Mia madre fa lezione in piedi, davanti al computer in salone, per ore. Ma non basta più

Serenella Bettin

“Maestra ma ci rivediamo?”, “ma ci rivediamo in classe?”. “Bambini avete domande?”. “Sì. Maestra come stai?”

Cara Annalena, conosco i ragazzi di mia madre che fa l’insegnante. Non li ho mai visti. Ma li conosco tutti, per nome. Li sento nominare. Quando arrivo da mia madre, la trovo in piedi davanti al tavolo del salone: con il telefono in mano, riprendendosi sullo schermo, e con il portatile e il tablet tiene le sue lezioni. Mia madre ha sessantaquattro anni. Le lezioni le dice ogni giorno. Anche di sabato. Ha venticinque alunni per classe e ha diviso i bambini in cinque gruppi. Mia madre tiene la stessa lezione cinque volte. Cinque volte al giorno spiega lo stesso pronome. Cinque volte al giorno spiega la stessa regione. Dalle due e mezza alle tre. Dalle tre alle tre e mezza. E così fino alle cinque. Poi corregge i compiti. Non una volta, ma venticinque volte. Compila il registro, inserisce i compiti sulla piattaforma elettronica, prepara le carte per la segreteria, risponde ai whatsapp, anche di notte; manda i compiti la mattina, se li prepara la sera prima, imposta la chiamata con gli alunni, tiene l’agenda, aggiorna il calendario, aggiunge i partecipanti, li toglie, a seconda delle esigenze di tutti. I suoi bambini sono molto contenti. L’anno prossimo andranno alle scuole medie. “Immagina il tuo primo giorno”, è stato un tema che ha dato. Qualcuna se lo immagina con le amichette di sempre; qualche altra si vestirà bene: ci saranno tanti ragazzi. Un altro ha scritto che avrà tanta paura. “Maestra ma ci rivediamo?”, “ma ci rivediamo in classe?”. “Bambini avete domande?”. “Sì. Maestra come stai?”. Perché la paura, che in questi mesi si è presa tutto, gli spazi, i tempi, i divani, i cambi mai fatti degli armadi; la paura va anche presa per mano. E per quanto gli insegnanti ora stiano facendo il massimo, sputando sangue, andando oltre lo schermo, non basta. Non basta più.

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