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Dove fa più male

La scoperta di un calzino in lavatrice e un’onda di ricordi di una madre. Un dolore fuori dalla realtà

17 Luglio 2020 alle 11:27

Dove fa più male

Dettaglio della copertina del romanzo "Da qualche parte starò fermo ad aspettare te", di Lorenzo Stroppa

Ho iniziato a riordinare. Dedicarmi a ciò che resta mi dà forza, è come lucidare un’armatura prima di una battaglia. A mano a mano che sistemo, pulisco e preparo, mi convinco di aver preso la decisione giusta. Devo abbandonare le certezze, fare il salto e ritrovarmi a tu per tu con le mie paure e i miei fantasmi. Lasciarmi dietro tutto, affrontarmi. E’ il solo modo possibile, mi dico. Apro la finestra e annuso l’aria, chiudendo gli occhi. Oggi c’è odore di autunno, di foglie e di legna. L’autunno per me è arancione, è il calore dei primi fuochi nel caminetto, della polpa morbida delle zucche, è il profumo delle castagne, è la danza delle foglie, è il colore dei tramonti che fiammeggiano all’orizzonte, come eserciti in guerra. Quando arriverà l’autunno, non sarò qui a vederlo. Chiudo le imposte e riprendo i lavori. Pulisco con l’acquaragia i vecchi pennelli fino a togliere qualsiasi residuo. Sarò anch’io così, dopo? mi domando mentre fisso le setole di un pennello, ormai prive di pittura. Pulita dal passato, libera?

 

Guardo i panni girare nella lavatrice, il movimento è ipnotizzante, potrei stare qui a fissarli per ore. Ma la centrifuga si interrompe e il cicalino mi avvisa che il ciclo del lavaggio è finito. Apro l’oblò e comincio a svuotare il cestello. Ho lavato solo biancheria chiara, ad alte temperature, in modo da sbiancare un po’ i calzini che, per la mia brutta abitudine di girare spesso scalza per casa, tendono ad avere sempre le suole scure, anche quando sono puliti. Però in mezzo ne trovo uno fuori taglia. Lo tiro su, confusa. Non lo riconosco, non è uno dei miei: è un intruso, un oggetto alieno capitato chissà come nella lavatrice. Poi noto il marchio a forma di onda, e ho una piccola vertigine. Lo lascio ricadere sugli altri, come se scottasse.

 

“Ti ho detto mille volte che non voglio vedere la pila dei calzini sporchi dietro alla poltrona. Fai tanta fatica a gettarli nel cesto?”

“Dopo mamma, sto finendo uno schema...”

“Mi dici sempre dopo, e dopo non lo fai!”

Sbuffa rumorosamente.

“Voglio che lo fai subito. Hai capito? Ehi, sto parlando con te!” Mi piazzo davanti allo schermo per avere la sua attenzione.

“Spostati, così non vedo, mi fai perdere!”

“Sei sempre appiccicato a questo stupido gioco, stai diventando uno zombie, pallido, magro e nervoso...”

“Cazzo mamma!”

 

Mi sposto, rispondendo al suo sguardo d’odio con uno che spero sia altrettanto duro, e me ne vado, lasciandolo nel suo brodo. Giocherà ancora per un po’ ma il senso di colpa lo farà smettere presto. Allora raccoglierà finalmente i calzini, li butterà nel cestino, e verrà a cercarmi. Si tratta di capire cosa deciderò di fare io: accetterò lo sguardo da cane bastonato e lo perdonerò, oppure riuscirò a tenere il muso ancora per un po’, giusto per fargli pesare un po’ la cosa, per fargli capire che ha sbagliato? Sto caricando la lavatrice mentre lui entra.

 

“Mamma...” tono contrito, come da copione.

 

Io non reagisco, continuando a fare ciò che stavo facendo. Sento un fruscio che accompagna lo svuotamento dei calzini nella cesta. Poi Luca si avvicina e mi abbraccia da dietro, appoggiandomi il viso sulla spalla. E già più alto di me di qualche centimetro, non ci vuole tanto a superarmi in effetti, ma mi fa comunque impressione. Il suo odore e un mix di ormoni e cioccolato. Deve aver svuotato di nuovo il vasetto di Nutella a cucchiaiate.

 

“Mamma?” mi sussurra, un’ombra di sorriso nella voce.

Sa già che cederò alle sue lusinghe.

Chiudo gli occhi.

“Mamuska...” mi blandisce, accarezzandomi una spalla.

“Luca” esalo, e cedo le armi. Mi volto.

Si sposta indietro il ciuffo, rivolgendomi uno sguardo da Bambi. “Lo sai che alla fine li sistemo”.

“Non è vero. Di solito lo faccio io, quando la puzza arriva fino in corridoio”

Ride. “Non è vero! Puzzano di più quelli del papi”

“Ma lui non li colleziona dietro la poltrona. In questo modo l’odore si moltiplica”

“Vabbè dai. D’ora in poi ci starò più attento”

Lo sa anche lui che non lo farà e, ci posso scommettere, già da stasera la pila ricomincerà a formarsi.

“Luca?” lo richiamo prima che torni di nuovo davanti allo schermo. Avverto i suoi pollici fremere.

“Si?”

 

Sporgo la guancia e reclamo il mio bacio. E’ un bacio frettoloso e distratto, lui ha già la testa sui videogiochi, ma me lo gusto lo stesso. Luca era un Terra Verde. Un colore in bilico tra azzurro e verde, come il cielo quando albeggia, come un germoglio che preme per sbocciare. Era di una tonalità pastosa e avvolgente, un mantello che circonda di gioia e vitalità. Anche la sua bicicletta era di quel colore, e forse non è un caso.

 

Fisso il calzino nero ancora per un po’, fino a che ritorno completamente alla realtà. Fino a che posso smettere di immaginare le sue braccia ancora strette alle mie e le sue labbra sfiorarmi la guancia. Fino a che la brusca cesura non brucia, mordendomi con le spine del ricordo sempre lì, dove la ferita è ancora fresca. Dove fa più male.

 

estratto da “Da qualche parte starò fermo ad aspettare te” (Mondadori) di Lorenzo Stroppa

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