I messaggi vocali, salvezza del lockdown e documento dell'amicizia

Annalena Benini

Gli audio di rito ortodosso, cioè lunghissimi. Non sono mai ricevibili dal primo che passa

Cara F., noi non ci scriviamo mai lettere, ma messaggi lunghi come lettere, oppure ci scambiamo audio che durano quanto le messe cantate della chiesa ortodossa che sta sotto casa mia: la domenica guardo dalla finestra le persone fuori dalla chiesa e le ammiro per come stanno in piedi, distanziate, attente, con il sole a picco o con la pioggia di questo giugno, cantano e rispondono, oppure restano in silenzio, aspettano, e non si guardano mai intorno annoiate. Ho pensato che noi facciamo lo stesso con i nostri messaggi, ma dovremmo forse dire con i nostri sproloqui senza fine, nel senso che almeno le telefonate a un certo punto finiscono, invece gli audio mai. E dentro quegli audio tu mastichi, cucini, sgridi tua figlia, scendi a comprare il latte, commenti le notizie, sospiri, resti in silenzio, chiami il gatto, mi racconti un pettegolezzo, ti incazzi con qualcuno, mi dici quante calorie ha il riso basmati e mi spieghi la dieta della longevità, poi ti pesi e urli, e io più o meno lo stesso. Ma non mi peserei mai con il telefono in mano, perché sono almeno due etti in più, dipende dal modello, e non sono abbastanza una brava persona per non farmi rovinare la giornata dai dettagli.

 

Comunque sto lì, con gli auricolari ma in realtà senza perché odio gli auricolari, sto con il telefono all’orecchio oppure, meglio, in vivavoce mentre sparecchio, lavo i piatti, mi preparo per uscire o mando una mail, e a volte sento come una presenza accanto a me ma non ci bado, sarà il cane oppure quel piccione che ogni tanto entra dalla finestra per andare a mangiare nella ciotola del cane e ormai mi riconosce anche per strada (è un problema, lo so, ma non ho idea di come affrontarlo quindi non ci penso), e poi invece mi arriva un urlo ed è mia figlia che sta gridando da un po’: mamma ma insomma mi senti? E io certo che non posso sentirla: amore scusa ma non vedi che cosa sto facendo, mi devi sempre costringere a citare Guccini, “nemmeno al cesso possiedo un mio momento”? Poiché mia figlia non vede mai quello che sto facendo, perché non è previsto che io faccia qualcosa oltre ad ascoltarla e a risolverle il problema delle ruote dello skate che non girano bene, nemmeno se stessi ricevendo il Nobel a Stoccolma o se ci fosse un poliziotto che mi sta infilando ammanettata in un’auto, devo dirglielo io: sto ascoltando un audio di rito ortodosso.

 

Cara F., vorrei dirti, ora che il piccione è volato fuori e che ho deciso di non aprire mai più la finestra, che questi audio non hanno meno dignità delle lettere alle amiche, e anzi penso che gli sproloqui vocali abbiano salvato il lockdown in tutte le sue fasi. Tutti gli audio durante la fila al supermercato, o dopo le cattive notizie, o mentre portavi fuori il cane nella città deserta e non trovavi un tabaccaio aperto. L’audio di un’ora la prima volta che finalmente sei rimasta sola a casa dopo due mesi. L’audio di quando mi sono chiusa a chiave in bagno. Questi audio sono il resoconto della storia del mondo, e del nostro eterno attaccamento. Volendo trarne una teoria sul mondo: i messaggi vocali non sono ricevibili dal primo che passa. In particolare, gli audio ortodossi richiedono una grande intimità condivisa e quindi anche una specie di consenso iniziale, un po’ come per il sesso, una cosa magari non esplicita ma inequivocabile: dico sì ai messaggi vocali, anche sterminati. Dico sì all’amore, dico sì all’amicizia. E poiché io credo in Virginia Woolf quando scrive che le amicizie sono come lunghe conversazioni continuamente interrotte (e mai totalmente interrotte), allora questi audio delle amiche nei tempi difficili li considero il documento dell’amicizia, la pianta rampicante a cui aggrapparsi per uscire dal buco della malinconia, le radici del futuro anche minuscolo, cioè il futuro di oggi, di stasera, delle scaloppine di pollo che cucineremo e delle pagelle dei figli che incombono nelle chat di classe, e delle molte cose irripetibili che ci diremo ancora. Quindi volevo raccomandarti, in questo sproloquio scritto, di non sognarti mai di cancellare i messaggi.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.