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Padri e preghiere

Si può ridere di un funerale? Si può fuggire da se stessi? La seria comicità di Nathan Englander

3 Luglio 2020 alle 12:27

Padri e preghiere

Sembra che nulla richieda la necessità e l’obbligo di essere figli più del funerale del padre. Attenzione: non di esserlo stati, ma di esserlo da ora in poi. Fino a essere non più solo l’eredità di quel padre: un corpo fatto di una parte consistente di cellule comuni, di passioni e di contraddizioni, ma un elemento di congiunzione tra il padre, e quindi la morte, e i parenti tutti, ossia i vivi. Una sorta di postino dell’Ade in cui tragedia e ridicolo si mischiano e danno il via spesso a una commedia degli equivoci di cui le narrazioni popolari su famiglie e famiglie sono ricchissime. Tuttavia questa nuova conformazione dell’essere figlio in virtù dell’esserlo stati rende ancora più nebulosa la pratica dei giorni di chi vive come in una latenza espansa la morte del proprio personale Edipo. In assenza anche di ogni visione futura, compresa quella che appare sul momento la più ridicola e avventata delle possibilità: diventare anch’egli padre.

 

Solo una cosa potrebbe complicare la situazione di un funerale paterno – oltre alla presenza di parenti più o meno sconosciuti – la preghiera. Il tentativo maldestro di mettersi in contatto con il padre in una stanza affollata da sconosciuti che si accalcano al buffet e chiacchierano sommessamente rivolgendo in continuazione al “figlio ad honorem” condoglianze che sembrano congratulazioni. Nathan Englander coglie totalmente la situazione di disagio che afferra alla gola il suo giovane protagonista Larry, che orfano di padre si ritrova catapultato dalla “contemporanea” Brooklyn alla casa della sorella ortodossa a Memphis nel “profondo” Tennessee. Dina ha organizzato infatti secondo i dettami della shivah il funerale del padre: la shivah prevede, oltre a sette giorni di lutto stretto, anche che il primo genito maschio – Larry – reciti il Kaddish del lutto ogni giorno per undici mesi.

 

Ancora scosso e teneramente perso nei suoi pensieri, mentre davanti a lui si dipana il rito ebraico funebre, Larry cerca non solo di sfuggire a un obbligo che trova assurdo e fuori dal tempo, ma cerca tra la propria confusione le ragioni del sé e quelle di una preghiera che appare tanto più obbligata quanto lontana da ogni forma di riconoscibilità; proprio ora che avrebbe bisogno di un contatto reale con quel mondo dei morti che si è preso suo padre, e quindi una parte non piccola di lui stesso.

 

Englander gioca con grande maestria e soprattutto mostra di aver imparato appieno la lezione dei maestri occultandoli tra le pieghe delle pagine, al punto che da qualche parte c’è qualcosa (c’è molto) di Kafka, di Philip Roth, di Bernard Malamud ed ovviamente anche di Woody Allen (soprattutto l’idea del sito kaddish.com), ma tutto assume la forma compatta ed originale e si può dire tranquillamente unica di un romanzo frutto di una mente geniale e ostinata.

 

Kaddish.com (pubblicato da Einaudi e tradotto stupendamente da Silvia Pareschi) gioca con i generi, mischia il giallo con la preghiera, inserisce colpi di scena e inseguimenti senza però raggiungere mai “il colpevole” anche perché il colpevole come direbbe qualcuno dei suoi maestri (e la tradizione) è prima di tutto dentro noi stessi e cercarlo è un po’ come al tempo stesso sfuggirlo.

 

Così mentre Larry vent’anni dopo il funerale insegue colui a cui ha ceduto la propria primogenitura per evitarsi a suo tempo undici mesi di preghiera a lutto, Englander osserva e ci racconta il viaggio di un figlio che cerca di tornare nuovamente figlio diventando a suo modo e in qualche modo padre. E forse non è un caso che i vent’anni che separano Larry dal funerale alla sua avventura con il giovane Gavriel (quasi un figlio) corrispondano al tempo che è trascorso dall’esordio letterario di Englander con la raccolta di racconti Per alleviare insopportabili impulsi del 1999 e Kaddish.com del 2019. I racconti di Per alleviare insopportabili impulsi partivano da una preghiera e da un rifiuto e viaggiavano all’interno del canovaccio tipico della “storiella” della tradizione ebraica.

 

Questa volta il rifiuto verso la religione ha toccato ancora più profondamente il protagonista. Il padre come forma possibile e forse persa di identità ha trasformato Larry in un credente, un ortodosso con il nuovo nome di Shaul. La fuga si è trasformata in un ritorno alle origini, al paterno inteso come possibilità generativa di un futuro inedito e sorprendente restituendo a Larry/Shaul la qualità sottile della preghiera, e ai lettori un romanzo maturo, solido e straordinariamente imprevedibile. Come la forma ogni volta diversa e indiscutibile dell’essere padri e dell’essere figli.

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