi si è sgonfiato tutto dentro. E mia figlia, quella del cassonetto, ha solo detto “C’ha ragione. Che roba cringe”.

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