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Cedu ed ergastolo ostativo, non è vero che i mafiosi usciranno dal carcere

La Corte di Strasburgo ha rigettato il ricorso del governo. "Adesso vedremo se contrasta anche con la Costituzione sostenere che se non collabori sei sempre e comunque socialmente pericoloso" ci dice il costituzionalista Davide Galliani

8 Ottobre 2019 alle 18:46

Non è vero che la sentenza Cedu intacca il carcere duro

(foto Unsplash)

Roma. La Cedu, Corte europea dei diritti dell’uomo, ha bocciato il ricorso del governo sull’ergastolo ostativo. Una decisione che è stata accompagnata, nei giorni precedenti, da allarmi sui “regali alla mafia” e sul rischio che “decine e decine di mafiosi possano uscire dal carcere”. Il prossimo 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere, a partire da un caso simile, sulla legittimità del 41 bis rispetto però ai permessi premio (in Viola era rispetto alla liberazione condizionale). E anche in quel caso, immaginiamo, si moltiplicherà il terrorismo psicologico. Davide Galliani, costituzionalista e amicus curiae nel caso Viola contro Italia alla Cedu, ci spiega perché dietro questi allarmi ci sia anche della malafede. “Anzitutto – dice Galliani al Foglio – è interessante notare come si siano allarmati tutti quanti adesso, quando in realtà la sentenza Viola è stata depositata il 13 giugno. È passata abbastanza inosservata, ma ora che il governo ha deciso di rivolgersi alla Grande Camera, tutti hanno iniziato a dire la propria, al di là del merito. Dal punto di vista giuridico e anche per come funziona la Corte di Strasburgo, il panel di cinque giudici doveva decidere se mandare la sentenza Viola in Grande Camera o meno, non stava decidendo nel merito. Né stava mettendo in discussione, come qualcuno ha detto, il regime di 41 bis”. Questa levata di scudi tardiva “dunque fa riflettere. Sono passati tre mesi, dove sono stati finora?”. A un certo punto, però, politici e magistrati si sono svegliati. Da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede, a Nino Di Matteo. Tutti a parlare di mafiosi in libertà e duro colpo allo stato da parte dell’Europa. Anche se, dice il professor Galliani, “io escluderei che tutti i politici abbiamo letto veramente la sentenza Viola. Basta leggere che cosa c’è scritto nel cosiddetto Spazzacorrotti, che estende il regime ostativo anche per reati che non sono associativi. Pensi al peculato. Lei mi può spiegare che collaborazione potrà mai dare un vigile urbano che si è intascato 300 euro? Chi ha scritto questa norma non capisce che il regime ostativo al massimo può avere un senso nei confronti di reati associativi, come la mafia. Ma come può avere senso tanto per la mafia quanto per il peculato? Mi verrebbe da dire ‘perdonateli perché non sanno quello che fanno’”.

 

I magistrati invece è difficile pensare che siano ignoranti, anzi. Quindi quando parlano lo fanno, si suppone, con cognizione di causa. “Lasciamo stare la politica, , ma un magistrato non può dire la Cedu va a intaccare il carcere duro. Semplicemente non è vero, quindi se lo dice è in malafede”. E’ come nel caso Provenzano, osserva Galliani, quando nel 2018 la Cedu ha accusato l’Italia di violare l’articolo 3 della Convenzione. “C’è chi ha detto che Strasburgo non conosce i problemi della mafia. Ma Strasburgo non ha mai detto niente sul 41 bis, non ha detto di eliminarlo perché inumano e degradante, ha detto solo che siccome erano cambiate le condizioni fisiche di Bernardo Provenzano, serviva un giudizio attento sul nuovo stato di fatto della malattia”. Insomma, dice Galliani “è una strumentalizzazione quella cui stiamo assistendo. La sentenza Viola non riguarda il carcere duro. E non si può certo dire che chi nutre delle perplessità sull’ergastolo ostativo sarebbe un fiancheggiatore della mafia. Papa Francesco è contro l’ergastolo, dunque sarebbe colluso con la mafia?”. Insomma, è “giusto esprimere liberamente delle perplessità di natura giuridica (come hanno fatto la Cassazione e la sorveglianza sollevando le questioni di costituzionalità, senza essere tacciati di stare, anche solo indirettamente, dalla parte della mafia. Purtroppo è questo il messaggio che sta passando”.

 

Sono molti i messaggi sbagliati che sono emersi in questi giorni. Dal fatto che adesso “decine di mafiosi usciranno” al fatto che Strasburgo non conosce bene i problemi dell’Italia. “Ma niente di questo è vero. Dire che ‘usciranno tutti i boss’ non ha alcun senso. Strasburgo dice semplicemente una cosa: durante una detenzione ultradecennale - più di vent’anni, poniamo - è possibile che una persona cambi, nonostante le nostre carceri facciano schifo. Il giudice deve poter prendere atto del cambiamento, ma non è detto che apra le porte del carcere. Il carcere ostativo nega i benefici penitenziari, dal permesso premio fino alla liberazione condizionale, a meno che un condannato collabori con la giustizia. Se non collabora, è considerato socialmente pericoloso, sempre e comunque”. La Cedu vuole semplicemente restituire al giudice la possibilità di decidere. Eppoi, aggiunge Galliani, “basta con la strumentalizzazione di Giovanni Falcone sul carcere ostativo, davvero insopportabile. Falcone merita di meglio. Bisogna portargli rispetto. Mentre sul 41 bis sappiamo che tanto Falcone quanto Paolo Borsellino erano tendenzialmente favorevoli, sull’ergastolo ostativo non possono esserci strumentalizzazioni. E sa perché? Perché quando è stato introdotto il regime del quale parliamo, Falcone era già morto. Quindi o qualcuno mi prova che aveva scritto qualcosa a favore del carcere ostativo, oppure - siccome non lo puoi dimostrare - vuol dire strumentalizzare il suo nome. Io lo lascerei davvero in pace. Possiamo usare altri argomenti, ma non questo”. Peraltro, “quante volte ci ha insegnato il rispetto per i collaboratori di giustizia? Falcone scendeva nel particolare, voleva capire le persone che aveva di fronte, compreso un ergastolano che decideva di non collaborare. E le motivazioni non sono tutte legate alla sua pericolosità sociale”. Magari non vuole mettere in pericolo la propria famiglia, oppure nel caso della ‘ndrangheta, non vuole accusare un proprio famigliare, come un fratello. “L’opinione pubblica merita di essere informata per poi farsi una sua opinione, e non è quello che sta avvenendo. Si ragioni piuttosto su un sistema di protezione per i collaboratori di giustizia degno di questo nome. Perché ci scandalizziamo solo quando ne viene ammazzato uno e dopo ce ne dimentichiamo?”. E conclude: “Nessuno ha mai detto che la collaborazione con la giustizia deve scomparire. Solo che contrasta con la CEDU e vedremo se anche con la Costituzione sostenere che se non collabori allora sei sempre e comunque socialmente pericoloso. Bisogna ridare, senza paure, la parola al giudice, il suo mestiere è troppo importante per essere trattato in questo modo”.

 

Nessuno tocchi Caino

La sentenza è stata commentata anche da Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, dirigenti di Nessuno tocchi Caino: “È una pietra miliare sulla via dell’abolizione del fine pena mai. Con la sentenza Viola si afferma in Italia, oltre che in Europa, il diritto alla speranza come un diritto umano fondamentale, finora negato dall’ergastolo ostativo”.

“La Corte di Strasburgo fa cadere la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto e sono falsi – continuano – gli allarmismi sulla liberazione immediata dal carcere di centinaia di ergastolani perché, più che i condannati a vita, saranno liberi i magistrati di sorveglianza che, nel concedere benefici e misure alternative, oggi hanno le mani legate dal vincolo della collaborazione del condannato con la giustizia. D’ora in poi, i magistrati potranno valutare anche il ravvedimento interiore che è poi quello più autentico e garante della sicurezza rispetto a quello esclusivamente utilitaristico previsto dalla norma considerata dalla Cedu una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea che vieta la tortura, i trattamenti e le punizioni inumani e degradanti”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.

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