Non ho ricevuto la medaglia alla bontà, mi sono offesa ma è giusto

Annalena Benini

Adesso che stiamo per ricominciare tutto, vedremo se saremo completamente rinnovati

“Voglio essere buona”.

“Perché?”

“Voglio essere ciò che ammiro”

“Perché non vuoi essere ciò che sei?”

 

L’ha scritto Susan Sontag nei suoi taccuini: era il 1968, lei era a Stoccolma e soffriva d’amore e di solitudine. E’ il 2020, noi siamo in Italia e soffriamo per amore, per solitudine, e per un mucchio di altre cose che ci sono precipitate addosso, ci hanno lasciati storditi, a volte più grassi, a volte migliori (ma questo lo vedremo), a volte molto impauriti all’idea di tornare nel mondo. “Voglio essere buona”, avevo detto all’inizio di tutto questo, quando la cosa più importante era sopravvivere in casa, abituarsi in fretta, pulire cucinare sistemare intrattenere proteggere. L’unico eroismo possibile in isolamento: essere buoni. Fare provviste, inventare dei risotti nuovi, aiutare nei compiti, proporre dei film, delle serie tv, rassicurare e chiedere rassicurazioni, rispondere a tutti i messaggi, non cadere nella trappola della tristezza. Per i figli è diverso, loro le trappole le saltano con i piedi uniti, fanno i compiti il meno possibile, si divertono il più possibile, e appena hanno riaperto i parchi hanno fatto una cosa molto semplice, l’unica possibile: hanno preso un pallone, un monopattino, il cane, due mascherine troppo larghe per le loro facce, e sono andati. I poliziotti li hanno salutati, hanno detto loro di stare seduti nell’erba un po’ più distanti, loro hanno detto sì invece di dire: siamo fratelli, e hanno ringraziato i poliziotti. Hanno giocato a pallone, hanno mangiato le pizzette, hanno fatto correre il cane, hanno bevuto l’acqua dalla fontanella e sono tornati a casa contenti. Adesso che sono passati due mesi e mezzo, posso dire: sono stati buonissimi. Non si sono mai lamentati, hanno ingoiato tutte le vitamine che io propinavo con esagerata fiducia, hanno visto perfino i film di Bergman senza fiatare, non hanno mai messo in ordine niente ma chi se ne importa, qualche volta la domenica mi hanno preparato il caffè.

 

Hanno detto, in questo finire di quarantena, che sono permalosa, e che non entro abbastanza silenziosamente nelle loro stanze la mattina per svegliarli gradualmente. E io mi sono impermalosita perché credevo che invece dovessero dirmi: sei stata buonissima, sei stata eroica, hai fatto questo e hai fatto quello, perfino la torta, perfino i power point sul Trentino Alto Adige, perfino le mappe concettuali, le storie della buonanotte, Alì Babà e i quaranta ladroni, perfino il fast food a domicilio, perfino Summertime su Netflix (che però sono io che li ringrazio di avermi offerto un motivo per vederlo: l’estate a Cesenatico, i diciott’anni, i tormenti, il lungomare, la fine della scuola, lo skateboard: è stato entusiasmante). Dovevano dire: ecco la tua coppa d’oro, ecco una corona, quello è il podio, ti aiutiamo a salirci, e adesso alza le braccia al cielo e commuoviti un po’.

 

Volevo essere buona ma volevo anche il premio alla bontà, il riconoscimento alla pasta con le salsicce, la medaglia all’idea della rampa per lo skateboard, il bacio per il latte caldo la sera a letto: volevo essere ciò che ammiro per essere ammirata. Invece non entro nelle stanze abbastanza silenziosamente la mattina, più un sacco di altre cose sbagliate, indolenti, nervose e sbadate. Ma soprattutto: essere buona non è questo, non è adesso: è sulla distanza, prima delle mascherine e dopo le mascherine, e senza mai il pensiero di una medaglia per le inezie.

 

Adesso che le strade non sono più deserte, e dalla finestra aperta arriva il vociare della gente nella piazza, e che è evidente che stiamo per ricominciare, cauti, feriti, esasperati, con i nervi logorati o con un entusiasmo esagerato, con tantissima speranza, vedremo se riusciremo a essere buoni, perfetti, grandiosi, completamente rinnovati. Oppure un po’ sconfitti, con la mascherina sbilenca. Io forse ho capito che posso essere solo quella che sono.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.