(foto LaPresse)

Quel cencio che penzola dalle orecchie di tutti e la nostra vita di sempre

Annalena Benini

Mia figlia nasconde l’apparecchio, le mie amiche i pettegolezzi. La mascherina e una speranza

Alla stazione dei treni mi hanno misurato la febbre con la pistola. Sul treno mi hanno offerto un kit con la mascherina, i guanti, un poggiatesta usa e getta, un gel per le mani, e mi hanno detto che per nessun motivo al mondo dovrò sedermi accanto a qualcuno. All’altra stazione mi hanno ignorato, ma in albergo mi hanno misurato la febbre con la pistola. Anche in pizzeria mi hanno misurato la febbre con la pistola prima di farmi sedere, e la pizza era lo stesso buonissima. Al bar mi hanno fatto gentilmente segno di mettermi la mascherina prima di ordinare il caffè, e nessuna delle persone che ho incontrato mi ha mai stretto la mano. Il lato positivo è avere cancellato speriamo per sempre le pacche sulle spalle.

 

Io però non sono capace di fare i saluti con il gomito e ho salutato tutti con la faccia, togliendomi e rimettendomi la mascherina, fino a che questa mascherina è diventata un cencio pieno di germi e ha iniziato a penzolarmi da un orecchio. Mi sono guardata intorno, in una strada piena di sole e di gente e di traffico, e ho visto che quasi tutti avevano una mascherina che penzolava dall’orecchio destro, o una mascherina sotto il mento, o che spuntava da una tasca, come una collana, come un cencio, come un fazzoletto, come un segno di questo nuovo mondo che sta già diventando vecchio. Un padre seduto al tavolo accanto al nostro ha pulito la bocca e il naso del suo bambino, sporchi di spaghetti al pomodoro, con la mascherina. Il bambino rideva contento. Ho visto mascherine usate anche per le necessità dei cani per strada. Comunque meglio di niente, e i cani scodinzolavano contenti. Le amiche usano le mascherine per non far leggere le labbra alle non amiche che cercano di ascoltare i loro discorsi. Mio figlio si mette la mascherina ogni volta che cerca di non lavarsi i denti, cioè sempre. Mia figlia si mette la mascherina quando si vergogna di far vedere l’apparecchio a un ragazzo che le piace, cioè sempre. Le ragazze si tengono ostinatamente la mascherina sulla bocca, anche a mezzanotte, anche sul lungomare al tramonto, anche in auto sotto casa, ogni volta che non vogliono essere baciate. Non sempre. I ragazzi si mettono la mascherina per non far vedere che arrossiscono quando lei li guarda in quel modo, e sotto la mascherina sono pieni di speranza che esce dagli occhi.

 

Io mi metto la mascherina anche quando non so che cosa dire, e quando mi arrabbio molto ma vorrei nasconderlo. Non so se funziona, però sotto la mascherina si possono dire cose tremende.

 

E’ una vita diversa, ma è ancora la vita di prima. Una vita che passa attraverso lo sguardo degli altri. A parte quelli che si mettono la mascherina anche in casa da soli, anche in auto da soli, anche al bagno da soli perché si sentono più protetti dal pericolo a cui li espone il fatto stesso di essere vivi, ci stiamo riprendendo il mondo nostro. Con questo cencio che penzola dall’orecchio, dopo l’esame di maturità, dopo la fatica del lavoro, o al parco con il passeggino, o mentre tiriamo giù la saracinesca del negozio, o perfino in riva al mare abbracciati a qualcuno, non siamo diversi: sembriamo solo un po’ più stanchi. Come dopo avere combattuto, e non si sa davvero se abbiamo vinto o perso. Quando ci misurano la febbre con la pistola, qualcuno alza anche le mani. Non è una resa, è un adattarsi: offro la mia fronte, offro questa mascherina cenciosa, offro il mio sguardo stanco ma vivo, offro l’ubbidienza alle regole e anche all’incertezza. Offro il desiderio che tutto questa finisca, ma la fermezza davanti all’eventualità che continueremo a infilarci questi elastici dietro le orecchie ancora per molto tempo. Con la mascherina sotto il mento, mia figlia aspetta il giorno in cui si toglierà l’apparecchio e non si vergognerà più. Con la mascherina sotto il mento, aspettiamo tutti qualcosa: come nella nostra vecchia vita, come in ogni strana e nuova vita che verrà.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.