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“Scusi prof., non ho sentito la domanda”. Voglio scappare di casa

Annalena Benini

L’insostenibile stress di scoprire chi sono i nostri figli a scuola. Com’era bello, prima

Sono felice che la scuola stia per finire. Non perché penso che i miei figli siano stanchi, non perché penso che abbiano diritto a riposarsi, e non perché desidero portarli in vacanza. Non so nemmeno se le faremo, le vacanze. Quindi dovrei essere molto angosciata: loro finiranno queste lezioni a distanza e per me inizieranno giornate molto più difficili, faticose, impossibili, ma sono felice lo stesso.

 

Sono felice perché non sopporto più l’enorme stress di sentire, di sapere, di scoprire, nel vivavoce delle lezioni e quindi in diretta, chi sono i miei figli quando sono a scuola. Non voglio più sentire come parlano, quali parole usano, che cosa dicono ai professori, non sopporto più di sentire le loro interrogazioni né di accorgermi che cade la connessione mentre loro rispondono (o non rispondono) alle domande, e sono convinta che qualunque professore penserà che l’hanno fatto apposta, e io non posso nemmeno intervenire per giurare: guardi che è questo maledetto wifi. E’ il mio incubo: la mattina presto giro per casa controllando che nessun telefono o computer sia attaccato al wifi, tranne quello che loro stanno usando per la scuola. Grido: staccate il wifi, e lo grido con disperazione perché so che poi il wifi si riattacca da solo, verso le undici, e che non c’è niente da fare, cadrà tutto: prima le parole del professore arriveranno a scatti, poi il professore dirà: Giulio ci sei?, e se il professore sarà nervoso dirà anche: però non è possibile che nessuno di voi abbia una connessione decente (e io griderò dentro di me: che devo fare, eh? Ho comprato anche un ripetitore! Ma perché mia figlia non glielo spiega, perché non si fa valere? Perché non le dice: prof., sono seduta appiccicata al wifi. E immaginerò di scrivere email che non scriverò, email fintamente serene in cui spiego che inoltre il problema non è la connessione ma la piattaforma sovraccarica di studenti, e che noi genitori facciamo tutto il possibile bla bla bla e che però non possiamo mettere la Fibra nei palazzi in cui non c’è la Fibra, e lo sanno loro quanti tentativi di fregatura ho già ricevuto con questa Fibra?, quindi queste email immaginarie da fintamente serene e razionali diventano emotive e impazzite, e per fortuna mi vergogno di me stessa e lascio perdere).

 

Ma soprattutto, quel che proprio non sopporto, quel che mi costringe a prendere un’Aspirina effervescente, è sentire mio figlio che dice: “Scusi prof., non mi ricordo” (ma come non ti ricordi?, penso e urlo dentro di me, anche se non ho idea di che cosa stiano parlando, ma come non ti ricordi, perché non ti ricordi, chi ti ha dato il permesso di non ricordarti?).

 

Com’era bello quando non sapevamo niente, quando un cinque era soltanto un cinque e scattava una predica, un sette era un sette e basta, quando tutto quello che precedeva il voto era fisicamente, acusticamente lontano, quando non dovevo mettermi i tappi nelle orecchie per non sentire la lettura in metrica di Greco.

 

Ieri mia figlia è stata interrogata in Latino, io quindi sono scappata di casa per mezz’ora, sono tornata e lei era ancora lì, in cucina interrogata, e allora sono scappata di nuovo mentre lei diceva: “Scusi prof. non ho sentito la domanda”, e ho vagato intorno al palazzo per un’altra mezz’ora dicendomi che comunque è assurdo non sentire le domande, l’avevo sentita anch’io la domanda, e quando finalmente sono tornata a casa, distrutta, mi sono sdraiata sul letto, con una mano sulla fronte, e lei è venuta da me e ha detto: che cos’hai, mamma? E io: niente, niente, un abbassamento di pressione, il caldo. Poi ho controllato il registro elettronico, e mia figlia aveva preso sei e mezzo nell’interrogazione, mi sono detta che probabilmente era andata molto bene mentre io ero fuori, perché finché ero in casa era da quattro, massimo cinque. Mi sono rialzata, con sollievo, e ho sentito una voce di donna che diceva: “Giulio, hai studiato? Ora ti interrogo”. La cosa peggiore è che ho esultato insieme a lui quando è caduta la connessione.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.